quando il racconto diventa “performance”

    

     La narrazione di Principato si svolge tra interrogazioni e racconto della vita di ogni giorno in qualsiasi branca sociale. La sua è una scrittura scarna: cinematograficamente perfette.

     Il dialogo si snoda attraverso battute a botta e risposta serrata, da lasciare senza respiro, che, poi, ritroviamo leggendo.

     Ci rilassiamo anche se il dialogo serrato ci smorza il respiro, soprattutto perché la narrativa accende nella nostra mente mille immagini, che a tanti di noi fa esclamare, e spesso: «l’avevo pensato anch’io, perché non ci ho pensato a scriverlo?

     Non è la prima volta che ci occupiamo di questo scrittore fine ed essenziale e l’orgoglio che ci serra la gola per aver creduto subito nella sua arte ci fa anche un poco soffrire per la gioia che proviamo quando leggiamo gli elogi che gli vengono dalla critica “VERA” non quella prezzolata.

     E’ recente l’affermazione della sua prima commedia ad un concorso per il teatro tra i più seri del mondo.

Ogni uomo, se vogliamo fare un paragone di carattere geografico, è un piccolo territorio che ha bisogno di essere in continuo contatto con il resto degli altri piccoli territori rappresentanti gli esseri viventi. Questa necessità di stare in comunicazione con gli altri è vera sia spiritualmente sia materialmente.

L'importanza di un legame fra i componenti di un gruppo di conterranei e anche nella famiglia, se vogliamo, si presenta drammaticamente in senso negativo, quando l'affetto non esiste più. Se invece l'accordo e la comprensione reciproca regnano, ogni difficoltà è superata in modo sereno.

Reno Bromuro

 

GIORNALISTI !

di Franco Principato

 

Neanche il fresco sibilante dai condizionatori fermò il ribollimento che gli infiammò le guance e arrossò gli occhi.

-          Fammi parlare col direttore.

-          Sono io il direttore.

-          Quello vero!

-          Faccio finta di non sentire.

-          Forza!

-          Il dottore è irreperibile; avrà il diritto di farsi in pace le sue ferie. E il direttore sono io e decido io: il tuo pezzo non sarà pubblicato. E basta!

-          Vaffanculo tu e il giornale.

Rinaldi, responsabile della cronaca locale, sbatté la porta e uscì definitivamente.

Piazza Barberini era un crogiuolo di razze di turisti, di romani ansanti, di vigili sfaccendati; solo il traffico, a Roma ad agosto, era sopportabile. Il tritone, nel centro a soffiar note d'acqua, raccoglieva a raduno accaldate membra in ammollo. Rinaldi immerse il fazzoletto nella fontana e lo poggiò, ordinatamente piegato in triplice, alla fronte a calmare il bollore nato al fresco per l'insulsa ostinatezza del suo capo.

-          Il tuo pezzo è pura fantascienza. Ma da dove ti vengono certe pensate?

-          Fantasia? E' il ragionamento più sensato, lucido e logico che si è fatto attorno a questa storia.

-          Ma ti sembra che ci mettiamo a pubblicare ipotesi? E poi proprio su questa storia così incresciosa? Ma tu sei pazzo!

-          Se ragioni, se ci riesci, capisci che è così. Quantomeno potrebbe essere.

-          Bravo! Potrebbero essere tantissime cose. Soprattutto potrebbe essere il gruppo terroristico su cui hanno puntato le indagini e di cui fa parte la ragazza che ti sta tanto a cuore.

-          Farebbe parte! Farebbe.

Il giornalista osservò il 41, il suo autobus, ripartire semivuoto dalla fermata. Normalmente poteva sedersi solo poche fermate prima del capolinea di largo Somalia. Normalmente faceva una doccia nel suo mini appartamento da ottocentomila lire il mese, una controllata alla posta elettronica, e poi a letto fino all'una o le due. Adesso, alle sei del pomeriggio, quando i giornali sono nel pieno della composizione, a casa si sarebbe sentito un solitario estraneo. Si passò il fazzoletto umido attorno al collo e scese. Un paio di turisti gli chiesero dell'ambasciata americana e indicò in inglese la strada che lui stesso avrebbe percorso; per ringraziamento ricevette un accenno di saluto militare.

