1.
La ragazza stava seduta di fronte a me, le gambe accavallate bene in mostra.
L'avevo vista quando, insieme, eravamo scesi a Crescenzago dalla metropolitana
per Cascina Gobba, ma non mi aveva colpito particolarmente. Avevamo atteso
insieme il treno per Cologno Nord, lei leggendo un voluminoso tascabile
di Grisham, io pensando al nebuloso futuro cui andavo incontro. Quando
infine giunse il convoglio, dopo dieci minuti d'attesa, entrammo affiancati;
io mi sedetti subito sulla destra mentre lei, dopo essersi guardata intorno,
si sedette sul sedile opposto. Appena scesi al capolinea io mi avviai
a piedi, verso Brugherio, passando dalla parte della scuola che anni prima
aveva ospitato i miei studi. Camminavo pensando a lei... ed alle sue cosce;
le avevo studiate, con fugaci occhiate, durante le poche fermate percorse
insieme. Ora, ero turbato dalla strana paura che mi aveva preso, di fronte
a quel gustoso spettacolo: perché quelle cosce socchiuse ed accavallate,
rese appena lucide dal sudore, mi attraevano ed insieme spaventavano?
Avevo guardato anche il suo viso, un viso deciso e certo non bellissimo,
rude e dolce allo stesso tempo, con gli occhiali da sole che nascondevano
gli occhi e la direzione del suo sguardo, dando contemporaneamente mistero
e voluttà a quell'austero volto. 'Mi stava guardando?' Mi chiesi mentre,
stringendo bene le manopole della mia pesante borsa, rovesciavo il braccio
indietro ed appoggiavo il peso della borsa sulla spalla sinistra. Non
potevo esserne certo, ma pensavo di sì. E perché, allora, ero stato quasi
intimidito da quella ragazza? Mi sentivo strano; forse il pensiero della
difficile avventura nella quale mi ero imbarcato, quel pomeriggio uscendo
di casa, mi rendeva già diverso da tutti gli altri giovani, che passano
moltissimo del loro tempo pensando di accoppiarsi, e pochissimo accoppiandosi.
Comunque, lo squillo di un clacson mi riportò alla calda realtà di quel
pomeriggio di fine Giugno. Mi voltai verso la strada. "Vuoi un passaggio?"
mi chiese quella stessa ragazza che per qualche minuto aveva monopolizzato
i miei pensieri. "Certo" le risposi sorridendo, e attraversata la strada
salii sulla sua Punto; salendo, l'occhio mi cadde quasi involontariamente
sulle sue gambe, ora composte nell'atto di guidare. Se n'era accorta?
Non mi interessava e, comunque, ormai mi ero spinto oltre quello stupido
e leggero timore, superandolo. "Dove vai?" mi chiese, rimettendo l'auto
in moto, guardandomi sempre attraverso i suoi occhiale scuri. "A Nord"
risposi, molto semplicemente. "A Nord?" ripetè, sorridendo, "Vai in qualche
posto o semplicemente a Nord?" concluse, fermando la macchina davanti
ad un semaforo rosso. "Semplicemente a Nord" risposi, guardandola anch'io,
"Sono in viaggio". "E dove vai di bello?" chiese, ripartendo. "Beh...
vado in India". "In India? A piedi?" disse lei, incredula. "Sì. Ho perso
una scommessa, ed ora devo raggiungere un mio amico che un anno fa è andato
in India" le dissi, quasi stupito anch'io dal non senso di quello che
dicevo; "Comunque, se dovesse capitare, prenderei anche il treno" aggiunsi
mentre notavo che sotto al suo seno, sodo e ben visibile attraverso l'aderente
magliettina verde, apparivano delle zone più scure di sudore. Lei rise,
scuotendo la testa. "Che tipo strano sei" disse, cercando un pacchetto
di sigarette nello scomparto a sinistra del volante; "Dove ti posso lasciare?
Magari mi piacerebbe, ma non posso accompagnarti fino in India" aggiunse
poi, accendendosi una Diana. "Naturalmente non chiedevo tanto" risposi,
"Puoi lasciarmi dove vuoi dalle tue parti, purché sia vicino ad una strada
un po' grossa, così posso fare l'autostop". "Io vivo ad Arcore" mi disse,
"Ti posso lasciare a Monza... non so... a Vimercate". "Monza va benissimo,
grazie" le dissi, "Ho abitato a Brugherio per vent'anni, conosco la zona".
