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MAVIE di Reno Bromuro Mavie! L'aveva incontrata una sera che il cielo aveva dimenticato di chiudere la porta, tanta era l'acqua che cadeva. Ritornava a casa dopo il lavoro, bagnato fino alle ossa, quando improvvisamente si era aperta la portiera di una cinquecento, parcheggiata al bordo della strada, e una voce aveva detto: - Entra, ti stai bagnando tutto. - Più di così? - Aveva risposto, entrando nell'auto. Quella voce ben modulata era stata come una calamita: dolce, morbida, sensuale. Aveva provato una strana sensazione, si era sentito eccitato. Che gli stava accadendo? Quando mai una voce era riuscita a sensibilizzarlo a tal punto? Non c'erano riuscite tante altre donne, forse più belle, perché quella sconosciuta, si? Era buio, ne immaginava le fattezze, dall'ombra del volto che intravedeva nell'abitacolo angusto della piccola utilitaria. Avevano parlato tanto, ma a Giovanni era parso che fosse stato il solo a parlare. La donna dalla voce morbida, calda, carezzevole e sensuale gli accendeva il sangue. Si sentiva male, voleva fare l'amore. Doveva farlo! Lo aveva fatto nella piccola "scatoletta". Non la conosceva, eppure dopo neanche dieci minuti aveva fatto l'amore con lei. Ma era impazzito? - Perché fai l'amore come i cani? - Aveva domandato la donna. - Perché come si fa, l'amore? - Come si fa l'amore!? - La donna continuava a scrutarlo, senza parlare. Grande era stata la sua meraviglia quando la donna, sempre silenziosa, gli aveva fatto una tenera carezza. - Cucciolo! - Aveva esclamato. Cucciolo? Sua madre aveva l'abitudine di carezzarlo a quel modo e di chiamarlo "Cucciolo", con tanta dolcezza. Spinto da uno slancio di tenerezza le si accucciò in grembo, proprio come faceva con sua madre quando voleva ottenere qualcosa. Non si era domandato neanche che aspetto avesse: dava per scontato che fosse bella. Con quella voce non poteva essere altrimenti. Le mani, prima dolcemente, poi sempre più avide, dal volto scesero al corpo; le bocche si cercavano ansanti. I baci si susseguivano come i secondi sul quadrante di un orologio, senza riuscire a trovare le labbra. Poi, evidentemente, le lancette dovettero incepparsi perché, le labbra si erano trovate e il bacio era stato lungo e appassionato. Grande e meravigliosamente fantastico era stato il ritrovarsi naturale dei sessi. Non credeva a ciò che gli stava accadendo e... in un auto, per giunta. Come gli appariva contrastante, la calma interiore che sentiva, con l'imperversare della tempesta fuori dell'abitacolo. Le ore erano passate velocissime. All'alba un leggero torpore nelle ossa li aveva svegliati, quasi contemporaneamente. Erano mani nelle mani. Nell'arancione in campo azzurro dell'alba aveva visto un volto bello, dai lineamenti perfetti. Le labbra sembravano disegnate da Francesco De Nittis; il nasino alla francese; un colorito roseo le illuminava il volto e gli occhi limpidi come un lago di montagna incorniciato di conifere. - Dio, che manicomio! - Aveva esclamato lei. - Che pazzi che siamo! Gli piaceva ascoltarla. Sarebbe rimasto tutta la vita ad ascoltarla. Dei vestiti che gli si erano asciugati addosso, non se ne curava. Che avrebbe potuto buscarsi una polmonite, nemmeno ci pensava. L'aveva guardata ancora in quegli occhi calmi e ridenti, aveva avvicinato la bocca alla bocca di lei e le aveva sfiorate le labbra, mormorando: - Buongiorno. - Poi aveva aperto la portiera ed era saltato fuori dell'auto. Solo allora aveva visto la strada. Non era quella che portava dalla fermata dell'auto a casa sua. Come mai si era potuto sbagliare? Ma non glien'era importato niente. Era una strada meravigliosa: un lunghissimo viale popolato ai bordi da platani giganteschi, la cui corteccia grigiastra, nel colore dell'alba, si era vestita di un rosa scarlatto effervescente; le foglie larghe trasformate in alianti in gara sotto la brezza leggera del vento; i glomeruli penduli, tante lampadine fluorescenti lievitanti nell'aria. Era veramente un bel viale. Dal lato opposto al parcheggio dell'auto, un prato ben curato: fiori di tutte le specie e di tutti i colori emanavano un odore soave. Aveva corso in mezzo all'erba, si era rotolato su di essa come una palla, poi scattante come un atleta e felice come un bambino aveva raccolto alcuni fiori. Era giunto, giocando, davanti ad un cancello, all'interno del quale un giardino favoloso sembrava invitarlo. Era entrato ed aveva reciso una rosa dai teneri colori. Era ritornato dalla fanciulla e gliel'aveva porta. - Te la