Un anno prima un alto ufficiale dell'esercito italiano, incaricato di chissà quali incarichi al ministero dell'interno, fu assassinato mentre si recava al suo ufficio. Dopo ventiquattro ore ci furono: la rivendicazione dei terroristi, il ritrovamento del volantino e i simboli spruzzati sui muri della periferia romana. Adesso una ragazza e il suo avvocato stavano lottando per riconquistare una libertà rubata.

-          Ti rendi conto! Arrestano una ragazza sulla base d’indizi che potrebbero coesistere a carico di altre centinaia di persone. Ti rendi conto che migliaia di potenziali eversivi potrebbero trovarsi nella medesima condizione? Anche tu ed io se a quell'ora non fossimo stati in ufficio o se qualcuno avesse detto di averci visti chissà dove.

-          Tu parla per te. In comune abbiamo solo gli studi alla Normale. E nient'altro!

-          Cos'è? Memoria corta o rimozione mentale?

Le serre dei ristoranti sui marciapiedi di via Veneto ospitavano stranieri al fresco a sorbire l'ennesimo cappuccino. Cappuccino a merenda, cappuccino dopo pasto o solo per pasto italiano. Scosse la testa e fu salutato dalla dimenticata e stagionata attrice sempre di posta al tavolino accanto all'ingresso del bar. Una volta era il punto di contatto per eventuali scritture, adesso era la speranza di compagnia per la giornata o per un'improbabile notte. Rinaldi sorrise alla patetica distrazione.

-          Perché non vedi di saperne di più, sulla fuga di notizie, invece? O sulla rinascita dei gruppi.

-          Ma allora parlo arabo! Quale fuga di notizie?

-          Sull'indagine! E che ha permesso la fuga dei complici.

-          Ma quali complici! Ma sei di coccio! Le notizie fuggono se c'è qualcuno che le lascia scappare. Le notizie le hanno lasciate scappare per giustificare l'unico arresto. E' difficile costruire indizi su molte persone, difficile collegarli..

-          Sei tu che hai la testa dura.

-          Difficile, se sono collegati, incolparli tutti. L'alibi di uno potrebbe scagionare tutti gli altri e far crollare il disegno….

-          Becera dietrologia!

-          Allora se ne prende una, una dal passato politico estremistico, con militanza sindacale, con attività ambientalista d'assalto, da studente a capo della pantera, con contatti nei centri sociali; insomma una persona che potrebbe essere benissimo un terrorista.

-          Una persona che è stata registrata dalla telecamera di sorveglianza all'ingresso del giornale la mattina che ricevemmo il volantino del proclama.

-          Stiamo nel centro di Roma. Migliaia di persone passano qui davanti, migliaia di persone vanno a finire su quel nastro ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E poi tu ci credi a questi nuove fantomatiche cellule terroristiche? Io no! Esistono solo sulle informative rese note dal ministero. Secondo me hanno solo lo scopo di giustificare azioni di forza contro i centri sociali, quando le proteste raggiungeranno la soglia o il solista sarà di peso.

-          Non sarebbe male.

-          Cosa?

-          Niente, niente.

Il centro di Roma toglieva a tutti il respiro, a tutti tranne ai pellegrini guidati dalla solita bandierina. La fila ordinata davanti alla galleria Colonna sbarrò il passo al suo errante giro. Rinaldi cambiò marciapiede e destinazione: non più fontana di Trevi ma piazza Navona e una granita. I tavoli all'ombra erano tutti occupati. S’infilò in un vicolo, in un bar. Sorbì in piedi il refrigerio ma lo pagò un terzo. Uscì ancora alla canicola serale e rimpianse l'impianto di condizionamento del suo ufficio.