Cadde improvvisamente un silenzio strano, reso più insopportabile dalla
lunga coda di auto in cui eravamo imprigionati e dal caldo afoso e puzzolente
che saliva dall'asfalto della strada. In qualche modo volevo rompere quell'imbarazzante
silenzio, se non altro per dimostrarmi riconoscente per il passaggio,
così dissi: "Se mi lasci alla Delchi, per me va benissimo. Mi spiace solo
di non poter far nulla per ringraziarti". "Beh, un modo ci sarebbe" disse
lei, guardandomi in modo strano da sotto gli occhiali scuri, che ora aveva
appoggiato sulla fronte, coi suoi begli occhi verde chiaro, "Stavo pensando...
sai cucinare?" "Beh, sì; non sono un fenomeno, ma dietro ai fornelli me
la cavo, all'occorrenza" risposi, senza riuscire a capire dove volesse
andare a parare. "Se ti va bene", proseguì, "potresti venire a casa mia
e, mentre mi faccio la doccia, potresti cucinare per me. Così domani mattina
puoi ripartire tranquillamente, riposato e rifocillato a dovere>>; mi
guardò ancora, sorridendo in modo accattivante. "Che ne pensi?" "Va benissimo!"
esclamai; "Non avrei mai sperato di meglio, come primo giorno!" Mentre
parlavo, però, pensavo con un po' di rammarico alla eccessiva fortuna
che avevo avuto, temendo di esaurire subito il mio bonus, rimanendo così
senza per futuri e lontani pericoli sconosciuti. Arrivammo a casa sua,
cucinai un po' di pasta e della carne; poi, mentre lei si pettinava e
si vestiva, scesi un momento nel negozio di quartiere ed acquistai un
vino un po' particolare, attingendo alle mie scarse conoscenze sull'argomento,
per sembrare un po' più fine. Ben sapevo, d'altronde, che a volte con
le donne un po' di finzione è necessaria, per conquistarle, ed ormai avevo
deciso come ricambiare la sua gentilezza: le avrei fatto passare una bella
serata, impegnandomi al massimo, docile per il suo piacere. La cena fu
perfetta, si chiacchierò e si rise parecchio ma, quando venne l'ora di
andare a dormire, l'atmosfera si fece più pesante: i nostri sguardi, durante
l'intera serata, non avevano lasciato dubbi, in entrambi, su come si sarebbe
conclusa la cena. Nessuno però voleva fare il primo passo, forse perché
entrambi ci gustavamo quegli attimi in cui ogni gesto, ogni sospiro, ogni
sguardo aumentava il desiderio, rendendoci languidi e nervosamente silenziosi.
Con la scusa di lavare i piatti, io mi alzai e mi diressi in cucina; ma
ancora prima d'arrivarvi, lei mi chiamò, mi prese per mano e, semplicemente,
mi condusse in camera da letto. Restammo svegli fin quasi all'alba, facendo
l'amore e raccontandoci strane storie, ben sapendo che entrambi attingevamo
all'allucinata e quotidiana realtà milanese e, in egual misura, alla nostra
fantasia. Ciò che mi turbava, mentre cercavo di prender sonno, era forse
il più insondabile mistero dell'esistenza umana: perché le cose che da
tempo cercavamo le troviamo solo quando ormai cerchiamo qualcos'altro?
L'unica risposta che riuscii a darmi era che quando si lascia qualcosa
che si è vissuto per tanto, essa ci appare negli ultimi momenti come un
qualcosa che in circostanze diverse non si sarebbe mai abbandonato. Ma
cosa sono queste "circostanze diverse" se non gli aspetti della cosa da
cui partiamo, e che fino ad un attimo prima avevamo odiato? Non è forse
la vita un continuo fuggire da qualcosa che conosciamo ed odiamo, verso
qualcos'altro che amiamo perché ancora non conosciamo? Questi scherzi
continui, queste burle crudeli che il destino ordisce alle nostre spalle,
non sono forse il dolce e contemporaneamente l'amaro della vita? Tutto
questo non mi era chiaro (e forse non lo sarebbe stato mai) e mentre lentamente
mi addormentavo per la prima volta in un letto che non era il mio, queste
ed altre domande nascevano in me ed io, riconoscendole come le mie future
e silenziose compagne di viaggio, le accolsi quasi con amore.
2.
La mattina dopo lei si alzò presto, si vestì e mi svegliò solo prima d'uscire.
