IN VIAGGIO

di Matteo Resemini

1.
La ragazza stava seduta di fronte a me, le gambe accavallate bene in mostra. L'avevo vista quando, insieme, eravamo scesi a Crescenzago dalla metropolitana per Cascina Gobba, ma non mi aveva colpito particolarmente. Avevamo atteso insieme il treno per Cologno Nord, lei leggendo un voluminoso tascabile di Grisham, io pensando al nebuloso futuro cui andavo incontro. Quando infine giunse il convoglio, dopo dieci minuti d'attesa, entrammo affiancati; io mi sedetti subito sulla destra mentre lei, dopo essersi guardata intorno, si sedette sul sedile opposto. Appena scesi al capolinea io mi avviai a piedi, verso Brugherio, passando dalla parte della scuola che anni prima aveva ospitato i miei studi. Camminavo pensando a lei... ed alle sue cosce; le avevo studiate, con fugaci occhiate, durante le poche fermate percorse insieme. Ora, ero turbato dalla strana paura che mi aveva preso, di fronte a quel gustoso spettacolo: perché quelle cosce socchiuse ed accavallate, rese appena lucide dal sudore, mi attraevano ed insieme spaventavano? Avevo guardato anche il suo viso, un viso deciso e certo non bellissimo, rude e dolce allo stesso tempo, con gli occhiali da sole che nascondevano gli occhi e la direzione del suo sguardo, dando contemporaneamente mistero e voluttà a quell'austero volto. 'Mi stava guardando?' Mi chiesi mentre, stringendo bene le manopole della mia pesante borsa, rovesciavo il braccio indietro ed appoggiavo il peso della borsa sulla spalla sinistra. Non potevo esserne certo, ma pensavo di sì. E perché, allora, ero stato quasi intimidito da quella ragazza? Mi sentivo strano; forse il pensiero della difficile avventura nella quale mi ero imbarcato, quel pomeriggio uscendo di casa, mi rendeva già diverso da tutti gli altri giovani, che passano moltissimo del loro tempo pensando di accoppiarsi, e pochissimo accoppiandosi. Comunque, lo squillo di un clacson mi riportò alla calda realtà di quel pomeriggio di fine Giugno. Mi voltai verso la strada. "Vuoi un passaggio?" mi chiese quella stessa ragazza che per qualche minuto aveva monopolizzato i miei pensieri. "Certo" le risposi sorridendo, e attraversata la strada salii sulla sua Punto; salendo, l'occhio mi cadde quasi involontariamente sulle sue gambe, ora composte nell'atto di guidare. Se n'era accorta? Non mi interessava e, comunque, ormai mi ero spinto oltre quello stupido e leggero timore, superandolo. "Dove vai?" mi chiese, rimettendo l'auto in moto, guardandomi sempre attraverso i suoi occhiale scuri. "A Nord" risposi, molto semplicemente. "A Nord?" ripetè, sorridendo, "Vai in qualche posto o semplicemente a Nord?" concluse, fermando la macchina davanti ad un semaforo rosso. "Semplicemente a Nord" risposi, guardandola anch'io, "Sono in viaggio". "E dove vai di bello?" chiese, ripartendo. "Beh... vado in India". "In India? A piedi?" disse lei, incredula. "Sì. Ho perso una scommessa, ed ora devo raggiungere un mio amico che un anno fa è andato in India" le dissi, quasi stupito anch'io dal non senso di quello che dicevo; "Comunque, se dovesse capitare, prenderei anche il treno" aggiunsi mentre notavo che sotto al suo seno, sodo e ben visibile attraverso l'aderente magliettina verde, apparivano delle zone più scure di sudore. Lei rise, scuotendo la testa. "Che tipo strano sei" disse, cercando un pacchetto di sigarette nello scomparto a sinistra del volante; "Dove ti posso lasciare? Magari mi piacerebbe, ma non posso accompagnarti fino in India" aggiunse poi, accendendosi una Diana. "Naturalmente non chiedevo tanto" risposi, "Puoi lasciarmi dove vuoi dalle tue parti, purché sia vicino ad una strada un po' grossa, così posso fare l'autostop". "Io vivo ad Arcore" mi disse, "Ti posso lasciare a Monza... non so... a Vimercate". "Monza va benissimo, grazie" le dissi, "Ho abitato a Brugherio per