-          E poi la perizia recita che altre persone sono somiglianti alla ragazza.

-          Ma non hanno la stessa personalità dell'indagata. Ma tu fai il giornalista o l'avvocato?

-          Questa è la prima cosa giusta che ti sento dire oggi. Siamo ancora giornalisti? Riportare la notizia: mai espressione è stata così vera e sconfortante. Ci comunicano la notizia e noi la riportiamo. L'andiamo a prendere e la riportiamo: verbali, veline, comunicati stampa, conferenze stampa, fughe di notizie. Ce le confezionano e noi le riportiamo.

-          Il nostro giornale le inchieste le svolge.

-          Si! Reportage da "turisti per caso". Ma io questa notizia la scoverò.

-          E quando la scoverai passerò il pezzo. Notizie vere però, non supposizioni calunniose.

Ancora la vampata salì dal collo fino alla fronte, fino alle orecchie che sentì infiammate. Al Pantheon finalmente poté godere della frescura naturale. Ignorò lapidi e statue e dipinti a circonferenza del mausoleo. Ignorò ciceroni dotti e qualificati e vecchi e improvvisati a caccia delle mille lire. A metà del diametro reclinò completamente la testa a mirare l'inesistente culmine della cupola. Respirò profondamente come se quel buco di cielo comunicasse direttamente coi suoi polmoni, solo con i suoi. Inalò ancora con forza, ancora, ancora e poi uscì a sedersi sui millenari gradini della millenaria tomba. Multisonici idiomi gli confusero la mente stanca. Erano stanche anche le gambe. Richiese alla memoria l'ennesimo sforzo per cercare di individuare la più vicina fermata del 41. Si alzò e si guardò attorno per individuare la via che l'avrebbe riportato a casa. Il telefonino squillò e interruppe l'intimo colloquio accosciato di una coppia in calzoncini e scarponi da trekking. Si guardò i suoi mocassini firmati e rispose.

-          Pronto.

-          Ciao, sono il direttore vero.

-          Non era irreperibile?

-          Ho chiamato io il giornale. Non mi saluti?

-          Salve.

-          Torna in redazione. C'è lavoro per te, lavoro tuo: cronaca nera, non intrighi politici.

-          Non lo so se torno.

-          Sì che torni. Torna! Ma perché sei così ostinato? Eppure non sei uno che s’innamora delle idee, e poi delle proprie. Almeno non più, non più. Perché ti ostini su questa storia? Perché non lasci stare? Perché?

-          Perché, perché! Perché se ricominciassero, se ci fosse una ripresa io, io lo saprei. Io l'avrei saputo.

Aspettò l'arrivo del 41 sotto la pensilina di Piazza Venezia. Avrebbe deciso dopo se scendere a Piazza Barberini o al capolinea. I fazzolettini gli erano finiti e si asciugò col dorso la fronte sudata. Pensò che a casa il condizionatore non l'aveva ancora.

 

* * *

QUATTRO A TRE

 

Non è stata Italia - Germania dei mondiali ma pur sempre una partita di calcio, una vittoria ancora più importante.  

Per un manipolo di ragazzini e per me è stata la vittoria più bella, più emozionante, più coinvolgente che un campo di calcio possa esprimere; forse anche la più retorica per chi non sa leggere la gioia dei bambini scritta per un attimo in espressioni indimenticabili.

Quest'anno la categoria esordienti è stata avara: leva scarsa e scarsa per qualità. I dodicenni veramente portati per lo sport e, in particolare, per il calcio sono stati quattro o cinque, non di più. Ai rimanenti occorreva un'immaginazione notevole per sognare quel che tutti, alla loro età, sognano indossando una maglietta con stampigliato un numero e "Del Piero" o "Ronaldo". Anche per me era uno sforzo immaginarli in divisa e schierati in campo.

