L'ESILIO

di Marcello Vicchio

Tutto sommato non me la stavo cavando male. Riuscivo ancora a mantenere il mio cervello entro i binari della normalità, riuscivo a sopportare il contatto con gli altri senza cedere al ribrezzo e la lingua non si inceppava mentre parlavo. Il mio capufficio ( si fa per dire) non poteva lamentarsi di me, così come i colleghi o i condomini ( si fa per dire) del palazzo nel quale abitavo. Non sapevo esattamente quanto avrei resistito ma, tant'è, per il momento tenevo ancora duro. Tutto nell'universo ha una fine ( e un fine) . Perfino il masso di granito più compatto o il titanio più duro alla fine si sgretolano e anch'io, che sono in parte di metallo, alla fine restituirò i miei atomi alla terra in tempi, spero, ragionevolmente lunghi. Ma non li avrei restituiti a questa terra. L'esilio un giorno sarebbe terminato e io avrei nuovamente respirato l'aria della libertà e quella del mio pianeta. Era questione di tempo e questione di riuscire a sopravvivere senza essere sopraffatto dal ribrezzo e dai ricordi. L'esilio è una delle sciagure peggiori che possano capitare all'individuo : è una morte in vita, un albero al quale sono state tagliate le radici. Essere sradicati dal proprio paese , dalla propria casa, dalla propria città, dal proprio mondo, significa vivere una vita con la testa voltata all'indietro. Si è ma non si è mai pienamente, ogni progetto ha il sapore delle cose caduche e inutili, per ogni passo che si fa si pensa che se ne poteva fare un altro, ogni tempio che si vuole edificare ha le fondamenta poggiate sulla sabbia. E quando il mondo intorno non è il tuo, e quel cielo non è il tuo, e gli altri non sono come te, la disperazione nella disperazione e la ripugnanza e lo sconforto possono attanagliarti e ucciderti. L'unica cosa a sorreggerti è un punto luminoso che tu vedi lontanissimo, quasi irraggiungibile, eppure presente e costante nei pensieri : la consapevolezza che un giorno potrà finire. L'altra alternativa per abbreviare i tempi , quella di ammettere pubblicamente di aver sbagliato e di avere veramente tramato contro la patria e scorgere poi il trionfo nel sorriso duro degli avversari, poteva essere una soluzione accettabile per chiunque ma non per me. Piuttosto che sfilare a capo chino tra due ali di folla silenziosa ( nella migliore delle ipotesi) e implorare perdono, avrei preferito mille volte morire in una fogna dimenticata da tutti. Proprio in quella fogna nella quale, appunto, mi trovavo. Oh, come mi mancava la caccia ai Larin e gli inseguimenti ai branchi di Ulqi dalla criniera bianca ! Chi mi aveva esiliato sapeva aveva agito con scientifica crudeltà, provvedendo a scegliere per me un posto dove il principale scopo della nostra esistenza non poteva essere mortificato di più. Sulla Terra non c'era niente di particolarmente interessante da cacciare, tranne, ovviamente, gli umani. E non tutti gli umani. Solo alcuni dei più giovani avevano di tanto in tanto muscoli, armi e intelligenza appena sufficienti a darmi qualche piccolo fastidio. Per il resto non c'era alcuna soddisfazione… davvero. Aspettavo…La mia automobile parcheggiata dentro il parco, a notte fonda, era troppo invitante perché nessuno ne approfittasse. Arrivarono in due, strisciando nel buio alle mie spalle. Uno dei due spalancò di colpo la portiera dal mio lato, mentre l'altro mi teneva sotto il tiro della sua pistola dal lato opposto. - Scommetto che hai un portafogli gonfio, bello. Le checche come te fanno dei bei regali agli amichetti. Mi afferrò per il bavero della giacca e mi tirò di peso fuori dalla vettura. La punta di un coltello sfregò contro il mio mento. - Adesso vediamo prima il colore dei soldi, poi quello del tuo sangue. Che ne dici, bellezza? - Dico