fra danza
d’acqua sorgiva che canta sulla roccia
e favola
realistica
La scena iniziale è puramente cinematografica: «Buio. Le luci soffuse del pub…» La storia fuoriesce dal buio e s’illumina lentamente mettendo in primo piano la «bibita analcolica» mentre un sottofondo lamentoso d’ottimo jazz accompagna i pensieri di una donna sola al banco.
I suoi, sono pensieri scoppiettanti, simile all’acqua che saltella sulla roccia; e quello che più conta, simile allo stile narrativo: allegro, giovanile, pensoso e profondo. Qui sta il significato più vero e recondito dei pensieri della donna sola al banco, attorniata dagli arabeschi che si disegnano sulla parete e che si ammorbidiscono sull’onda musicale del sax.
Non è facile, oggi, in questo
caotico mondo in cui tutti scrivono, tutti dipingono, tutti fanno musica,
trovare una narrativa giovanile e nello stesso sincera e matura: la vita (certo
modo di vivere), vista con occhi puliti e narrata con voce limpida.
Ricordiamo questo nome: «Fiammetta
di Marco Bianchi», domani
potremo dire ai nostri nipoti: «Lo, sai? Io l’ho conosciuta agli inizi della
carriera e già si annunciava una penna capace di scrivere sulla roccia con una
calligrafia che avrebbe resistito alle intemperie del tempo, allontanando dalla
letteratura italiana la tantissima zavorra che infesta il mercato».
La macchina da ripresa si sposta
per soffermarsi sull’immagine limpida di una favola modernissima sia nella
forma che nel contenuto. Un contenuto che a prima lettura potrebbe sembrare
scontato perché il sogno è molto simile a quello di tantissime altre ragazze;
ma come ci avverte il Vate Giosuè Carducci: «tutto è stato scritto è il modo
di come la storia è narrata che si differenzia, e cioè dallo stile» è
appunto lo stile inconfondibile della nostra che mette in primissimo piano la
sua narrativa dallo stile sicuro e pulito.
L’Autrice ci presenta la storia,
che si dipana come una favola vissuta ad occhi aperti, con occhi distaccati, si
fa improvvisamente viva; ma la storia è già finita e noi ricominciamo daccapo
perché ci diverte, ci fa sognare?, no, ci fa dimenticare di tanta brutta e
inconcludente narrativa che gira per il mondo senza il permesso di «esistere».
Buio.
Le luci soffuse del pub, dove sono in attesa della mia bibita analcolica, creano arabeschi alle pareti. Sono sola. Jazz di ottima qualità sta facendo danzare la mia sinapsi.
Il pensiero vibra con gli accordi
del piano e si ammorbidisce sull’onda del sax solista. Mi sento molto rilassata
e mi sto godendo quelle ore di puro piacere musicale.
Con gli occhi mi guardo intorno
senza apparire. Il sassofonista attacca «summertime». Mi ha
riconosciuto. Almeno una volta al mese sono qui. Stesso tavolo, stessa musica,
sempre la solita trasferta di lavoro.
Beata te, mi dicono gli amici. Eh,
sì. Beata me. Beata me che sto da sola e non voglio cenare e non voglio parlare
con nessuno e non voglio incontrare gente e trovo sempre qualche “stronzo” che
mi vuol fare compagnia.
- Permette? Le posso offrire un
drink?
- No, non lo voglio il drink sono
astemia e anche se non lo fossi non lo vorrei lo stesso. Voglio stare da sola a
guardare il mio cellulare che odora di Roma, di casa. Di notte sento questi
odori. Il giorno
no. Il giorno è vivo, pulsante e si riempie di facce conosciute e di tempo
velocissimo.
-Signorina, il signore del tavolo
all’angolo la prega di accettare questa coca cola. C’è anche un biglietto?
Sto per rispondere male però poi
accetto il bicchiere perché il cameriere mi ha chiamato signorina.
Erano almeno quindici anni che nessuno mi chiamava «signorina».
Apro il biglietto, è scritto in
inglese e dice pressappoco così: «quella cascata dorata sulle spalle, mi fa
venire voglia di investire nel mercato della seta alla borsa di Tokio»
Non riesco a trattenere una risata a quella che mi suona
più come una battuta di spirito che un tentativo di abbordaggio. Subito però me
ne pento. Mi volto verso il suo tavolo e senza occhiali a malapena distinguo
una figura alta e magra vestita con un pantalone nero ed una maglia a collo
alto. Anch’essa nera. Le gambe lunghe lunghe sono distese davanti a lui che
continua a sorridere
reclinando la testa di lato.
