e d i t o r i a l e

MAGGIO:

SOLO IL QUINTO MESE DELL’ANNO

 

Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe...

Così cantava il Vate per eccellenza nel 1885, che, per aver scritto canzonette, gli fu negata la nomina a Senatore a Vita.

Non conferirono la nomina a don Salvatore Di Giacomo, per questo motivo mi trovo a fare delle considerazioni: Don Salvatore Di Giacomo non fu mai Senatore a vita perché aveva scritto, «Marchiare», «Nanninella», «Uocchie ch'arraggiunate» e altre canzoni; Eduardo la nomina la ebbe, ma eravamo repubblicani, e dalla nostra Repubblica è venuto anche il Premio Nobel al «Giullare» del XXI secolo, il quale anche lui ha scritto canzonette e un «Mistero buffo» già anticipato da Majakowskij.

Sono altri tempi, non si cantano più canzonette che risvegliano immagini come la canzone «Era de maggio», perché il nostro maggio, questo del 2001, sarà un mese avvelenato dalle frecciate, neanche velate, che saranno lanciate da una parte con la balestra e dall’altra con l’arco; frecciate velenose che non ci faranno capire niente di politica, quindi, a due settimane dalle elezioni, viviamo ancora nell’incertezza, senza avere coscienza per chi dovremmo votare domenica 13.

Questa tensione si riflette soprattutto sul campo artistico – letterario. Gli artisti che sfoggiano le loro opere nelle varie maeling – list rilevano questo stato di cose e il lettore che, forse, aveva già deciso a chi assegnare il suo suffragio, ritorna sui suoi pensieri e medita di non muoversi da casa, mettendo a repentaglio il risultato veritiero della volontà del popolo italiano.

Come se non bastasse, le elezioni hanno messo in crisi anche i bambini, che pensavano già di passare una giornata in allegria festeggiando «Mammina», ma la mamma è impegnata al seggio elettorale o come presidente, o come scrutatrice e lui è costretto a rimanere in casa con la speranza che papà si commuova e invece di riposare lo porti a passeggio. Sempre che il giorno13 sia una bella giornata.

I bambini! Pensando a loro scatta nella mente una scintilla che potrebbe appiccare il fuoco alla miccia innestata, che spero sempre di non dover accendere. Purtroppo, però questa volta, contro la mia volontà si è accesa e devo stare attento allo scoppio.

Il contatto con la scuola ha innestato una doppia, tripla miccia che non mi fa dormire per il timore che possa scoppiare da un momento all’altro. Nella scuola gli alunni non sono più quelli della mia epoca o dell’epoca dei miei figli. Non voglio parlare della mia, che non avevamo nemmeno il permesso di aprire bocca quando parlavano due persone adulte: bastava uno sguardo per rimanere fulminati. Oggi sono loro, gli alunni che dettano le leggi, se non vogliono fare un disegno, o parlare di un periodo storico che dovrebbero sapere, o della geografia del loro paese che dovrebbero conoscere a menadito, l’insegnante deve stare zitto, altrimenti ecco giungere uno dei genitori (molto spesso è la madre, ma oggi anche i padri si fanno vedere qualche volta, perché la moglie impegnata in altre faccende affaccendata), che non sente ragioni: l’insegnante deve lasciare in pace il loro pargolo o la pargola (le seconde sono le più temibili) e lo fanno con arroganza. E pensare che soltanto ieri, lo scorso anno, i ragazzi della prima media erano diversi. Ricordo che ascoltavano i consigli, e c’era uno scambio tra insegnante ed alunno che rasentava il rapporto tra genitori e figli.

Ho affermato che il comando della scuola è nelle mani degli alunni al punto che possono permettersi di tutto e il corpo docenti ha le mani legate. Un giorno, però, un insegnante riceve una telefonata, solo dopo scopre essere stata fatta da un alunno che aveva richiamato perché non studiava, con la quale le annunciano che il figlio era stato investito da un’auto ed era morente all’ospedale. L’insegnante per il forte dolore sviene. La rianimano e dopo un’ora si scopre che la telefonata è stata fatta dall’alunno impertinente e “sfaticato”. Apriti cielo! L’insegnante va su tutte le furie e scrive al preside di convocare d’urgenza il «Consiglio Docenti» perché il ragazzo va punito. A questo punto si accende la miccia.