che sei morto, imbecille. Un organismo in parte biologico e in parte meccanico è un'impareggiabile macchina da guerra. Prima che il bullo riuscisse a mettere un solo muscolo in movimento, le mie dita penetrarono nei suoi globi oculari, perforarono le orbite e affondarono nel suo cervello. Contemporaneamente, con l'altra mano, gli strappai il coltello e lo scagliai contro il compare dall'altra parte dell'auto: tutto in una frazione di secondo. Dalla sua gola gli uscì un gorgoglìo e un fiotto di sangue, e morì ancor prima di aver capito che cosa accadeva. Facile, fin troppo facile, maledizione… *** Il vecchio ascensore scese cigolando sinistramente, toccando piano terra nello stesso momento in cui dal portone entrò la donna. Doveva abitare da poco nel palazzo perché non ricordavo di averla mai vista prima di allora. Dal giorno dell'esilio non avevo avuto particolare interesse per le femmine umane e neppure in quel momento sentii un'attrazione particolare. L'esilio su un pianeta necessita di un condizionamento psicologico preventivo che tutti noi esiliati subiamo, chi in misura maggiore chi in forma più leggera, a seconda degli scopi e delle condizioni stabilite da chi decreta l'esilio. Il condizionamento è comunque necessario, altrimenti come sarebbe possibile sopportare la vicinanza stretta di un essere per noi totalmente alieno ? Il condizionamento implica, in genere, anche un non rifiuto del rapporto sessuale con l'alieno stesso. Se non si prova piacere perlomeno non si dovrebbe provare ribrezzo. La donna, secondo i parametri umani, non era affatto da disprezzare. Era alta e bruna e con gli occhi azzurro mare , ma i suoi occhi non erano fissi nei miei mentre avanzava: guardavano invece le mie mani sporche di sangue. Non mi ero affatto curato di lavarle dopo aver ucciso i bulli nel parco e ora la mano destra, che stazionava nei pressi del pulsante dell'ascensore, spiccava come se indossassi un guanto marrone solcato da rivoli di colore secco . Per un attimo credetti che si sarebbe messa a urlare e correre via, ma non fece nulla di tutto questo. Continuò a camminare e mi si affiancò. - Vi siete ferito ? - Domandò. - Sì. Mi sono tagliato col cric della macchina. Ho forato una gomma tornando a casa. - Allora dovreste medicarvi. - Lo farò appena su. La donna sorrise e prendemmo insieme l'ascensore. Scoprii che abitava nel mio stesso pianerottolo, che si chiamava Luigia e che era da poco in città. Lavorava come cassiera in un supermercato, era appassionata di pugilato e si stava appassionando a me. Inizialmente pensai che la sua presenza sarebbe stata un'inutile complicazione nella mia vita: non avevo affatto desiderio sessuale e non vedevo lo scopo di avere una presenza intorno che in qualche modo avrebbe finito per limitare i miei movimenti. Poi, a poco a poco, quasi trascinato dagli eventi, cominciai a non rifiutare la sua compagnia. Luigia era discreta, allegra, simpatica, piena di energia e di premure. Quella in fondo era la sensazione veramente nuova : da quando ero stato costretto in quella fogna di pianeta nessuno si era mai veramente interessato a me. Luigia sembrava dotata di un sesto senso tutto speciale che le faceva indovinare le cose che più desideravo in ogni particolare momento: capiva quando volevo stare solo, quando mi faceva piacere la sua compagnia, quando volevo dormire o ridere o parlare. Aveva scoperto che mi piaceva il tè con latte e non vi era giorno in cui era in casa che non mi portava una tazzina fumante. Luigia non chiedeva nulla, si accontentava di agire in maniera discreta, cercando ogni volta di più di dare un po' di colore alla mia vita però senza invaderla. Fu una sera, mentre assistevamo a un incontro di pugilato fra dilettanti che se le davano di