Sollevo piano il braccio e gli
restituisco, movendo lentamente le dita della mano destra, il saluto. Intanto
gli invio un «thank you» quasi muto.
Gli volto di nuovo le spalle. Dopo
qualche manciata di secondi avverto una presenza dietro di me.
Mi giro e lui è là. Alto.
Altissimo. Perfetto. Non so perché… eh! anzi sì che lo so, mi viene in mente il
«discobolo di Mirone, mentre lo guardo.
Anche se quello era completamente
nudo e di un colore diverso. Mi guarda e senza dire nulla si siede vicino a me.
Poi con un tono caldo caldo e basso, pronuncia strascicando poche parole.
- Allora che faccio? Call, su
Tokio?
E poi ride. Io non lo so se rido.
So solo che non riesco a staccargli gli occhi di dosso.
Ha le iridi che bruciano, la barba
rasata di fresco, i capelli cortissimi, un sorriso incredibilmente bianco e una
bocca disegnata con il pennello, carnosa, che mi tiene incollato lo sguardo
come una calamita.
Cerco di darmi una scrollata tra me e me dicendomi nella testa: che cavolo stai
facendo? Saluta, prendi la borsa e vattene in camera. Fila alla svelta che si
avverte odore di pericolo qua.
Mentalmente mi do ragione e
allungo la mano per prendere la mia pochette sul tavolo. Lascio qualche
banconota al cameriere e con un sorriso lo saluto.
Lui mi lascia passare e con il
braccio accompagna il movimento come a dirmi: prego?
Lo guardo di nuovo e mi frego da
sola. Comincio a pensare alla nutella.
La sua pelle è color nutella e io
ho l’irresistibile tentazione di passargli un dito sul viso e sul collo per
verificare se è di cioccolata amara e fondente o dolce come quella al latte?
Resto in piedi, inebetita, davanti
a lui che mi sovrasta di almeno venti centimetri e ha un torace che sembra
Piazza d’Armi.
Trattengo il fiato e i movimenti,
con il terrore che se faccio una sola mossa sbagliata succederà una catastrofe.
Mi conosco bene. Ho una forza di volontà incredibile ed un autocontrollo degno
dei migliori maestri buddisti, ma se lo perdo, il controllo, non c’è più
ragione o sentimento che mi trattenga dal fare quello che voglio fare. E non
posso permettermelo.
La mia forza inizia a vacillare
davanti a quell’opera d’arte in carne e ossa.
Quasi quasi!
Mi accorgo di socchiudere gli
occhi lentamente, adesso lo guardo tra le ciglia, tutto striato e mi appare
ancora più intrigante. Il suo tocco lieve dietro la nuca mi fa sentire come un
cavo elettrico quando posizioni l?interruttore su «on»: zzzzz corrente
per tutto il corpo.
Lo vedo avvicinarsi piano e non
riesco a muovermi. Il suo viso riempie il mio campo visivo e automaticamente
faccio uno zoom con gli occhi, sulle sue labbra. Mi rendo conto di avere le
mani sulla sua camicia leggera e di percepire il calore della sua pelle.
Vorrei assaggiare quelle parole
che sta sussurrando ma che non comprendo, fusa come sono!
Poi improvvisamente un’immagine mi
riempie gli occhi, il rimorso mi riempie
il cuore, una voce acuta e perentoria mi urla nelle orecchie e nel cervello?
«Nutella?!» Ma quale nutella e
nutella! - Sei – a - di-e-taaaaa!
Maledetta Dottoressa Cora! Lei e
le sue diete del cavolo, guarda che mi combina?
Faccio ciao-ciao con la manina e
me ne vado a letto.
Da sola.
L’aereo stava per atterrare. Era mezzanotte. Le luci della pista creavano una
striscia gialla luminosa che correva dritta tra palazzi ultramoderni e dune
immobili, custodi di chissà quali sabbiosi segreti.
Allacciai la cintura di sicurezza
incrociandola sul petto. Non era uguale a quelle delle poltrone passeggeri.
Questa era diversa. Avvolgente e, presumibilmente, più sicura.
Ero nella cabina di pilotaggio del
nuovissimo A330 della compagnia di bandiera degli Emirati.
Avevo bluffato, come il solito. La
storia del compleanno a bordo, funzionava sempre. Spesso chiedendo carinamente
come «regalo» di volare in cabina con i piloti, ero accontentata.
Con una manovra perfetta toccammo
terra morbidamente. I piloti mi cantarono «happy birthday».
