Il Lago di Ginevra
di Bruno
Giuliano
Anni fa
volavo su questa malandata mulattiera spinto da trenta cavalli, oggi arranco
con trenta chili sulla schiena; duro contrappasso per aver aperto con gli
artigliati, un tempo, questi stessi solchi che oggi m'inciampano.
Il cuore
mi va a novemila giri, ma non è una duecentocinquanta a spingermi, è uno zaino
pieno d’emozioni e di latte di vernice a frenarmi.
Ci sono:
ecco il gruppetto di case abbandonate.
In una di
esse Toni era tornato ad abitarci, unica presenza, inselvatichita più della
vegetazione che stava riprendendosi il terreno dove, da qualche secolo, era
stata scacciata dal duro lavoro d’intere generazioni di quelli che noi della
piana saluzzese chiamiamo “Vitún”.
***
Avevo
incontrato questo personaggio sui settant'anni l’anno scorso quand’ero salito
fin quassù per arrampicare uno strapiombo incombente sulle case della borgata.
La parete mi aveva impressionato non
tanto per la difficoltà di salita quanto perché sembrava una lavagna grigia,
pulita, pronta a ricevere un disegno.
Il vedermi salire aderendo alla roccia
come un ramarro lasciò indifferente il montanaro, un po’ meno il paio di
bottiglie di Dolcetto che estrassi dal sacco una volta sceso; di suo lui mise
del formaggio e una gran voglia arretrata di conversare, o meglio, di
raccontare.
Mi rivelò di essere tornato dov’era nato
appena smesso di lavorare, dopo aver faticato in giro per il mondo quando era
giovane e nella piana del saluzzese negli ultimi tempi.
Con la minima pensione non era voluto
rimanere in città e pur sentendosi più dignitoso, quassù se la passava
piuttosto magra e per di più, ogni tanto, si sentiva disperatamente perduto.
Non ricordo come decidemmo di interdire
a chiunque di scalare la placca e di pitturarci sopra una gigantesca cartina
dell’Europa con segnati i posti dove lui aveva vissuto lavorando, ma fu
certamente alla fine della seconda e ultima bottiglia.
Il mio nuovo amico aveva un mucchio di
latte di vernice comprate per la casa e mai usate per sopravvenuta apatia;
adesso avrebbe spennellato per qualcosa di meno banale, per un monumento a se
stesso in vita, qualcosa di inutilmente bello, di artistico.
La settimana seguente tornai con un
disegno di un metro per due; lo montammo verticalmente su un telaio di fronte
allo strapiombo, a 50 metri e lo proteggemmo con una tettoia di frasche.
Questa volta portai quattro bottiglie;
alla terza Toni si permise di domandarmi come avremmo fatto a riprodurre il
disegno dieci volte più grande sulla parete e io alla quarta trovai il coraggio
di esporgli il piano che ancora un paio di bicchieri prima mi sembrava
piuttosto pazzerello.
Saltammo un fine settimana e finalmente
risalimmo la mulattiera con un motocoltivatore stracarico di attrezzatura da
montagna, dei pennelli e un cavalletto da fotografo con sopra montata la mia
più bizzarra invenzione, il cuore dell’impresa, perché proprio così vivevamo il
momento: come un epopea.
Piazzammo il trespolo a un metro e mezzo
dal disegno; imperniato al posto della fotocamera ci avevo messo uno
specchietto solidale a una leva telescopica che arrivava a tastare tutte le
parti del modello grafico.
Potevamo lavorare soltanto di mattino
quando lo specchietto poteva raccogliere il sole e la parete era in ombra di
modo che potesse rivelare il riflesso proiettato su di lei, ma purtroppo la
traccia era troppo larga e tenue; sostituii lo specchio piano con una parabola
ricavata da un vecchio fanale, risolvendo il problema, ma perdendo un‘altra
settimana.
Finalmente mi trovavo appeso sulla
parete liscia e scivolosa con un baracchino di vernice appeso all'imbracatura,
un pennellino tra i denti come un Tigrotto della Malesia e molti dubbi sulla
salute mentale di uno appena entrato negli “anta” e di un altro già
inoltratovisi da parecchio.
Il trucco é semplice a dirsi: Toni
tastava il modello con l’estremità della leva e io seguivo il segnale luminoso
concentrato sulla parete dalla parabola spennellandovi sopra.
La fatica di manovrare funi e carrucole
per sostenermi era tremenda ma non potevo chiedere aiuto a nessuno finché non
avessi compiuto almeno metà dell’opera di tracciatura del contorno degli stati
e il mio socio pretendeva anche montagne e fiumi!