santa ragione, che mi accorsi che cominciavo a desiderarla sessualmente. Dapprima un pensiero, poi l'indugiare sul pensiero, infine la voglia di averla accanto : la stessa voglia che leggevo nei suoi occhi. Se di condizionamento psicologico si trattava, devo dire che gli psicologi su di me avevano svolto un buon lavoro : ora mi sembrava naturale che uno come me desiderasse una come lei. Luigia si era accorta di questo cambiamento ed era visibilmente felice, e ciò la faceva apparire ancor più bella. Mi piaceva come si muoveva, come rideva; mi piacevano i suoi occhi luminosi e il profumo della sua pelle che sapeva di selva. Un giorno ci ritrovammo a letto e facemmo l'amore. E mentre riflettevo tra me : " Che strano, da quando conosco lei non ho più avuto il desiderio della caccia. Da quando conosco lei perfino l'esilio mi sembra sopportabile. E' accaduto l'impossibile : sto bene insieme a un'aliena..." , Luigia mi disse : "Sai, la prima volta che ci siamo incontrati in ascensore, ricordi ? ho avuto paura di te. Eri sporco di sangue e ho pensato: forse costui è un assassino, un maniaco, e adesso ucciderà anche me" Luigia fece una risata argentina: "Che stupida!" Ridendo piegò la testa all'indietro. Vidi la sua gola sussultare, le arterie palpitare nel collo, i capelli disegnare una morbida onda. Mi sforzai di scacciare via il pensiero che mi diceva dentro il cervello: " No, non sono un maniaco né un assassino : sono un cacciatore! Però, come sarebbe facile spezzare questo tuo magnifico collo... Facile, fin troppo facile..." Risi anch'io. "E pensi ancora che io sia un assassino?" Lei si drizzò a sedere. "Perché no?" Mi colpì il torace con i suoi piccoli pugni, ripetutamente. "Tu sei l'omone cattivo che uccide le povere donne indifese come me per bere il loro sangue". "Ti prego, non dirlo. Potrei farlo, Luigia, potrei farlo veramente... E il desiderio di farlo aumenta se tu continui a dirlo..." "Tu sei il vampiro cattivo". Sbadigliai, fingendomi annoiato : così speravo la smettesse di insistere su quel tema che mi turbava. Non volevo farle del male, ma ancora un po' e avrei potuto non rispondere più delle mie azioni. Finalmente disse: "Girati amore. Voglio mettermi sulla tua schiena e grattarti le spalle" Mi mostrò la mano dalle unghie lunghe e laccate di rosso. Mosse le dita ad artiglio. "Ti voglio graffiare un po' " Mi girai e affondai la testa nell'incavo del braccio. Luigia si mise a cavalcioni sopra di me, gridando : "Forza cavallino!" Cominciai a ridere anch'io, ma la risata mi morì in gola quando avvertii il primo colpo. La sbarra appuntita di titanio trapassò il mio torace, inchiodandomi sul letto. La pompa di endorfine saturò il mio sangue, impedendomi di sentire un dolore violento , ma il senso di oppressione che attanagliò il mio petto era peggiore di qualsiasi dolore. La sbarra era stata conficcata proprio in mezzo alle scapole, in una posizione irraggiungibile dalle mie mani. La vista mi si offuscò, sentii la vita scorrere via. La seconda sbarra che mi trapassò la schiena era del tutto inutile : un cacciatore più esperto avrebbe risparmiato quel colpo. Luigia entrò nel mio ristretto campo visivo, che diventava sempre più fioco. "Corteggiamento, ferormoni, pulsioni... come hai potuto pensare che un'umana sarebbe stata capace di offrirti tutto questo e accendere i tuoi sensi ? Povero stupido, il lungo esilio ti ha rincoglionito, ma a me non succederà la stessa cosa…" Avrei voluto dirle che stavo sperimentando una sensazione nuova, che mi piaceva essere innamorato di lei, anche se fosse stata umana. Ma mentre un velo nero copriva ormai i miei occhi e la gola era secca come l'inferno, sentii le sue ultime parole: "E' stato facile... Fin troppo facile..."

Marcello Vicchio