Io sorrisi e ringraziai con espressione esageratamente commossa e grata per quel bel dono.
Mi avviai, porta abiti alla mano,
verso il finger che ci avrebbe immesso direttamente nel nuovo, spaziale
aeroporto.
Dietro di me, centoventicinque
ospiti ai quali avrei fatto da chioccia per sei giorni.
- Hey, tour leader, scusa non ho
capito il tuo nome, che possiamo fermarci a comprare le sigarette prima di
uscire?
Con orrore vidi circa novanta
teste annuire come per sollecitare il mio assenso.
- No ragazzi, scusate ma è tardi.
Dobbiamo prima fare la procedura dei visti consolari e poi ritirare i vostri
bagagli. Non vi preoccupate però. Le sigarette a Dubai costano due lire anche
fuori del duty free.
Quel mare di visi assunse
un’espressione sollevata e s’incanalò verso l’ufficio immigrazione. Fuori,
ad aspettarmi, il mio vecchio amico Saheeb.
- Ciao Baba, fatto buon volo?
- Sì. - Risposi e ci stringemmo in
un abbraccio affettuoso.
- Dove sono gli autobus? Sul
piazzale? - Chiesi mentre con la coda dell’occhio tenevo sotto controllo quella
massa di scalmanati.
- No, proprio qua fuori, ci hanno
concesso il permesso stasera. - Saheeb fece un cenno agli autisti che
immediatamente mossero verso di noi.
- Bene! - E così dicendo indicai
agli ospiti di accomodarsi.
Venticinque minuti di strada ed
arrivammo, assonnati, in hotel. Poi ognuno in camera sua per il meritato
riposo.
- Baba, domani sera abbiamo
organizzato una festa al campo bedu. Che fai,
sarai occupata con il gruppo o sei dei nostri? - Saheeb mi strizzò
l’occhiolino.
Sapeva perfettamente che non avrei
rinunciato ad una rimpatriata in pieno deserto.
- No, sono dei vostri. Domani sera
i pinguini avranno la cena libera e ognuno andrà dove vuole. Non ho impegni. A
che ora passi? - Intanto avevo premuto il pulsante «salita»
dell’ascensore.
- Alle sette. Fatti trovare pronta però!.
- OK? - Bacio veloce e saluto
distratto con la mano. Gli occhi mi si stavano chiudendo da soli.
La mattina dopo, una prima colazione degna di essere definita pantagruelica
salutò il nostro gruppo con mille deliziosi profumini. Io, maledicendo la dieta
e il mio dietologo, mi rovinai lo stomaco con una bella ciotola di frutta
fredda e dello yogurth magro. Una tazza da tè piena di caffè americano mi fece
rimpiangere la mia moka del primo dopoguerra.
Ore 9.00: Inizio lavori. E vai!
Tutti in sala conferenze meno la sottoscritta che, in qualità di supervisore,
era autorizzata ad astenersi dall’assistere alla pallosa riunione. Decisi
invece di non astenermi dal massaggio prenotato già dalla sera prima e mi
affidai alle mani esperte di una giovane tailandese.
Non c’è soldo meglio speso di
quello. Sessanta minuti di poesia fisica!
Con sonnellino in rima. Sauna a
carbone e jacuzzi mi fecero fare pace con Dio.
Rientrai giusto in tempo per il
pranzo buffet. Un veloce controllo con il mio staff, qualche piccola variazione
di scaletta, un paio di modifiche al programma e poi tutti di nuovo in sala.
Altre quattro ore di pacchia.
Un bel libro e il telefono pronto
per ogni evenienza. Non alzai mai la cornetta quel pomeriggio. In compenso
finii di leggere il libro.
Al termine della riunione
consegnai, a tutti i partecipanti, una mappa della città dove avevo segnalato
diversi ristoranti e locali per un simpatico «dopo cena».
Saheeb fu puntualissimo, come
sempre. Io anche. Saltammo sul fuoristrada Toyota 4500 e ci avviammo fuori del
centro abitato. Iniziai immediatamente a rompere le scatole.
-
Dai, lasciami guidare un po’
- No, Baba. Saranno almeno sei
mesi che non guidi su sabbia. E poi è notte. E’ meglio di no.
Rispose senza guardarmi. Mi conosceva molto bene. Sapeva che se mi avesse
guardato, con tutte le smorfie, i capricci e le boccacce degne di una ragazzina
di dieci anni, alla fine lo avrei convinto.
- No. - ripeté. Gli occhi fissi
alla strada. Rinunciai. In fondo neanche mi andava di guidare al buio.