farò vedere io la rosa, questa sera, se vieni. - Aveva detto trasognata. Ma lui non ci aveva notato, doveva recarsi al lavoro, doveva farsi vivo a casa, forse erano in ansia, preoccupati. - Non ti allarmare... - Aveva detto la donna - tanto nessuno ha notato la tua assenza. Perché gli diceva quelle cose cattive? In casa era amato da tutti. Forse durante la notte avevano sofferto, forse l'avevano cercato negli ospedali e ai commissariati. - Non avvelenare la gioia che è dentro di te, nessuno si è accorto della tua assenza, nessuno, ti dico, ha sentito la tua mancanza, non ti crucciare. - Aveva ripetuto lei, persuasiva. - Dai, sali... - aveva aggiunto vedendolo muto e imbronciato come un bambino scontento. - Ti accompagno a casa. Era salito in macchina svuotato di ogni energia. Avevano fatto la strada in silenzio. - Siamo giunti. - Aveva detto semplicemente. - Fermati per favore. E' lì che abito - indicando un caseggiato screpolato. - Grazie. Ci vediamo, d'accordo? - Aveva continuato stringendole la mano. - Dormivi... non mi andava di svegliarti, così... ho messo in moto e ti ho portato al Gianicolo. - Aveva detto la ragazza, partendo a razzo. Era già sulla porta di casa e stava per infilare la chiave nella toppa, quando si era reso conto di aver bisogno di quella ragazza e non sapeva niente di lei, se non il colore della cinquecento e che era bellissima come un angelo. "Forse è meglio così", si era detto; e facendo spallucce era entrato in casa. Si era appena tolto di dosso gli abiti appiccicaticci, per infilarsi nel bagno e fare una doccia bollente. - Com'è che ti sei alzato così presto? - Lo aveva raggiunto la voce, ancora assonnata, di sua moglie. Lui non aveva risposto e aveva continuato a spogliarsi e a prendere la biancheria pulita nel cassetto. - Hai fatto tardi ieri sera? - Aveva domandato ancora la moglie. - Hai preso molta acqua? - Lui aveva continuato a non rispondere, non gli andava di dire una bugia, però la verità se la sarebbe meritata. Possibile che nessuno aveva veramente notato la sua assenza? E già! Se l'avessero notata, la moglie lo avrebbe saputo. Ti pareva che se qualcuno dei figli l'avesse notata non l'avrebbe detto alla madre? - E alziamoci! - Aveva esclamato Marilena, spazientita, scoprendosi. - 'Stamattina è fatto giorno prima! - E continuava a borbottare infilandosi la vestaglia. - Non c'è mai pace in questa casa! - Per non sentirla si era infilato nel bagno e, cosa che non aveva mai fatto, si era chiuso a chiave. Col rumore dell'acqua, la voce di Marilena gli giungeva come il borbottio orante di una bigotta. Mentre si era crogiolato sotto la doccia, il pensiero era ritornato alla donna della cinquecento. Oltre ad essere bella era anche saggia. Si era stupito di guardarsi allo specchio. Lo faceva raramente, neanche quando si radeva si soffermava a guardarsi. Si era scrutato il volto, il corpo; e nello specchio, accanto al suo, era riflesso il volto della donna della cinquecento. Si era sentito invaso da un languore mai provato. Aveva fra le braccia il corpo flessuoso, ne sentiva il calore vibrante sulla pelle; il miele della bocca e, inconsapevolmente, si era passato la lingua sulle labbra per gustarne il sapore. - Da quando in qua? - Aveva gridato Marilena, scotendo la porta del bagno. - Perché ti sei chiuso dentro? Mi apri?! La richiesta era di comando. Lui aveva finto di non sentire, ma la moglie aveva insistito. Per farla smettere, per non farle scardinare la porta del bagno, aveva detto ad alta voce. - Un momento, arrivo! - Aveva infilato l'accappatoio, aperto la porta e uscito. Marilena lo aveva seguito con lo sguardo indagatore. - Ma che... sei impazzito, 'stamattina? - Aveva domandato con autorità Marilena - Stai facendo cose mai fatte. Ti alzi prestissimo che il sole non è ancora sorto, entri per fare la doccia e chiudi la porta a chiave. Stai bene? Non rispondeva. Non aveva voluto rispondere. Doveva uscire da quella casa il più presto possibile. Gli aveva dato maledettamente fastidio il sapere di non essere considerato dalla sua famiglia. Eppure aveva avuto l'illusione che fosse unita. Era anche vero che i turni di lavoro gli permettevano di stare con loro una domenica ogni tre mesi e un Natale ogni sei anni; ma non era mica colpa sua, doveva pur lavorare se volevano mangiare. Marilena aveva continuato a parlare. La sua voce cantilenante e monocorde gli aveva dato sui nervi. Aveva sibilato un "Ciao" tra i denti e aveva aperto la porta, dicendo tra sé: "L'ufficio. Sì l'ufficio è un rifugio sicuro." Reno Bromuro |