A settembre, all'inizio degli allenamenti, era stato laborioso riuscire a farli giocare, a divertirli. Dopo gli esercizi, fisici e tecnici, dovevo risolvere la problematica equazione dell'attesa partitella: cercare di schierare le squadrette di sei o sette giocatori in modo che non ci fossero squilibri tecnici, fisici, psichici e anche umorali. Certi giorni sbagliavo e così ero costretto, con mio diletto, a schierarmi e a sudare per eliminare il divario; o a commettere madornali errori mandando in gol il mio avversario. Mi aiutavo anche con le interpretazioni arbitrali poco imparziali e alle proteste ribattevo che dovevano abituarsi anche ad arbitri che potevano sembrare di parte. Dopo un mese tutti mi avevano scoperto: ero velocissimo a fischiare la fine della partita appena, verso il termine della sessione, si raggiungeva un temporaneo pareggio.

Sono solo un allenatore! Come spiegare ai fanciulli che per me è importante istruirli alla vita? Come spiegare che quei ragazzini "scarponi" devono vincere la loro partita più importante: stare in campo anche se non sono i migliori; anche se non sono i primi e restarci per tutta la vita.

Carlo arrivò alla scuola calcio accompagnato dal certificato medico e dalla preghiera del padre: deve muoversi. Carlo a dodici anni era alto un metro e ottantacinque; a dieci anni era già un metro e settanta. Smise di giocare per strada con i coetanei. Si rinchiuse a scuola, a casa e in se stesso. Aveva perso la capacità di svolgere le più semplici attività motorie: correre, saltare, perfino chinarsi per lui era diventato un problema; aveva perso il controllo motorio del suo nuovo corpo. Salvatore non aveva l'orientamento spazio-temporale, forse per una leggerissima forma di dislessia: vagava per il campo e cercava di colpire palloni fuori della sua portata e finiva per calciare l'aria. Marco era bulimico: al campo poteva stare due ore senza mangiare e poteva bruciare un po’ del suo grasso. Anche loro erano in squadra.

In tutta la prima parte del torneo ottenni solo sconfitte. Anche se la squadra era rafforzata da alcuni bravi "pulcini" raccolsi sei sonore sconfitte e le lamentele dei più bravi: non dovevo far giocare tutti, tutti. Le lamentele e i mugugni continuavano anche a casa perché Calogero, uno dei più bravi che può sognare di diventare calciatore, è mio figlio. Spiegargli che il regolamento obbliga di far giocare tutte le riserve non riesce a convincerlo perché non è uno sprovveduto: la soluzione è non convocarli per le partite ufficiali; spiegargli che è solo un gioco, un divertimento non gli accorcia il muso. Qualche volta è bello vincere ed è più divertente.

Arriviamo a maggio. Carlo comincia a correre, comincia a staccare entrambi i piedi da terra; Salvatore si perde ancora per il campo però colpisce il pallone e non l'aria; Marco è sceso a sessantacinque chili e non scappa più, appena finito l'allenamento, a mangiare il panino e Francesco, dopo un mese di sospensione per aver fatto a pugni durante l'allenamento, non litiga più e alza gli occhi al cielo quando s’innervosisce.

Dopo mesi di allenamento riprende il torneo e giochiamo la prima partita. Stiamo vincendo tre a uno alla fine del primo tempo. Entrano tutti gli altri, tutti. Tre a due, quattro a due. Quattro a tre, l'arbitro fischia la fine. Salutiamo gli avversari e rientriamo nello spogliatoio. Sbalorditi tutti i ragazzi siedono addossati alle pareti. Chiedo ai ragazzi di alzare la mano e passo a dare il cinque ad ognuno. Vorrei parlare ma non ci riesco per il groppo in gola e per l'urlo improvviso, assordante, liberatorio e felice che rintrona lo spogliatoio; urlo che è un canto di gioia, un sudato abbraccio. E' il quattro a tre più bello della mia vita.