Arrivammo al campo tendato. Era illuminato a giorno da ampi falò. L’atmosfera
era morbida ed ipnotizzante. Ad un angolo le signore dell’Hennè decoravano le
mani delle donne presenti. Una carovana di cammelli si stagliava sulla duna più
alta creando giochi d’ombre alla Lawrence d’Arabia.
Tappeti colorati e soffici cuscini
erano disposti in cerchio sotto il cielo aperto. Nell’aria
profumo d’incenso. In fondo alla conca dove era stato montato il campo, stava
arrostendo la nostra cena. Spizzicai qualche dattero mieloso e pochi pistacchi
salati. C’era parecchia gente, perlopiù stranieri. Molti però, li conoscevo da
anni. L’allegria era generale.
Osservai un gruppo di giovani di
colore aggirarsi per il campo, sbirciare sotto le tende, darsi grandi pacche
sulle spalle e bere birra direttamente dalla bottiglia.
Andai sulla panca dove erano
pronti una decina di profumatissimi «sciscia» o «narghilè», le tipiche pipe ad
acqua con tabacco aromatizzato con frutta e miele.
- Adnan, non è che hai messo
dentro l’acqua l’arak, vero? - L’arak era un fortissimo liquore libanese a base
d’anice. Fumato era ancora più forte. Specialmente per una che non fuma neanche
le sigarette.
Adnan scosse la testa
rassicurandomi e mi porse pezzetti di brace incandescente che sistemai con
perizia sul cono di ceramica.
Vicino a me sedette uno dei
ragazzi di colore che stavo osservando prima. Un gran bel ragazzo. - - - Mi
mostri come si fa a fumare questi cosi? E’ la prima volta che ci provo. aveva
un accento notevolmente americano. - Gli mostrai come bisognava aspirare
facendo le bolle nell’acqua.
- Grazie, è buono. - Sorrise. Ebbi la sensazione di averlo già visto da qualche
parte. Scavai nella mia mente ma non trovai nessun elemento utile. Lo studiai
più a fondo: alto almeno un metro e ottanta, forse anche qualcosina in più.
Era sicuramente in forma. Abiti
color crema che contrastavano con la pelle lucida. Niente barba, né capelli, né
baffi. Piedi nudi. Pantaloni arrotolati fino al ginocchio. Anello sul mignolo.
Sorriso bianchissimo con una fessura tra i due denti superiori. Di nuovo la
sensazione di averlo già incontrato.
- E’ la prima volta che vieni a Dubai? - chiesi cercando di trovare altri
ricordi.
- Sì, sono venuto perché un amico
mi ha invitato.
Bingo! Mi misi l’anima in pace.
Non potevo averlo incontrato prima. Era un abbaglio. Mi
rilassai e iniziammo a parlare amichevolmente. Le solite cose: ti è piaciuto,
quanto tempo è che stai qui, vieni spesso, quando parti?
Partiva il giorno dopo. Cenammo
continuando a chiacchierare. Poi, terminata la cena, spensero
le luci. Continuammo a chiacchierare alla luce dei falò.
Ricordò che aveva alcuni amici in
città e avrebbe dovuto vederli intorno a mezzanotte. Mi chiese un consiglio su
dove andare per stare tranquilli e poter fare due chiacchiere. Gli indicai un
paio di locali poco turistici e molto informali.
Non mi sembrava il tipo da
mettersi in tiro. Annuì e mi ringraziò. Passò un’altra ora. Poi si alzò, prese
il suo marsupio salutò un paio di persone e si diresse verso i bordi del campo
dove erano parcheggiati i fuoristrada.
A metà percorso fece dietro front
e a passo svelto tornò verso di me. Allungò una mano e io, pensando volesse
salutarmi, allungai la mia. Con uno strattone mi sollevò da terra.
- Dai, vieni con me. Andiamo
insieme a prendere i miei amici. Ti piaceranno, sono persone simpatiche. -
Continuava a sorridere con quella faccia che, non sapevo perché, ero convinta
contro ogni logica di aver già visto.
- Ma, veramente, io sono qui con
degli amici. - Cercai Saheeb con gli occhi. Non lo trovai.
- Dai, non ti far pregare. E poi
io non ci so arrivare da questo Kan Zaman.
- Mi alzai e lo seguii in
macchina. Ogni tanto dentro di me dicevo «Ma che sto facendo?» Ma chi lo
conosce a questo?
Però ogni volta che lo guardavo,
lui sorrideva divertito. L’autista lo trattava con rispetto quindi mi
tranquillizzai.