Possibile che un insegnante si arroghi il diritto di consigliare al preside di convocare il «Consiglio Docenti» per fatti strettamente personali, non inerenti alla docenza, e non si preoccupa di convocare i genitori del ragazzo “spiritoso” e incosciente affinché insegnino al figlio che certi scherzi sono pericolosi?

Ecco, amici carissimi, questi sono i motivi che non ci permettono di cantare con Don Salvatore Di Giacomo:

«Era de maggio e te cadéano 'nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse...
Fresca era ll'aria...e tutto lu ciardino
addurava de rose a ciento passe...

(Traduzione per i non napoletani: Era di maggio e mi cadevano in braccio, a grappoli le ciliegie rosse. L’aria era fresca e tutto il giardino odorava di rose fino a cento passi).

 Oggi ci cadono in braccio: veleni dalle persone che dovrebbero governarci, da bambini che non possono festeggiare la mamma, dalla scuola che rotola verso il baratro dell’ignoranza e non possiamo fare niente perché la legge impone all’insegnante la sottomissione all’alunno che diventa sempre più prepotente perché protetto e vorrebbe vendicarsi per una telefonata privata, implicando il corpo docenti e lo stesso preside.

 

la gioia di barbara

 

«Amici miei carissimi, io sto bene solo quando posso stare in vostra compagnia.Ho appena saputo che sono pronte le bozze del mio libro e sono al settimo cielo... vorrei urlare, ma in realtà sono molto felice!”

Questo incipit di un e-mail di Barbara mi ha fatto assalire dai ricordi e pensieri: tanti pensieri. Principalmente uno campeggiava tra i più prepotenti e martellava come una campana, ora stonata ora argentina: «Chissà quanti di voi vi siete chiesti (e con insistenza) – ma chi glielo fa fare? Tutta questa storia, prendersela con un giornalista che ha dato del “sedicente” agli artisti, spronare, con la sua presenza, e non solo fisica, un editore che poi si è rivelato quello che è in realtà, quando è stato costretto a togliersi il mantello da pecora che aveva indossato, per la ribellione di Giasone». Oggi come oggi chi è che si muove senza un guadagno certo? Per la felicità di Barbara non ci sono soldi che tengano, ed io per la realizzazione di quanto mi sono prefisso già dal lontano 1955, non basterebbero tutte le ricchezze del mondo; però c’è all’angolo della via (d’ogni via) la felicità di un artista che lo incontra e lo fa esultare, come Barbara, come Francesco, come Patrizio, e… altri.

Mi sovviene la gioia di Anna Maria, quando ha comunicato di aver scritto la prima commedia. Ebbene lo confesso vivo di queste cose: la felicità dei giovani artisti che si stanno realizzando.

Tutto ebbe inizio un giorno di novembre del 1953; improvvisamente mi trovai senza lavoro e non mi andava di ritornare dai miei “sconfitto”. Erano giorni che dormivo sotto la stazione e mangiavo con quattro soldi quanto era rimasto in una trattoria, che il proprietario pur di non buttarla si faceva pagare 110 lire, affinché non apparisse che mi faceva la carità.

     Poi incontrai LUI e parlammo tanto, volle sapere tutto di me. Quando gli dissi che avevo studiato fino alla quinta elementare, non si scandalizzò; anzi mi fece promettere che dopo la pubblicazione del libro e con i soldi di qualche premio che avrei vinto, avrei ripreso gli studi: «Un Poeta deve sapere». – Disse autoritario – «Deve sapere più di un filosofo, altrimenti come fa ad anticipare gli avvenimenti. Mi spiegò anche perché il poeta è chiamato anche Vate. Si chiama Vate, proprio perché precorre i tempi, in poche parole anticipa quello che deve ancora avvenire».

     Lo ascoltavo con la bocca semiaperta bevendo le parole come acqua sorgiva.

     «Fino ad ora – diceva - hai letto Dante, Leopardi, Petrarca, Pascoli; ma ci sono tanti altri poeti e tu devi trovare la tua via tra questi. Loro: Dante, Petrarca e Leopardi hanno fatto il loro tempo, ci hanno dato lezioni, testimonianze e documenti del loro tempo. Ora spetta a te dare le tue testimonianze e i tuoi documenti. Leggi anche questi, disse consegnandomi: “Sentimento nel tempo” di Giuseppe Ungaretti; “I Colloqui” di Guido Gozzano; “La forza degli Occhi” di Alfonso Gatto; e altri; poi leggerai le tue poesie e se le credi che possono competere con quelle scritte da questi sommi poeti, ritorni ed io ti scriverò la prefazione».