 

* * *

 

Legittima difesa

“Piove! Ancora! Piove da una settimana, maledizione. Sì, ogni tanto smette; ma per poco. E ricomincia”. Carmelo aziona il tergicristallo commutandolo da intermittente a fisso alla prima velocità; accende anche i faretti antinebbia. “Sicilia: un’estate lunga sei mesi”. Pensa allo slogan e alle vacanze pasquali saltate. “Laggiù l’estate è già cominciata” “Ma i ragazzi devono andare a Praga! Vuoi negare a Deborah e Calogero (Calogero, perché mai ti ho ceduto, Calogero come il nonno) l’esperienza della famosa primavera di Praga?”. Carmelo scuote la testa. “E basta con questa Sicilia, tanto non ci saremmo andati lo stesso. Io non ci sarei venuta neanche morta”. Primavera di Praga per Alice corrisponde ad un equinozio esotico; neanche a una canzone… Sorride Carmelo e canticchia e pensa ad Augusto. “Senza di lui i Nomadi non saranno mai la stessa cosa”. Considera Augusto un amico defunto, come Ayrton; pianse quel giorno davanti alla tv. “Lunga e dritta correva la strada, l’auto veloce correva…Se lo farò, lo farò così”. Fa il calcolo delle assicurazioni e considera soddisfacente la contropartita pro eredi in caso di incidente automobilistico. Così può farlo senza complessi di colpa nei confronti dei figli.
Finalmente arriva al complesso residenziale Cinque Terre: villette mono familiari per milanesi ricchi che si accontentano del clima della Liguria, deserte per tutto l'inverno, animate nei week-end primaverili e affollate d’estate. La signora Wilma Bosch l’ha conosciuta in clinica, ricoverata per un colpo della strega. “Figurarsi… I soldi”. Adesso ad ogni fine settimana va in villa a massaggiarla. Cinquantamila lire a seduta non sono da buttare e i soldi non bastano mai quando i figli crescono. “Assomiglio più a un bancomat che a un padre..” “Papà, non mi assillare! Ti voglio bene!”.
Villa Wanda sembra essersi nascosta. “Non è questa! Ogni volta è la stessa cosa: sono tutte uguali… o stavolta non ho azzeccato il vicolo…. Eccola! Ormai ho parcheggiato..” Carmelo scende dall’auto. Chiude. Riapre e prende la borsa dal sedile posteriore. Richiude a chiave. Fa quattro passi e ritorna. Controlla la maniglia della portiera, scuote la testa e si avvia. Alza gli occhi sulla villetta sbagliata, sulla finestra accesa e tende l’udito al trambusto e alle grida soffocate e si gira fronte al vialetto. Si apre la porta. Esce affrettatamente, fissa Carmelo negli occhi con occhi vitrei, lo scosta con una spallata e corre. Carmelo mira ancora il volto imperlato, incorniciato dal telaio dell’uscio rimasto spalancato. Lei, carponi tenta di uscire. Carmelo, stupido samaritano, si avvicina e l’abbranca. Lei urla e coll’ultima energia gli solca il viso con unghia laccate di sangue. Adesso è una sirena che urla all’uggiosa sera. Carmelo non la sente più, non sente più la sottile pioggia, non sente il peso del corpo morto, non sente più nulla. Adagia con insulsa delicatezza la donna sullo zerbino e fugge. Fugge per siepi, per aiuole, per giardini, per roseti. “La borsa”. Fugge per vialetti e per sentieri alberati a strapiombo sul mare di Portofino.