Arrivammo da Kan Zaman, scese
dalla macchina, aprì il mio sportello e mi fece scendere afferrandomi per mano.
Poi non me la lasciò. Ci avviammo
ai tavolini disposti sulle rive del fiume e ordinammo un tè alla menta.
- Non telefoni ai tuoi amici? -
chiesi sorseggiando la bevanda profumata e bollente.
- No, li ho chiamati prima e mi
hanno detto che li devo raggiungere in albergo. - Lo guardai interrogandolo con
gli occhi.
- Volevo vedere questo Kan Zaman
prima, che sei dispiaciuta? - Lo disse in maniera gentile e risposi che no, non
ero per niente dispiaciuta.
- Adesso andiamo all’hotel. - E
nominò il più famoso del paese, così te li presento, ci prendiamo un caffè con
loro e poi ti accompagno. Ormai ero in ballo, così decisi di chiudere le danze
in bellezza. - OK, dai, andiamo.?
Durante il tragitto verso l’albergo
mi chiese se andavo spesso al cinema.
-No? - risposi. - Quasi mai e solo
se c’è qualche film veramente bello, tipo quelli con Tom Hanks. Lo conosci Tom
Hanks? Quello che ha fatto Forrest Gump? - Annuì e ridendo disse:
- Certo che lo conosco. Abbiamo cenato
insieme la scorsa settimana a casa sua. Era il compleanno della moglie.
Scoppiai in una fragorosa risata e
lui anche e mi scompigliò i capelli con un buffetto leggero. Continuando quella
farsa gli chiesi:
- Sì? E che gli hai regalato?
- Una pianta. - Rispose, e scoppiò
a ridere di nuovo.
Arrivammo in hotel. Nella hall una
pianista stava suonando il valzer di Strauss. Lui con i pantaloni
pieni di sabbia rossa fece un goffo inchino e mi trascinò, afferrandomi per la
vita, in tre giri vorticosi sotto gli occhi di tutti. Quando si fermò lo colpii
con la mano su un braccio dicendo:
- Ma che sei matto? Non vedi che
ci guardano tutti. Che vergogna, io qui ci lavoro. - Ridendo fece un secondo
inchino all’indirizzo della reception. Stranamente nessuno disse nulla, anzi
tutti sorridevano divertiti.
Una piccola folla di braccia e
mani si agitavano in fondo alla sala facendo cenni al nostro indirizzo.
- Ecco laggiù i miei amici. Vieni
che ti presento. - Mi mise un braccio sulle spalle e ci dirigemmo verso tre persone
rilassate e sorridenti. A circa dieci metri da loro, accusai… ebbi il primo
shock: uno di quei tizi somigliava in modo impressionante a Bruce Willis, a
sette metri anche l’altro amico aveva una somiglianza straordinaria con Arnold
Schwarznagger, a circa tre metri la donna era la sosia di Demi Moore.
Sedemmo nel divanetto a due posti
davanti a loro.
- Wesley, dove diavolo eri finito?
- La sosia di Demi Moore gli diede una pacca sulla coscia. Io non riuscivo a
parlare. Mi girai a guardarlo. Lui candidamente disse:
- Fiammetta, ti presento Demi,
Bruce e Arnold. Bruce e Demi sono sposati. Ragazzi, questa è Fiammetta, una mia
amica che non va mai al cinema. - Mi voltai di nuovo, adesso ricordavo dove
l’avevo visto cavolo! Sulla rivista in aereo, nella sezione dei film. «Wesley» Wesley Snipes!
Io, scusa, è che senza capelli,
senza baffi… - Risero tutti tra un fiume di «Don’t worry».
Finì che dall’imbarazzo per non
averlo riconosciuto tracannai due birre, io che sono astemia.
Ridemmo e scherzammo fino alle
cinque del mattino. Poi Wesley tirò fuori dalla tasca una foto in cui io e lui
stavamo fumando il narghilè insieme nel deserto. L’aveva scattata il fotografo
al campo.
Me la regalò. Ci salutammo con la
promessa di risentirci per telefono. Mi baciarono sulle guance tutti e quattro
e mi accompagnarono fuori. Rifiutai di farmi accompagnare in hotel. Salii sul
taxi e sporsi il braccio dal finestrino per un ultimo saluto. Wesley rideva a
trentadue denti, sghignazzando fece un’ultima battutaccia:
- Se vieni a L.A. chiamami, ti
porto a vedere un bel film. Magari con Tom Hanks!