ANNA MAGNANI

Una stella di prima grandezza
brilla anche nel cielo di Maccare e Fregene

 

Anna Magnani è nata ad Alessandria d'Egitto, da padre egiziano, nel marzo del 1908. Al contrario l'attrice ha sempre rivendicato il suo essere "romana de' Roma" (figlia di una romagnola e di un calabrese che non conobbe mai), di aver frequentato il liceo e di aver studiato pianoforte all'Accademia di Santa Cecilia, dove frequentò anche i corsi di recitazione. La sciantosa Come comunemente accadeva a quel tempo, la sua vera "palestra" fu (dopo una breve esperienza con la compagnia Vergani-Cimara, con quella del Teatro Arcimboldi e con la Gandusio) il teatro di rivista, nella compagnia Renzi-De Rege, insieme con i quali interpretò negli anni 1934-1935 I Milioni e Non so se rendo l'idea. Nel 1934 aveva sposato il regista Goffredo Alessandrini il quale, come la stessa Anna disse: "Mi mise più corna che un canestro di lumache, ma l'ho sempre stimato!" così si era avvicinata al cinema. Nel 1936, diretta dal marito, interpreta la sciantosa in Cavalleria, al fianco di Amedeo Nazzari anch'egli alla prima esperienza cinematografica, ma il suo vero esordio era avvenuto nel 1934 con La cieca di Sorrento di Nunzio Malasomma. Ma chi si dimostrò suo vero "Pigmalione" fu Totò, sempre generoso e cosciente del valore di un artista. Lui aveva avvertito per primo le possibilità recitative e versatili di questa donna, che si presentava mai umile, neppure arrogante in verità, ma molto spesso la sua indifferenza le si ritorse contro. Ma con Totò, cui i luoghi comuni, le frasi fatte, le idee ricevute, rifinivano quell'atteggiamento ironico e beffardo che lo portava a ribaltare nella mimica più esasperata la reazione alle abitudini di ogni giorno, agli imperativi delle regole, alle convenzioni di ogni tipo, a ogni sorta d'ipocrisia, d'ingiustizia e di mortificazione, il carattere della Magnani gli dava sprint. Totò che ottenne un successo rapido e crescente, passando in pochi anni dalle prime macchiette e imitazioni presentate a Napoli (verso il 1920) ai saloni romani di varietà e infine ai palcoscenici del teatro di rivista tanto da trovarsi già nel 1926 accanto ad una soubrette come Isa Bluette nella Compagnia Maresca n. 2 e da farsi capocomico nel 1933, cominciando a girare l'Italia con proprie formazioni. Ebbe spalle fedeli e intelligenti quali Eduardo Passarelli e Mario Castellani, mentre le attrazioni femminili si chiamavano di volta in volta Adriana Edelweiss, Gioconda Da Vinci, Clary Sand e Clely Fiamma. La qualità delle rappresentazioni era quella che era, e Totò non mancava certo di concedere, fra un guizzo e l'altro del suo ingegno, anche i lazzi più facili. Da ogni volgarità e da ogni indulgenza sapeva del resto sempre riscattarsi, soprattutto in un suo celebre finale, quando "si metteva a fare il pupazzo, attraversava e riattraversava il palcoscenico al ritmo della fanfara dei bersaglieri, bersagliere e fanfara lui stesso, dirigeva l'orchestra con strepitosa furia o svagato puntiglio e intimava la chiusura del sipario dopo avere imitato con gli occhi, con le mani, con tutto il corpo l'esplodere di fuochi pirotecnici in un oscuro cielo immaginario". Totò, comunque, riuscì a ottenere grandi consensi anche dai pubblici più esigenti, e insieme a ricevere le prime serie attenzioni e anche gli elogi di una critica in precedenza distratta oppure ostile, quando iniziò la sua collaborazione con Anna Magnani e Michele Galdieri, abile autore di rivista. Sodalizio che durò fino al 1949; anni in cui Anna Magnani venne forgiata, plasmata, affinata ottenendo al fianco del già celebre comico nelle riviste: "Quando meno te l'aspetti", "Volumineide", "Orlando curioso", "Che ti sei messo in testa", "Con un palmo di naso", "C'era una volta il mondo", "Bada che ti mangio", quelle soddisfazioni che difficilmente per quei tempi in cui vennero