EMILY DICKINSON – POETA STATUNITENSE

 

                                                                        (Amherst. Massachusett.s 1830 – 1886).

 

        Nata nel puritano Massachusetts, educata da un padre severo e amatissimo, s’iscrisse al collegio femminile di Mount Holyoke, dove suscitò scandalo con il suo rifiuto a dichiararsi cristiana. A trent’anni. Emily si confinò volontariamente nella casa paterna, dedicandosi alle occupazioni domestiche e scrivendo versi di abbagliante bellezza.

        Nel 1862 sottopose le sue liriche all’attenzione del critico Thomas Higginson, che rimase sconcertato e perplesso; altri critici si affretteranno più tardi a condannare la nuova poeta per la sua "cattiva grammatica", le sue "cattive rime”, il "ritmo irregolare". La deliberata asprezza del verso della Dickinson sarà, in altre parole, scambiata per inettitudine alla poesia.

Emily non scriveva per pubblicare: delle sue 1775 liriche (apparse postume nel 1937) solo sette furono pubblicate in vita.

La leggenda si è impadronita di questa poeta, che è unanimemente considerata, oggi, una delle più alte voci poetiche di tutti i tempi, non inferiore, negli USA, a Walt Whitman e forse più audace di lui nel rinnovamento della forma poetica.

La sua autoreclusione è stata attribuita all'amore deluso per il pastore presbiteriano Charles Wodsworth (eppure in una lettera aveva scritto: "il mio compito è amare").

In realtà l'attenzione di Emily era tutta concentrata sulla sua anima sensibilissima; e l'inesausto scandaglio del suo spazio interiore l’avvicina ad altri grandi visionari della poesia, come J. Donne e W. Blake.

Contemporanea di Baudelaire e affine a E. A. Poe, la Dickinson è dotata di un'immaginazione "gotica", che la spinge fino a contemplare lo spettacolo del proprio funerale:

«E poi li udii sollevare la cassa

e scricchiolarmi sull'anima».

Inaudita è la secchezza dei suoi versi (che, non a caso, affascinerà E. Montale): «affidandosi a poche particelle del discorso, la Dickinson compie una ricognizione vastissima dell'esistente, fino ai confini del nulla

«Nulla è la forza

che rinnova il mondo».

Un ardore mistico, un'enfasi seducente pervade la sua lirica, che oscilla tra gridi di felicità,

«Venissero oggi

tutti i miei dolori futuri:

sono così felice che certo

correrebbero via ridendo»

e presagi funebri

«Poiché non potevo fermarmi per la morte

lei gentilmente si fermò per me

la carrozza portava solo noi due

e l'immortalità».

        e frustrazioni spirituali incredibili, ecco il motivo dell’immaginazione della sua morte e dei funerali, compresa l’impotenza esaltante, in questo caso, di fermare la carrozza mortuaria che porta solo loro due: lei e la morte.

Con estrema leggerezza di segno, la Dickinson ha intrecciato un dialogo con la vita e con la morte, con la natura e con le cose, con le piante e con gli animali: la sua accesa immaginazione nasce dall'incontro di un’astrazione rarefatta del pensiero con una concretezza stupefacente dell'espressione, sia che parli del suo microcosmo botanico e ornitologico, sia che si smarrisca nel macrocosmo della vita eterna. 

Di tale straordinaria immaginazione un ulteriore esempio è fornito da una celebre poesia, dove afferma che:

«dopo qualche dolore i sensi si siedono in circolo

dignitosi e rigidi come estranei in visita per un funerale».

Di questa grandissima poeta, che ha esplorato “i meandri più segreti della interiorità”, sono stati tradotti in italiano un centinaio di versi inediti, con il titolo Le stanze d'alabastro nel 1983.

Un ritratto intensissimo della Dickinson e un repertorio prezioso di idee e immagini necessarie per comprendere la sua poesia, sono offerti dalle Lettere 1845-1886, pubblicate nel 1965 e tradotte in italiano nel 1982.

La sua scrittura inquieta e sensuale, e le sue idee penso siano frutto del silenzio e della solitudine a cui si autocostrinse per la forte e potente presenza di quei due mostri: Baudelaire e Poe e non per il vittorianesimo imperante, come Mario Cocozza vorrebbe che fosse.

Mario Cocozza, poeta e scrittore contemporaneo, si è domandato se l’isolamento cui l’aveva relegata il vittorianesimo, respingendo il suo stile di vita e di scrittura, fosse stata la causa del suo isolantismo, dimenticando che non il vittorianesimo, ma la sua sensibilità e l’educazione ricevuta l’avevano abituata alla sottomissione; e leggendo Baudelaire e Edgar Allan Poe si convinse, pur senza smettere di scrivere, che la sua poesia era fuori tempo, perché già annunciava, qua e là quel Romanticismo, che con lei assume un carattere particolare, perché non rinnega il classicismo e fa sua “aspirazione pratica” la libertà del pensiero.

“Anche in un mondo attraversato da pulsioni "romanticistiche", donne scrittrici (commenta Cocozza) erano riuscite a ritagliarsi uno spazio. L'autoreclusione di Emily non poteva, quindi, essere frutto di un’imposizione del tutto estranea al suo sentire”.

Cocozza ha ragione quando dice che “Forse è colpa di vibrazioni liriche sfuggite al suo tempo, se ora vedo le mie dita scrivere che forse fu lei a chiudere fuori di sé il mondo che non le apparteneva, non viceversa”.

Sì, sono più convinto che furono proprio le liriche di Baudelaire e di Poe che non le fecero varcare quel cancello:

«Il “Cancello” appartiene a Dio

Mio Dolce

ed è per amor tuo

non per me 

che non te lo lascerò attraversare

ma ti appartiene in modo totale

e quando sarà il momento solleverò

le Sbarre e ti farò sdraiare sul Muschio

sei tu che mi hai mostrato la parola».

Il suo attaccamento alla protezione di uomini maturi che credeva fosse amore, le fecero vivere la propria morte, per tutta la vita. Ella che cantava la «Libertà» visse rinchiusa nella sua individualità. Asseriva che «una Lettera mi è sempre parsa come l'immortalità, perché non è forse la mente da sola, senza compagno corporeo?»

Afferma Annamaria Windi: l'unica volta che si decise a mandare le sue poesie ad un critico questi, pur apprezzandole, si rifiutò di pubblicarle. Da quel momento Emily respinse ogni proposta di pubblicazione, affermando: "Se la fama mi spettasse non potrei sfuggirle e se non mi spettasse le giornate più lunghe si consumerebbero inutilmente nella caccia di essa"

Dopo la separazione dal "pastore che mi guidò fuori della fanciullezza" (Ci riferisce Annamaria) vestì esclusivamente di bianco, a simbolo della sua condizione di vergine che attende di ricongiungersi al suo sposo nell'immortalità dell'anima.