Mala Sanità
In una clinica di Roma s’ignora il
«consenso informato»
Il paziente deve essere al servizio del
medico senza domandare,
deve ingerire le “pillole multicolori»,
senza conoscere la loro funzione
per i medicinali salvavita si attende
ancora una legge
Che il "Pianeta Sanità" sia precipitato nel basso
medioevo, per venalità, e per soli tre voti, ha rimandato il soggiorno nelle patrie galere permette al personale di qualche clinica di muoversi
individualmente da "padroni"
facendo il bello e il cattivo tempo nei confronti
dei malati.
E' accaduto (e
accade) a Roma in una clinica, convenzionata con la Regione, che la A.S.L. cui
appartiene versa, ogni
mese fior di quattrini, dove il tempo si è fermato,
addirittura è ritornato ai pri-mordi. dove il
malato, è considerato un oggetto cui non è dato pensare e se lo fa viene ammutolito.
Se qualcuno alza la testa e
parla di "consenso informato"
il cosiddetto "OK"
da parte del paziente, viene azzittito da una dottoressa che con arroganza
isterica (intromettendosi nel dialogo chiarificatore con il medico di turno,
per capire: perché per una cistografia,
gli era stato applicato il "catetere" alle 11 del mattino quando l’esame era previsto per le 18), gli grida sul muso: "Noi lasciamo i pazienti liberi, basta firmare la cartella clinica, perciò se non gli sfa bene, firma e se ne va in un
altro nosocomio". (Questi esseri che sono venuti meno al giuramento di Esculapio non dovrebbero
più Esercitare).
Dal medico,
che si era presentato come il Sostituto
direttore sanitario. si voleva sapere perché: se la legge prevede che esso "catetere" venga applicato, se non possibile in sala radiologia, non prima di un quarto d'ora dall'esame gli era stato applicato invece sette ore prima
e a bruciapelo, anche contro la sua volontà.
Il sanitario che si era dichiarato "sostituto del direttore sanitario" non sapendo cosa
rispondere annaspava nel vuoto, tentava di arrampicarsi sugli specchi, allora
accorrevano, in aiuto? La caposala che si difendeva asserendo di aver fatto un
piacere: "per non far soffrire il
paziente aveva pregato l’urologo, prima di andar via, di applicare il catetere
(incurante dei danni che avrebbe potuto arrecare il corpo estraneo, tenuto per
sette ore, alla salute del paziente), e la dottoressa che, dittatorialmente
gli gridava sul muso quanto sopra.
Alle venti, orinando sangue, il malato ricorre di nuovo dal “sedicente sostituto sanitario” al quale
espone il caso e dichiara di essere stato “violentato”,
perché, a suo avviso, la cistografia era stata, se non inutile, superflua
avendo egli dato in visione all'urologo due risultati di un esame ecografico dai quali era chiara "una piccola prominenza basale
posteriore al collo vescicale, che determina in fase minzionale un marcato
ostacolo all’imbutizzazione ed all'apertura del collo", cui il
sanitario che lo aveva in cura aveva prognosticato: "vescica normodistesa e simmetrica con assenza di residuo
postminzionale". Adesso orino sangue, che devo fare? riceve una
risposta secca: "ne parli al medico
domani mattina". Alla domanda, da parte del malato: «ma qui non conoscete il consenso informato?», si allontanava
speditamente, senza degnarlo di una risposta.
Dopo una notte passata da non augurare a nessuno si accorge
che la ferita, causata dal corpo estraneo inserito attraverso il pene nella vescica, si è
infettata il suo pensiero va, ancora una volta, il
comportamento del sanitario (medico di guardia),
sedicente «sostituto direttore sanitario» il quale, se invece di fuggire rasente il muro, la sera prima gli avesse prescritto dell'antibiotico,
il danno sarebbe stato
minore. Invece...
La legge, come abbiamo accennato,
dà al malato la facoltà di acconsentire o no alla
cura suggerita dal medico curante, gli dà a facoltà, o meglio il diritto di sapere
con quali sistemi viene curato,
di accettare o no il suggerimento
(del medico) attraverso un nodulo
chiamato "consenso informato"
con il quale il paziente, apponendo la sua firma,
dichiara: "di essere stato informato
sull'adeguatezza e la struttura
sanitaria dove e ricoverato e della sua capacità
di intervenire in casi di manifestazione
dei rischi temuti; di aver ricevuto
informazioni sui benefici che potrebbe portare l'intervento o la terapia e le
loro percentuali di riuscita: di aver ricevuto informazioni dal medico;
sull’obiettivo del trattamento sanitario, almeno tre giorni prima del
trattamento proposto".
In questa clinica romana, invece, non solo viene ignorato il
famoso “OK". ma anche
l'esistenza di un centro che difende / Diritti
del cittadino, anzi, da loro il malato è libero di andare via, se non gli
sta bene il trattamento terapeutico, basta mettere una firma sulla “cartella clinica" per essere
dimesso e, magari, poi, attendere altri tre mesi per un posto letto in un altro
nosocomio, anche con il catetere
applicato.