furono veramente una grande soddisfazione. Questi otto anni con Totò la forgiarono come donna e come artista. Lavorava indefessamente e con impegno come se sapesse che sarebbe arrivato quel film che le avrebbe dato quanto meritato. Alla conquista degli schermi Dopo un fortunato ritorno alla rivista, con Bertone e Galdieri, erano gli anni cupi e tristi della guerra è chiamata, nel 1941, a ricoprire il suo primo ruolo importante in Teresa Venerdì, diretto da Vittorio De Sica, nel quale sviluppa il suo estro popolano in un'accezione quasi caricaturale. In questo periodo nasce il sodalizio, decisivo nella sua vita, quello con Totò, insieme con il quale fa compagnia mettendo in scena i testi di Galdieri e affinando la caratterizzazione di una soubrette antidivistica, dalle connotazioni vernacolari, sanguigna e immediata. Poteva essere la sua condanna a vita a caratterista. Invece dopo un'apparizione cospicua accanto ad Aldo Fabrizi in Campo de' fiori e ne l'Ultima carrozzella, ambedue del 1943, arriva la grande occasione d'attrice drammatica. Nel 1942, Visconti la vorrebbe protagonista di Ossessione, ma lei è incinta e viene scelta Clara Calamai, che a sua volta dovrà rinunciare nel 1945 al ruolo che incoronerà la Magnani: Roma città aperta, di Roberto Rossellini, il film che segna ufficialmente la nascita del neorealismo e la scoperta di un'attrice popolare, interprete privilegiata e attenta dell'avventura di un paese che lotta per liberarsi. Accanto a uno straordinario Aldo Fabrizi, la Magnani, la donna generosa e veemente che cade abbattuta dal piombo nazista, rappresenta la redenzione di un popolo, attraverso le sue qualità umane e morali, tanto che la sua interpretazione le fa meritare quel Nastro d'argento, che acquista un valore quasi simbolico. Anna Magnani è stata una figura chiave del neorealismo, interpretando con stile inimitabile il personaggio della popolana generosa, incarnazione dei valori genuini di un'Italia minore. Era iniziato un genere, il suo genere: nel trionfo neorealistico, era d'obbligo tratteggiare per lei la figura della popolana sfacciata, volitiva, sempre sicura e violenta nella difesa dei giusti valori, nella tutela dei miti e dei deboli, attraverso la sua passionale, bonaria veemenza. Pezzi di bravura L'apoteosi di questa caratterizzazione, che aveva avuto anche sviluppi patetici e convenzionali, sarà L'onorevole Angelina del 1947, di Luigi Zampa, nel quale Anna interpreta una donna di borgata 'chiamata', come per una vocazione missionaria, a far politica, per rappresentare gli interessi dei 'poveracci come lei'. Il film, le fa guadagnare il secondo Nastro d'argento e il premio per la migliore interpretazione femminile a Venezia. Questa premiazione, giunta anche contro la pubblicità fatta da Fabrizi tra i giurati perché aveva anche lui un film in gara (Gian Luigi Rondi), la condanna per qualche tempo al filone popolare-verista, del quale fanno parte II bandito (1946) di Alberto Lattuada, Molti sogni per le strade (1948) di Mario Camerini, con uno scivolone 'regionale' in un retorico Assunta Spina al fianco di Eduardo (1949) di Luigi Comencini. È ancora una volta Rossellini che le offre un ruolo nuovo: nell'episodio La voce umana (tratto dall'atto unico di Jean Cocteau) del film L'amore (1948) in cui la Magnani si cimenta in un appassionato e angoscioso soliloquio, un grande pezzo di bravura interpretativa, un saggio di straordinario protagonismo, la telefonata di una donna abbandonata dall'amante. Ma il rapporto amoroso e artistico con Rossellini finisce. In questo periodo, accanto a deboli caratterizzazioni in Vulcano (1950) del tedesco William Dieterle, una scimmiottatura di Stromboli (1950) di Rossellini, e in Camicie rosse (1952) di Alessandrini e Francesco Rosi, una rilettura del personaggio di Anita Garibaldi. Anna Magnani ritrova le sue corde più autentiche