Appena aperti gli occhi, m'apparve il suo viso, a pochi centimetri dal
mio. Mi stampò un bacio sulle labbra e, scivolando lungo la guancia, arrivò
fino al mio orecchio; "Rimani!" mi sussurrò, "Rimani ancora un giorno,
eh?" poi mi guardò, sorrise, ed infine uscì, lasciandomi solo. Nuove domande
m'assalirono, dubbi vecchi di anni, inquietudini soppresse da tempo...
ma ancora una volta le affogai nel sonno... avrei avuto tempo, in futuro,
da dedicare a loro. Quando mi svegliai, tutte le domande si risvegliarono
con me. Che cosa dovevo fare? Dovevo partire? Rimanere con questa ragazza,
Laura, ancora un giorno? E se poi i giorni fossero diventati due, tre...
e poi mesi ed anni? Dovevo rischiare di veder morire, subito dall'inizio,
i miei sogni di vagabondaggio? Non sapevo. Così, dopo aver mangiucchiato
qualcosa, uscii per una passeggiata, sperando mi portasse consiglio. Nel
parco dove mi diressi, vidi gruppi di bambini che correvano, chi dietro
ad un pallone, chi dietro al proprio infantile entusiasmo; vidi adolescenti
che si sbaciucchiavano e si pavoneggiavano nei loro vestiti alla moda,
che già trasudavano quei dubbi esistenziali che presto li avrebbero assaliti,
lasciandoli indifesi e nudi in un mondo ostile che non li avrebbe mai
capiti, qualsiasi cosa fossero diventati; vidi genitori stanchi e tristi,
che sorvegliavano i bambini vocianti e spensierati che avevano generato,
spinti più dall'istinto che da una razionale volontà d'esser genitori.
Perché non volevo diventare come loro? Perché temevo ed aborrivo ciò che
da tutti era considerato normale? Era forse la mia natura, già diversa,
a spingermi su strade che mi avrebbero portato verso un'esistenza "altra"?
O era la paura? Ormai ero libero, avevo tagliato i fili che mi legavano
alla mia famiglia ed al mio mondo, che già ora mi sembrava vecchio; ora
potevo scegliere, con calma, di giorno in giorno, cosa fare di me e del
mio futuro, della mia vita. Perché, allora, era così difficile scegliere?
Cos'è che volevo veramente? Volevo rimanere da Laura. "Voglio rimanere
qui" dissi, ormai diretto verso la casa di lei; "Voglio rimanere da Laura,
almeno per stasera". Rientrai in casa e subito mi buttai sotto la doccia,
per lavare il mio corpo e la mia anima dal sudore e dai tormenti del pomeriggio.
Quando Laura rincasò e mi vide, fresco e sereno come il giorno prima,
si dichiarò felice e passammo un'altra notte amandoci e parlando, soffocando
temporaneamente le nostre inquietudini diurne in una moltitudine di piaceri
notturni. "Domani riparto" le dissi, dopo l'ennesimo amplesso, non appena
la pelle sudata si fu asciugata alla brezza appena tiepida che spirava
dalla finestra socchiusa. "Perché?" mi chiese, carezzandomi il petto,
"Non stai bene qui?". "Sto benissimo qui" la guardai e non riuscendo a
mentire, aggiunsi: "Sto troppo bene qui con te, e se non riparto adesso,
temo che non riuscirei più ad andarmene, a lasciare tutto questo". "Perché
vuoi andare via?" chiese ancora, "Non è solo per la scommessa che devi
andare in India, vero? C'è qualcos'altro che ti spinge via". "Sì" dissi,
"C'è qualcos'altro". Poi tacqui, ed anche Laura tacque con me. Avvicinò
il suo volto alla mia spalla e la sfiorò con le labbra. Restammo silenziosi
ed immobili per parecchi minuti, poi di colpo si issò su un fianco, scoprendo
il seno sudato i cui capezzoli s'inturgidirono subito a contatto con l'aria
fresca. "Rimani" disse, quasi ordinandomelo. "No. Vieni con me, Laura.
Parti con me". La mia richiesta la prese alla sprovvista e sul suo viso
calò rapida l'ombra umida della paura. Una goccia del suo sudore scivolò
dalla sua fronte e, cadendo, arrivò improvvisa sulla mia pelle. "Non posso"
disse infine, abbassando lo sguardo su di me, "Mi piacerebbe, ma non posso".
"Perché non puoi? Cos'hai di importante da fare qui?" "Il lavoro... la
casa... i parenti... non posso partire così, senza sapere quando tornerò...
o se tornerò!>> rispose, appoggiando la testa di fianco alla mia. "Se
è solo per questo, allora potresti venire con me" sussurrai. "Come faccio...