Nella suddetta clinica è permesso rimanere, dopo il
ricovero, per dieci giorni senza essere visitato da nessun medico, solo perché
si è stati dimessi da un altro ospedale e il paziente (settantanovenne) ha
avuto la dabbenaggine di non arsi rilasciare, "col il coltello alla gola", la cartella clinica (tutti
sanno che per avere tale documento occorrono almeno - secondo l’importanza del
nosocomio - dodici, quindici giorni dopo la dimissione), è destinato ad
occupare il letto e contorcersi nel dolore, che nessuno lo sente. Quando,
finalmente, i familiari riescono a portare il "benedetto" documento, passano ancora altri giorni,
perché i medici rimangono a guardarsi in faccia perché non ci capiscono ancora
niente, mentre il paziente continua a lamentare la non evacuazione da giorni e giorni, ad arrabbiarsi con se stesso (non
riesce ad aprire il contenitore del cibo) perché l'artrite reumatoide non
gli permette di piegare le dita e l'anemia avanza
paurosamente poiché, preoccupato del male da cui si sente avvinto, non mangia:
ha perduto la fame e non si fa niente per aiutarlo, quando basterebbe qualche fleboclisi perché potesse assorbire sostanze
energetiche che lo sostengano, visto che sembra aver perduto le capacità di
assorbimento per via gastroenterica (se si sforza per mangiare, vomita). Si
vedono anche cose che narrarle sembrano irreali, tanto si presentano
inverosimili. La paura dei letti vuoti fa sì che siano ricoverate vecchiette aterosclerotiche lasciate a se stesse a vagare, nella
notte, in cerca del bagno, o del proprio
letto; oppure proprio per recarsi al bagno scivolano nel lungo corridoio che le
separa dal bagno
e cadendo si fratturano la clavicola o si feriscono la testa. Dopo la caduta,
non si sa come, non sono più ospiti della succitata clinica. Molte cose non
funzionano in questa clinica e non si capisce, o
forse si? visto che per chi ha voluto tutto questo è vietato il carcere? Però
mentre il carcere aspetta di ospitare il colpevole di tanto mal costume della
sanità qualcuno dovrebbe pur prendere in considerazione i disagi in cui vivono
gli ammalati che per disgrazia si
trovano ad essere ricoverati in questa clinica dove il primario, davanti a tre dei suoi assistenti e tre
pazienti confessa ad alta voce di non saper vedere sulle lastre della radiografia l'ulcera
diagnosticata dal Radiologo perché
non contrassegnata da una crocetta che la evidenzi,
e non soddisfatto domanda alla caposala
se la clinica ha il medicinale occorrente. A questo punto è chiaro che il
primario è la caposala e per questo si sente in diritto di violentare i
pazienti, non avvisandoli di stare digiuni per un prelievo
di sangue, o per una radiografia all'apparato digerente, lasciando finanche ai portantini
(non infermieri che saprebbero come cavarsela) la distribuzione del vitto, i
quali confondono il cibo per il diabetico con quello per l'emopatico o per iperteso.
Sotto quest’aspetto tutto viene lasciato all'istinto
di conservazione del paziente. Se per caso un malato un po' più sveglio fa notare loro l'errore
deve stare ben attento a come lo dice perché il minimo che gli può capitare è
essere sbranato "a parole" non sempre ripetibili,
oppure ad essere messo all'indice, dovendo poi accontentarsi di mangiare il
cibo rifiutato da altri ammalati, naturalmente ancora incapsulato. Possibile
che non ci sia una persona responsabile? Una persona che abbia il tempo
materiale, per personalizzare il vitto in modo che i portantini, giacché questo
compito è quasi sempre affidato a loro, non sbaglino?
Come se non bastasse, la psicosi dei letti vuoti fa trattenere
qualche paziente fino a quando non n’arriva un altro.
Un infartuato (fortuna o bravura dei medici è ritornato in
vita), per continuare a vivere la vita che per Grazia di Dio o per la bravura
dei medici gli è stata ridonata, è costretto, per mantenersi e mantenere in
equilibrio il suo metabolismo ha necessità di medicinali che la mutua non
riconosce. In questo modo, un malato di: cardiopatia ischemica, ha subito un
intervento chirurgico per sistemare l’aorta (angioplastica), diabetico
scompensato costretto a prendere medicine non riconosciute dall’assistenza
medica, deve decurtare dalla pensione oltre centovovantamilalire, così alle bollette dell’elettricità,
dell’acqua, del gas e del telefono aggiunge anche quelle per le medicine, gli
rimane il desiderio di leggere il giornale, di andare al cinema o a teatro,
almeno una volta all’anno.
Lasciamo le conclusioni a chi di dovere affinché in tutti
gli ospedali e cliniche vengano rispettati i "Diritti del Cittadino" e il paziente abbia il massimo
dell'attenzione. Inoltre che il nuovo ministro
della Sanità tenga conto dei medicinali salvavita (almeno quelli) in modo che
il malato non perda l’abitudine di mangiare per comprare le medicine necessarie
per continuare a vivere; che non sia trattato come un oggetto o (il che è
peggio) come un gingillo nelle mani di una caposala-primario
che non
rispetta nessuno avvisando in tempo utile il
paziente delle analisi cui deve sottoporsi, come prevede la legge.