Santa Margherita adesso sembra una succursale de Il secolo XIX. Furgoni con parabole sul tetto affollano il lungomare. Telecamere inquadrano giornalisti e sfondo di mare pietroso e grigio più del cielo. L’Hotel Principe riserva le migliori stanze agli anchorman più famosi: dispiegamento eccezionale per un fatto di cronaca, ma la notorietà della vittima lo impone a direttori, a editori. Marisa Pallaschier era il più famoso ginecologo della nuova era delle gravidanze impossibili e dei parti eclatanti. Marisa Pallaschier nel golfo del Tigullio ci viveva tutto l’anno. Nel piccolo universo della clinica Cornelia, fra sale di operazioni e saloti d’amministrazione era la regina. Marisa Pallaschier aveva goduto del magico tocco delle miracolose mani di Carmelo, senza pagare le cinquantamila lire per quarto d’ora; era il suo datore di lavoro ma quella sera il fatale appuntamento non era segnato nell’agenda.

Tullio Sardi suona al citofono. Al ritrdato “Chi è?” di Alice risponde seccamente “Telegramma” e si guarda intorno. Spinge il portone, dopo lo scatto, e sale le scale. Alice è fremente sul pianerottolo. L’impostore scopre il suo bluff e si presenta come inviato speciale. Alice, stizzita, scoppia a piangere e tenta di rifugiarsi in casa. “Posso aiutarla a ritrovare suo marito!” Alice esita e il cronista può fermare la porta prima che si incastri nel telaio. Alice pensa: al suo bluff coi figli turisti praghesi, al loro imminente rientro, all’assenza di Carmelo, all’accusa infamente e disastrosa. Pensa alla sua completa ignoranza delle sorti del marito. Spinge smpre meno sullo stipite e infine si arrende. Lo fa accomodare in salotto, raccatta la scatola di kleenex e gli siede di fianco. “Io voglio aiutarla, aiutarvi a lei e a suo marito. Io posso trovarlo, se lei mi aiuta. Io sono venuto da lei perché credo che suo marito non sia colpevole”. Alice è inquieta, nervosa, irritata; pensa: “Dove ho già visto costui? Dov’è Carmelo? Perché? Come? Com’è?” Continuano le domande a rimbalzarle fra labbra, occhi, cervello. L’udito continua a cogliere le parole di Tullio Sardi. “Ho raccolto tutte le notizie possibili sul conto di suo marito e penso di aver capito dove potrebbe nascondersi e perché la polizia non lo trova. Io voglio parlargli, per aiutarlo”. Alice ha un dubbio. “Ma lei è proprio lei?” Tullio Sardi sorride e le mostra la tessera dell’ordine, pensa all’handicap di essere solamente colonna della carta stampata e non del video. Pensa anche ai vantaggi. Cerca di svolgere la parvenza della sua professione. “Mi parli di voi”. Alice soffia sul fazzolettino e balbetta. “Siamo sposati da venti anni”. Piange. “ Ci siamo conosciuti sul lavoro”. Non resiste Alice. “Dov’è? Io devo vederlo, devo parlargli. Prima che …. Prima ….”. Non resiste Alice, sbotta in pianto convulso e brucia kleenex. “Dov’è?”. “Possiamo tentare ora stesso. Suo marito presta o ha prestato servizio nel volontariato..”. “ Sì! Presta, anzi dona, diversi pomeriggi al centro di accoglienza…” “…A Genova, in un centro per clandestini. Lui attualmente, mi scusi, è un clandestino, fra clandestini … Mi capisce vero? Potrebbe essere lì, ma io da solo non” Tace in tempo Tullio Sardi. “Andiamo!” “Porti Una foto” “Non occorre, lo conoscono tutti”. Occorreva a lui. Fisssò la foto matrimoniale sul tavolinetto, troppo vecchia, e fece spallucce.