     Inutile dirvi che ritornai a casa deluso, ma non vinto. Nel tram cominciai a leggere il libro “Cimitero marino” di Paul Valery e fui vinto da panico.

     A Pasqua del 1955 prese una sessantina di poesie dalle centocinquanta e più, allegai questa lettera e le inviai al mio “amico insperato”

LETTERA

“Amico insperato, ascoltami:/ho solo vent’anni.//Ma, te ne prego, non dirmi/ ch’io son  della vita alle soglie.//Amico insperato, la vita/m’è sfiorita in cuore a vent’anni:/nell’anima ho rughe profonde/pel pane che non mi basto,/ per la luce che non ebbi.// Se ti dicono, amico insperato,/che il sole splende per tutti,smentisci la stolta menzogna:/nella mia vita non c’è stato sole.//Forse domani, se tu/non sparirai alla mia sete,/dirò che vedo l’aurora”.

     Non avevo avuto il coraggio di presentarmi di persona, forse per paura di sentirmi dire che non avevo capito niente, forse per vigliaccheria.

     Il 13 aprile del 1955, era passato più di un anno e il silenzio dell’ “amico insperato” mi spaventava, ma non facevo niente per sapere: rimanevo in attesa, ma in attesa di che?

     Quella sera ritornai a casa più presto del solito e trovai un’espresso dell’ “amico insperato”, l’aprii in fretta: “Ti aspetto a casa alla 21,45, ci sono degli amici che vogliono conoscerti, non mancare”. 

     Varcata la soglia dello studio riconobbi una sola persona, tra le tante che l’affollavano, per aver visto la sua foto sulle riviste di poesia: Giuseppe Ungaretti. Cominciai a barcollare, le gambe mi facevano giacomo giacomo… Lui (l’amico insperato), con la mano sulla spalla per fami sentire protetto, mi presentò a uno a uno, i presenti: persone che contavano nel campo letterario italiano e mondiale direi. Scambiai qualche parola con questi illustri signori che si chiamavano Alfonso Gatto, Giovanni Ansaldo, allora direttore de “Il Mattino”, Carlo Nazzaro, direttore de “Il Giornale di Napoli”, Mario Pomilio, l’autore del “Quinto evangelio” (non l’aveva ancora scritto) ma era già celebre e una sicura speranza; Giuseppe Marotta ed altri…poi fui invitato a leggere (poiché facevo anche l’attore) le poesie. Fu allora che girando lo sguardo verso l’ “amico insperato”  vidi un centinaio di copie del libro sparse sulla scrivania. Riuscii a vedere una copertina bianca incorniciata di foglie d’Acanto, poi tremante come un giunco al vento, presi una copia tra le mani mormorando: “come posso ripagare tanta gioia e bontà?”  “Laureandoti.” Fu la secca risposta; e non capii più niente.

     Forse, adesso è chiaro perché mi piace aiutare chi veramente ha qualcosa da dire e sono felice quando riesco a far capire le opere di queste persone anche agli altri. Mi dico sempre di essere stato fortunato d’incontrare il Professor Enzo V. Mormorale, Filologo e Latinista (la sua storia della letteratura latina è giunta alla trentesima edizione, perché all’estero è ancora studiata), ed io pur nelle mia povertà voglio dare la mano a chi me la chiede ed è veramente grande.

     Sono felice di aver tenuto a battesimo Arden Borghi Santucci, Luisa Massari, Antonietta Lamorte, Eduardo Di Bella, ed anche un autore che (per dargli lustro tolsi dal cartellone una mia commedia per rappresentare la sua), si lamenta di aver fatto rappresentare la sua commedia ad una platea di sedie vuote; però non dice che, se le sedie rimasero vuote la colpa è sua e dei suoi colleghi; di aver imposto al grosso pubblico la poesia di Selim Tietto (tutti avevano paura di parlarne perché nuova ed avevano paura di sbagliare), sto vedendo nascere il primo libro di Francesco Principato, e la lettura drammatica della sua prima commedia, che si è piazzata ai primi sei posti al concorso per il Teatro «Enrico Maria Salerno», vedo la realizzazione di un altro sogno.

     Giovani, venite a noi, non vi diamo la ricchezza perché il Poeta è già ricchissimo, ma vi daremo il modo di farvi conoscere. Contattateci, toccate con mano per sapere la verità.

Reno Bromuro