La terza settimana due ragazzi ben
messi, le prime persone che incontravamo lassù, ci fecero notare che la pioggia
avrebbe ben presto cancellato la nostra fatica; allora Toni si lanciò in una
lezione di meteorologia locale e chiarì che il vento non avrebbe permesso alle
gocce di profanare l’opera.
Da parte mia li convinsi a togliere le
imbracature dallo zaino e di darci una mano; con divertimento i due ci
aiutarono a finire la tracciatura.
Adesso Parigi aveva la sua Senna,
Saluzzo il Po e Colonia il suo Reno; per fortuna che il vecchio non era mai
stato in America!
L’estate stava andandosene con dignità
senza innaffiare la vendemmia e lasciando questa disgraziata eventualità
all’autunno; forse avremmo fatto un buon bicchiere per l’anno a venire quando
sarei tornato a rivedere “l’Europa Sudata”; così avevamo battezzato l’opera ormai
compiuta.
Era raffigurata tutta la parte sud
occidentale, Inghilterra inclusa e a est avevamo esteso il muro di Berlino dal
confine polacco fino alla Jugoslavia seguendo una fessura straordinariamente
fedele alla carta.
Nessun'altra frontiera entro il disegno
perché, come diceva Toni, tutto il mondo é paese e nessuno ti chiede da dove
vieni se sei disposto a fare quei lavori che nessun altro del posto è più
disposto ad accettare.
Il mare era la roccia pulita, la figura
era di un giallo da vecchie cucine, i fiumi di un credibile azzurro risaltavano
sicuramente più puliti del reale, mentre il nord dell'Africa lo avevamo
ottenuto potando come si deve i cespugli sotto la parete.
A questo riguardo, uno dei nostri due
collaboratori ci fece notare che i cespugli sarebbero presto cresciuti,
perdendo i contorni e “invadendo” la parte sovrastante.
Allora il vecchio sentenziò: «perché, a
l’è gia nèn parèj ca capita ën daboun?» Vénou
su a pié mè post, a fée i travaj pi brut. »
[perché,
non é già cosi che succede davvero? Vengono su a prendere il mio posto, a fare
i lavori più brutti.]
Quello che finora preso dal racconto non
ho rivelato è che il vecchio diventava sempre più imprevedibile, passando
sovente da un amichevole entusiasmo alla più cupa disperazione per sfociare in
vere aggressioni verbali, anche verso di me.
Questo aveva allontanato i nostri
improvvisati aiutanti e oggi eravamo rimasti soli a festeggiare la fine del
lavoro; non potevo fare a meno di stappare qualche bottiglia anche se, come un
animale, presagivo la tempesta che si sarebbe scatenata su quel posto da lupi.
Negli anni ‘50 Toni aveva incontrato una
cameriera spagnola a Lutry in Svizzera e adesso che se lo era ricordato
pretendeva anche il Lago di Ginevra sul quale portava la bella alla domenica;
mi fece intendere che avrei dovuto pitturarglielo subito.
A parte la stanchezza non avevo nessuna
intenzione di assecondare ogni suo capriccio; proposi di fare alla messicana:
mañana!
Prese a mugugnare e insistette ancora
mentre io cercavo di ignorare la cosa. Invece di calmarlo questo mio
atteggiamento gli fece saltare i fusibili e lo spinse dapprima a minacciare me
in Occitano per estendere poi le minacce a tutto il mondo; infine si diresse
decisamente verso la base della parete con baracchino e pennello.
Il vecchio, nonostante la notevole
zavorra liquida in corpo, salì come un gatto una scala che arrivava appena alla
Sicilia e, prima che me ne rendessi conto, era già caduto sopra un sasso ai
piedi della parete spaccandosi la testa in due, in due parti come la nostra
Europa di allora.
Ridiventai lucido in un attimo; quando
costatai che c’era rimasto reagii con la disperazione degli impotenti: mirai
alle pianure assassine e scagliai contro la parete l’ultima latta di vernice
azzurra che esplose al centro imbrattandola.
***
Ora sono sotto allo strapiombo, la
vernice non servirà; come diceva Toni le intemperie non hanno minimamente
intaccato l’opera.
Mi avvicino zigzagando per godermela da
tutti i punti di vista e soltanto quando ci sono abbastanza vicino “vedo”.
Quello di cui mi accorgo soltanto adesso
è fantastico: nel punto in cui un anno prima impattò la latta c’è ora una bocca
azzurra!
É una bocca aperta in un sorriso con il
taglio delle labbra più basso verso il lato francese mentre il resto sta tutto
all’interno della Svizzera.
È l’omaggio postumo di un’Europa delle
pianure al montanaro sradicato che l’ha percorsa sudando in su e in giù: quello
è il suo Lago di Ginevra!