in quella che è considerata una delle sue più straordinarie interpretazioni, certamente quella più complessa e sofferta, in Bellissima (1951) di Visconti, che la vede nella parte di una donna che trasmette le sue illusioni e i sogni infranti nell'impossibile carriera cinematografica alla figlia. Una figura, tormentata e un'ironica interpretazione, che la fanno chiamare a ricoprire il ruolo principale (in una trasposizione della "Carrosse du Saint-Sacrement" di Prospero Mérimée) dal grande vecchio del cinema francese, Jean Renoir, che la infila, senza successo, nella storia in costume di un'improbabile compagnia di girovaghi, tutti immersi in un'atmosfera da commedia dell'arte nel film La carrozza d'oro, del 1952. Ma la sua maschera, gli occhi cerchiati, i capelli corvini scarmigliati, il suo carattere volubile e violento, il suo volto e il suo portamento da Medea, da coro greco, non si addicono né ai manierismi rarefatti e sognanti di quel periodo del cinema francese, né tantomeno ai nuovi filoni commerciali della produzione italiana. Da Hollywood al piccolo schermo Dopo un altro tentativo (anticipatore, a dire il vero, di certe caratterizzazioni da commedia all'italiana) in un episodio su una rissa di una romana cinofila e un tassista in Siamo donne di Visconti, del 1953, e una sfortunata riapparizione in teatro, accetta l'invito di Hollywood, dove va a fare la commedia del suo amico Tennessee Williams, "La rosa tatuala", diretto da Daniel Mann è il 1955. Il ruolo le vale l'Oscar, ma rappresenta inequivocabilmente la non riuscita i tra gli abituali personaggi sanguigni e immediati di Anna e gli stereotipi, la patina artefatta del cinema americano di allora. Seguono, dopo una parentesi italiana con Suor Letizia, del 1956, che le fece ottenere, fra molte polemiche Il Nastro d'Argento per il ruolo di una inverosimile monaca messa alla prova dall'istinto materno. Nel 1957 è con George Cukor in Selvaggio è il vento. Due anni più tardi è con un impacciato Marlon Brando in Pelle di serpente, diretta da Sidney Lumet. Tornata in Italia, riprende le vesti della Magnani 'col cuore grande cosi', arricchito però da quella corda che aveva risvegliato in lei l'interpretazione di Bellissima, una vena caustica, amara, rancorosa e pietosa a un tempo. È Egle, la detenuta di 'tutto rispetto' del film di Renato Castellani Nella città l'inferno del 1959; nel 1960 interpreta Risate di gioia con Monicelli. Poi le si propone un nuovo cimento. Pasolini nel 1962 la chiama a fare Mamma Roma: sarà un insuccesso e 'un film commercialmente sbagliato', che la costringe entro i termini di una trasognata e brechtiana rappresentazione da guitto esasperato. Nel 1965 torna al teatro, dopo una deludente Pila della Peppa, due anni prima, con la regia di Franco Zeffirelli, è la 'Lupa' da Verga e 'Medea' di Anouilh, diretta da Giancarlo Menotti. Le propongono, ma la realizzazione non andrà in porto 'Madre Coraggio' di Brecket a Broadway. Poi, dopo un tuffo nella commedia all'italiana, con un episodio di Made in Italy (1965) di Nanni Loy, affronta il mezzo televisivo, interpretando quattro originali scritti e diretti da Alfredo Giannetti: Correva l'anno di grazia 1870... (distribuito anche per il grande schermo), La sciantosa, 1943: un incontro. L'automobile, girati tutti nel 1970. Sono quattro esercitazioni delle qualità della Magnani, quattro personaggi inventati per mettere a frutto le sue consuete caratterizzazioni. Una popolana romana dei tempi di Pio IX, la cantante del café-chantant nella prima guerra mondiale, la signorina che s'innamora tardivamente durante l'occupazione tedesca e la prostituta travolta dal mito consumistico sono le sue interpretazioni patetiche e vagamente convenzionali, ma gustose e professionalmente ineccepibili, dell'epopea di un'Italia minore. Anna Magnani è morta a Roma il 26 settembre 1973.

Reno Bromuro