io non... non..." "Non ne hai il coraggio?" suggerii. "No... sì... non
lo so" rispose, e si strinse a me; "Non lo so" L'abbracciai, cercando
attraverso il mio corpo di comunicarle quelli che erano i miei sentimenti
ed i miei dubbi... che in fondo erano anche i suoi. "Non lo so" sussurrò
ancora Laura, come in risposta ai miei silenziosi incitamenti, e poco
dopo si assopì. Quando mi risvegliai, al mattino, lei era ancora a letto,
sdraiata al mio fianco. Mi alzai e, mentre infilavo le mutande, non potei
fare a meno di guardare il suo corpo nudo, adagiato sullo scomposto intrico
delle lenzuola. Quella visione, unita al naturale fenomeno idraulico che
ogni mattina accoglie l'uomo al suo risveglio, provocarono un repentino
rigonfiamento del mio pene. Andai in bagno, sperando di riassopire i miei
istinti, ed urinai. Avendolo lì, duro e pulsante come la notte precedente,
mi fu parecchio difficile riporlo nelle mutande e non ascoltare il suo
consiglio, che era quello di tornare nel letto con Laura, dove sia io
che lui avremmo trovato una comoda e duratura sistemazione. Tornato in
camera, radunai le mie poche cose e le rimisi nella borsa, poi andai in
cucina per preparare il caffè. Mentre la caffettiera bolliva la sentii
alzarsi, infilarsi la vestaglia rosa, di seta quasi trasparente, e ciabattare
in salotto; ci guardammo un attimo, da una parte all'altra della stanza,
poi Laura s'adagiò sul divano, accendendosi una sigaretta. Le portai il
caffè, lo bevemmo insieme silenziosamente, poi fumammo entrambi una sigaretta.
La fumai lentamente, sapendo che quando l'avessi finita avrei dovuto andarmene.
"Allora... vai?" chiese lei, con un groppo in gola che nonostante i suoi
sforzi non riusciva a nascondere. "Sì" le risposi, senza guardarla negli
occhi perché, se l'avessi fatto, probabilmente avrei pianto anch'io. Lasciai
la sigaretta ancora fumante nel posacenere, mi alzai e presi la borsa,
poi fui in piedi di fronte a lei. "E' finita?" disse alzandosi. "Temo
di sì, Laura"; mi abbracciò e mi baciò, poi mi mise in mano il suo pacchetto
di sigarette ed io mi diressi verso la porta, senza voltarmi... volevo
andarmene senza voltarmi, ma non ci riuscii; la guardai ancora una volta:
era seduta sul divano che spegneva lentamente la sigaretta che io avevo
lasciata accesa. Uscii. Feci qualche passo, lento, difficile; le gambe
erano pesanti, la testa vuota e leggera, lo stomaco sembrava volesse uscirmi
dal ventre. Feci un lungo respiro profondo ed aumentai la velocità.
3.
A mano a mano che mi allontanavo da Arcore, il dolore lasciava posto ad
altre sensazioni: ero di nuovo in viaggio e chissà quante altre volte
avrei sofferto gli stessi patemi; chissà quante altre volte avrei rimpianto
la scommessa fatta e la mia decisione di onorarla; chissà quanto avrei
pianto ricordando Laura e tutte le altre persone che avrei incontrato,
amato e poi lasciato; chissà... Eppure sapevo che era la cosa giusta,
che dovevo andarmene, che non sarebbe stato corretto, nei confronti dei
miei genitori, dei miei amici, se avessi rinunciato al viaggio dopo pochi
chilometri. Così camminai e camminai, pensieroso, inebetito dalla tristezza
e dall'oblio in cui ero caduto, insensibile alla fame, al caldo, alla
stanchezza; il mio corpo sembrava funzionare autonomamente, senza bisogno
degli stimoli del cervello, ed io avanzavo. Così arrivai in Svizzera,
e poi in Germania, poi ancora su fino all'Olanda e poi all'Inghilterra...
e lì rimasi folgorato, mi girai e cominciai lentamente il viaggio di ritorno,
senza più pensare all'India e alla scommessa, avendo finalmente trovato
la mia meta. Tornai da Laura, naturalmente; lei mi aveva aspettato convinta,
più per disperazione che per un reale convincimento, che sarei tornato,
e quando arrivai fu come se quei mesi che avevo passato in giro per l'Europa
non fossero mai esistiti, come se fossi uscito per fare due passi prima
di cena. Passarono due anni, bellissimi e difficili come solo gli anni
veramente vissuti possono essere, poi decidemmo di andare insieme in India,
alla ricerca del mio amico, per onorare la mia scommessa. Ora siamo sull'aereo
che ci sta riportando in Italia; siamo stati tre mesi in India, e anche
se non ho trovato il mio amico (ma sono convinto di averlo sfiorato, in
qualche posto) torniamo con la certezza di aver trovato, in quello strano
paese, sporco, mistico, volgare ma coltissimo, sapiente e bastardo, la
chiave per conoscere veramente noi stessi e gli altri, la chiave per essere
felici come coppia e come individui... e forse non è questo, in fondo,
il reale significato del viaggio?