"Nun se dice bucìa che
Roma è morta
più peggio de le bestie
macellate"
G.G. Belli
Roma luogo di raccolta di ex
contadini, sventrata poi dal fascismo è passata dalla povertà mite dei ghetti,
che hanno esiliati gli abitanti dei
quartieri periferici, alla violenza dei nostri giorni. Era il tempo del boom, Roma si faceva la plastica facciale
per "civetteria" in occasione dei Giochi Olimpici e si
girava la città in 67 minuti con la circolare rossa. Pasolini usava la
penna come una frusta; i suoi scritti e le sue prese di posizione sugli effetti
della civiltà tecnologica hanno lascialo un segno indelebile.
Il primo ad accorgersi che Roma stava cambiando è
stato senza dubbio il Colosseo che pure ne ha viste tante. Questo degrado che
avanza senza che nessuno muova un
dito è lo strazio più macerante; questo male che ha inciso profondamente anche
sulla vita dei cittadini; questo fallimento totale, indiscusso e secco ci dice
che la capitale è cambiata in peggio.
Oggi questa Roma eterna pagana e cristiana, cosmopolita miseranda mostra le bellissime strade illuminate al neon ma quanto disagio arreca a chi vorrebbe vederle, queste strade illuminate che il traffico caotico non ti permette di godere appieno. E la lingua poi? Oggi non si sente più parlare il romanesco, forse neanche nel teatro e nella letteratura dialettale. Per sentire una parola in romanesco occorre ascoltare le canzoni incise da Sergio Centi, da Lando Fiorini, Grabriella Ferri e Gigi Proietti.
In ogni angolo di strada, dalle finestre semiaperte,
nei circoli Culturali si parla non l’italiano, non il romansco, ma come
affermava Debenedetti, il "romanese":
una lingua nuova che raccoglie tutti i dialetti italiani e inflessioni straniere.
Quanto era meglio, racconta qualche romano dei pochi rimasti, quando i buoi
erano di casa a Roma. Quando erano padroni della spianata di Campo Vaccino, che
si era formato sulle rovine dei Fori, e "pascolavano all'ombra delle superstiti colonne del Tempio dei Castori, o del Tempio di Vespasiano, sotto il Campidoglio,
abbeverandosi alla grande tazza di granito finita
poi al Quirinale fra i due "colossi". Una
paesana "Via Sacra", segnata da un duplice filare
di olmi, conduceva dall'Arco di Tito a quello, per metà interrato, di Settimio Severo. Malgrado la grandiosità delle

strutture, nemmeno la Basilica di
Massenzio sfuggiva all’umiliante destino; adibita com’era a rimessa di bestiame
o ridotta a palestra di equitazione. Isolati nel rigoglio di una rinnovata
esistenza, gli Orti Farnesiani salivano invece il Palatino, ammantando di verde
le millenarie strutture del Palazzo dei Cesare". (Il Ghiottone romano di Livio Jannattoni). Questa Roma ora dobbiamo
vederla solo nei musei nelle vedute di (Giuseppe Vasi da Corleone, oppure
nelle magnificenze di Gian Battista Piranesi, o ancora nelle acqueforti
di Charles Coleman.
Non solo i
buoi, però, popolavano queste strade; le mandrie di greggi sembravano assediare
l'abitato "un assedio a volte dolce, sempre preesistente", al
punto di incitare Giacomo Puccini a rivolgersi al poeta romanesco
Gigi Zanazzo per dare una voce al pastore che attraversa la scena durante
l'ultimo atto della Tosca: "Io de sospiri tè ne manno tanti pe’ quante
foje smoveno li venti".
Il fenomeno
preoccupante che oggi affligge il nostro tempo è dato dal notevole aumento
della popolazione mondiale. La città antica doveva essere affollata, giacché la
lentezza delle comunicazioni consigliavano ed esigevano l'addensarsi della
popolazione, ma oggi con la rapidità dei mezzi di contatto, con il diffondersi
del telefono, del telex e della televisione a circuito chiuso quale necessità
spinge a costruire nel centro cittadino enormi caseggiati per gli uffici?
La città
moderna è immensa ed affollata, con problemi di circolazione che l'automobile
anziché risolvere ha peggiorato. Che cosa sono le strade di Roma nelle ore di
punta? Quante ore al giorno, vengono impiegate per recarsi da casa al posto di
lavoro e viceversa, dalla maggior parte della popolazione attiva?
Ha affermato
Carlo Bo in un suo scritto "le nostre sono sempre più città di
mezzi, di macchine, insomma di cose che restano fuori dell'uomo". La
città moderna, perché destinata ad essere capitale,
si estende esclusivamente per fini
speculativi in modo disorganico. Il disordine edilizio non è che una
conseguenza del disordine sociale, della mancanza di ideali nella nostra
società.
L'uomo
moderno deve imparare a servirsi dei progressi della scienza e della tecnica.
L'individuo deve tornare ad essere il padrone della sua casa, deve trovare in
essa conforto e sicurezza psicologica, non deve essere schiacciato dalla
nevrosi dell'affollamento.
Roma, come
abbiamo visto, era il luogo sicuro dove l'uomo trovava fiducia e tranquillità,
ora è il teatro della dura lotta per sopravvivere, la causa dell'angoscia e
della disperazione. L'individuo scompare nella massa, la città è immensa, ma per il singolo riserva ben poco, il minimo vitale.
"Pensi - ripete il romanologo - che un sonetto del
Belli scritto l’11 gennaio 1832 rammenta con malinconia il
"gusto" goduto una volta: “quanno tante vaccine indiavolate,//
se vedeveno annà tutte a la sciorta”. C' era più di un pretesto per una
corrida casalinga, alla buona, come oggi succede in Spagna, a Pamplona, a
Saragozza. Poteva capitare che un giovenco usciva dal branco,
"mandarino" cosi si chiamavano i buoi che muniti di campanaccio
facevano da guida. Allora i butteri correvano su e giù per Ripetta, per il
Corso, pel Babuino e succedeva un parapiglia, "Che ride era er vede pe
le pavure ll’ommini mette mano a un portoncino le le donne scappa co le
crature”.
Ora non possiamo che ripetere con Belli:
"Nun se dice bucìa che Roma è morta//più peggio de le bestie
macellate".