Al centro Senza Bandiere, un vecchio baglio riadattato vicino al porto vecchio, giunsero dopo un’ora di traffico autostradale e caos cittadino; Genova inondata è impossibile. Alice chiede. A tutti, assistenti volontari e assistiti della mensa, dormitorio, consultorio, domanda di Carmelo. Dinieghi in italiano e occhiate scettiche accompagnano la sua rassegna. Quasi urla. “Sono la moglie. Sono sua moglie, aiutatemi!” Occhi neri squadrano Tullio Sardi che, sopracciglie asimmetriche, osserva. Un uomo, scuro, si para ad Alice. Si porta l’indice sotto il naso, perpendicolare alle labbra. Si sfila il grembiule, la prende per mano e la conduce. Scala Alice la salita di via Pra, inseguita dal cronista ambiguo. Bussa anche lei al basso secolare ma la guida le blocca le mani e ripete il ritmico permesso. Carmelo apre al singhiozzo angosciato di Alice. Chiude gli occhi nell’abbraccio e piange. “Non sono stato io, non sono stato io”. Inquadra, sopra la spalla della moglie, il volto indelebile incastonato nella villa dannata. Gonfia il petto contro il seno di Alice e sgrana gli occhi nell’interminabile apnea angosciata; morde con le unghie il convulso abbraccio. Urla il cervello dislettici pensieri. “E’ lui! E’ lui. E tu? Perché tu?” Si stacca da Alice, la strattona. “Perché tu e lui? E’ lui! Lo capisci che è lui?” Carmelo rivive ancora le sue allucinazioni, il suo incubo desto. Grida Carmelo e travolge Alice, travolge Tullio Sardi nella corsa discendente della selciata rua. Piange per terra Alice all’eco delle grida dell’insano padre dei suoi figli. Piange ancora dentro al suo rifugio fra braccia scure e forestiere. Cerca Tullio Sardi che non c’è più. “Non c’è più”. Come in clinica, lo vede e non c’è più, come in clinica.

Continua a piangere a casa Alice e parla con Carmelo assente. “Io non ti capisco” “Hai mai tentato? Provaci qualche volta a capirmi. Vedrai che non è difficile, Alice. Alice, non lasciare sempre che siano gli altri a capirti e, peggio a farti capire. Capirai quello che gli altri vogliono, o non capirai”. Alice osa. Si sforza, cerca di ragionare, tenta di capire. Prova a mettere ordine fra i suoi isolati collegati logici. “Tullio Sardi è lui! E’ lui cosa? Tullio Sardi era in clinica. Quando accadde? Perché? Forza Alice, non piangere e pensa. Non sei stato tu. Quando? L’intervento disgraziato! Sì! L’aborto di quella povera ragazza. E’per questo che non ricordo. Che disgrazia morire a vent’anni. Cosa c’entra Tullio Sardi? Era lì, in subbuglio. Cosa farfugliò? Cosa? Forza Alice. Calma e … Ti ammazzo! Disse: ti ammazzo. E’ lui! Capisco, Carmelo , capisco! E’ lui l’assassino di Marisa Pallaschier. Perché? Perché la morte della signorina… disse: ti ammazzo, ti giuro che ti ..No! Ragiona e pensa. Li. Li ammazzo! Li ammazzo, ti giuro che li ammazzo. Li … li …”. Il cuore di Alice comincia a correre in salita verso la gola, supera, arriva alle tempie e sfonda il cervello. Pulsa sulla nuca, abbraccia la testa e stringe gli occhi accecandoli. Lei pure era nella mortale sala, infermiera immobile nella concitata fatale sventura. Ucciderà anche lei! “Sei sicura Alice? Si, sì! Li ammazzo, giuro che li ammazzo”. Impietrita e sudata, gelata e sgomenta, in poltrona abbandonata con occhi sbarrati Alice giace esausta dal suo pensare. Rianimata dal quarto squillo del citofono risponde “Chi è?” con voce flebile e secca, in falsetto da automa. “Tullio Sardi”. Alice apre il portone. In trance, contando i radi battiti di ciglia, infinitamente lenta cerca nel fondo dell’ultimo cassetto. Con gesti meccanici, meccanici scatti, arma rigidi arti per il convegno finale. Suona alla porta la mostruosa rivelazione, trilla alla sua vittima. Alice non apre. Punta e spara. Spara alla porta tutto il terrore, spara la morte, spara il dolore.


Franco Principato