vent'anni, conosco la zona". Cadde improvvisamente un silenzio strano, reso più insopportabile dalla lunga coda di auto in cui eravamo imprigionati e dal caldo afoso e puzzolente che saliva dall'asfalto della strada. In qualche modo volevo rompere quell'imbarazzante silenzio, se non altro per dimostrarmi riconoscente per il passaggio, così dissi: "Se mi lasci alla Delchi, per me va benissimo. Mi spiace solo di non poter far nulla per ringraziarti". "Beh, un modo ci sarebbe" disse lei, guardandomi in modo strano da sotto gli occhiali scuri, che ora aveva appoggiato sulla fronte, coi suoi begli occhi verde chiaro, "Stavo pensando... sai cucinare?" "Beh, sì; non sono un fenomeno, ma dietro ai fornelli me la cavo, all'occorrenza" risposi, senza riuscire a capire dove volesse andare a parare. "Se ti va bene", proseguì, "potresti venire a casa mia e, mentre mi faccio la doccia, potresti cucinare per me. Così domani mattina puoi ripartire tranquillamente, riposato e rifocillato a dovere>>; mi guardò ancora, sorridendo in modo accattivante. "Che ne pensi?" "Va benissimo!" esclamai; "Non avrei mai sperato di meglio, come primo giorno!" Mentre parlavo, però, pensavo con un po' di rammarico alla eccessiva fortuna che avevo avuto, temendo di esaurire subito il mio bonus, rimanendo così senza per futuri e lontani pericoli sconosciuti. Arrivammo a casa sua, cucinai un po' di pasta e della carne; poi, mentre lei si pettinava e si vestiva, scesi un momento nel negozio di quartiere ed acquistai un vino un po' particolare, attingendo alle mie scarse conoscenze sull'argomento, per sembrare un po' più fine. Ben sapevo, d'altronde, che a volte con le donne un po' di finzione è necessaria, per conquistarle, ed ormai avevo deciso come ricambiare la sua gentilezza: le avrei fatto passare una bella serata, impegnandomi al massimo, docile per il suo piacere. La cena fu perfetta, si chiacchierò e si rise parecchio ma, quando venne l'ora di andare a dormire, l'atmosfera si fece più pesante: i nostri sguardi, durante l'intera serata, non avevano lasciato dubbi, in entrambi, su come si sarebbe conclusa la cena. Nessuno però voleva fare il primo passo, forse perché entrambi ci gustavamo quegli attimi in cui ogni gesto, ogni sospiro, ogni sguardo aumentava il desiderio, rendendoci languidi e nervosamente silenziosi. Con la scusa di lavare i piatti, io mi alzai e mi diressi in cucina; ma ancora prima d'arrivarvi, lei mi chiamò, mi prese per mano e, semplicemente, mi condusse in camera da letto. Restammo svegli fin quasi all'alba, facendo l'amore e raccontandoci strane storie, ben sapendo che entrambi attingevamo all'allucinata e quotidiana realtà milanese e, in egual misura, alla nostra fantasia. Ciò che mi turbava, mentre cercavo di prender sonno, era forse il più insondabile mistero dell'esistenza umana: perché le cose che da tempo cercavamo le troviamo solo quando ormai cerchiamo qualcos'altro? L'unica risposta che riuscii a darmi era che quando si lascia qualcosa che si è vissuto per tanto, essa ci appare negli ultimi momenti come un qualcosa che in circostanze diverse non si sarebbe mai abbandonato. Ma cosa sono queste "circostanze diverse" se non gli aspetti della cosa da cui partiamo, e che fino ad un attimo prima avevamo odiato? Non è forse la vita un continuo fuggire da qualcosa che conosciamo ed odiamo, verso qualcos'altro che amiamo perché ancora non conosciamo? Questi scherzi continui, queste burle crudeli che il destino ordisce alle nostre spalle, non sono forse il dolce e contemporaneamente l'amaro della vita? Tutto questo non mi era chiaro (e forse non lo sarebbe stato mai) e mentre lentamente mi addormentavo per la prima volta in un letto che non era il mio, queste ed altre domande nascevano in me ed io, riconoscendole come le mie future e silenziose compagne di viaggio, le accolsi quasi con amore.

2.
La mattina dopo lei si alzò presto, si vestì e mi svegliò solo prima d'uscire. Appena aperti gli occhi, m'apparve il suo viso, a pochi centimetri dal mio. Mi stampò un bacio sulle labbra e, scivolando lungo la guancia, arrivò fino al mio orecchio; "Rimani!" mi sussurrò, "Rimani ancora un giorno, eh?" poi mi guardò, sorrise, ed infine uscì, lasciandomi solo. Nuove domande m'assalirono, dubbi vecchi di anni, inquietudini soppresse da tempo... ma ancora una volta le affogai nel sonno... avrei avuto tempo, in futuro, da dedicare a loro. Quando mi svegliai, tutte le domande si risvegliarono con me. Che cosa dovevo fare? Dovevo partire? Rimanere con questa ragazza, Laura, ancora un giorno? E se poi i giorni fossero diventati due, tre... e poi mesi ed anni? Dovevo rischiare di veder morire, subito dall'inizio, i miei sogni di vagabondaggio? Non sapevo. Così, dopo aver mangiucchiato qualcosa, uscii per una passeggiata, sperando mi portasse consiglio. Nel parco dove mi diressi, vidi gruppi di bambini che correvano, chi dietro ad un pallone, chi dietro al proprio infantile entusiasmo; vidi adolescenti che si sbaciucchiavano e si pavoneggiavano nei loro vestiti alla moda, che già trasudavano quei dubbi esistenziali che presto li avrebbero assaliti, lasciandoli indifesi e nudi in un mondo ostile che non li avrebbe mai capiti, qualsiasi cosa fossero diventati; vidi genitori stanchi e tristi, che sorvegliavano i bambini vocianti e spensierati che avevano generato, spinti più dall'istinto che da una razionale volontà d'esser genitori. Perché non volevo diventare come loro? Perché temevo ed aborrivo ciò che da tutti era considerato normale? Era forse la mia natura, già diversa, a spingermi su strade che mi avrebbero portato verso un'esistenza "altra"? O era la paura? Ormai ero libero, avevo tagliato i fili che mi legavano alla mia famiglia ed al mio mondo, che già ora mi sembrava vecchio; ora potevo scegliere, con calma, di giorno in giorno, cosa fare di me e del mio futuro, della mia vita. Perché, allora, era così difficile scegliere? Cos'è che volevo veramente? Volevo rimanere da Laura. "Voglio rimanere qui" dissi, ormai diretto verso la casa di lei; "Voglio rimanere da Laura, almeno per stasera". Rientrai in casa e subito mi buttai sotto la doccia, per lavare il mio corpo e la mia anima dal sudore e dai tormenti del pomeriggio. Quando Laura rincasò e mi vide, fresco e sereno come il giorno prima, si dichiarò felice e passammo un'altra notte amandoci e parlando, soffocando temporaneamente le nostre inquietudini diurne in una moltitudine di piaceri notturni. "Domani riparto" le dissi, dopo l'ennesimo amplesso, non appena la pelle sudata si fu asciugata alla brezza appena tiepida che spirava dalla finestra socchiusa. "Perché?" mi chiese, carezzandomi il petto, "Non stai bene qui?". "Sto benissimo qui" la guardai e non riuscendo a mentire, aggiunsi: "Sto troppo bene qui con te, e se non riparto adesso, temo che non riuscirei più ad andarmene, a lasciare tutto questo". "Perché vuoi andare via?" chiese ancora, "Non è solo per la scommessa che devi andare in India, vero? C'è qualcos'altro che ti spinge via". "Sì" dissi, "C'è qualcos'altro". Poi tacqui, ed anche Laura tacque con me. Avvicinò il suo volto alla mia spalla e la sfiorò con le labbra. Restammo silenziosi ed immobili per parecchi minuti, poi di colpo si issò su un fianco, scoprendo il seno sudato i cui capezzoli s'inturgidirono subito a contatto con l'aria fresca. "Rimani" disse, quasi ordinandomelo. "No. Vieni con me, Laura. Parti con me". La mia richiesta la prese alla sprovvista e sul suo viso calò rapida l'ombra umida della paura. Una goccia del suo sudore scivolò dalla sua fronte e, cadendo, arrivò improvvisa sulla mia pelle. "Non posso" disse infine, abbassando lo sguardo su di me, "Mi piacerebbe, ma non posso". "Perché non puoi? Cos'hai di importante da fare qui?" "Il lavoro... la casa... i parenti... non posso partire così, senza sapere quando tornerò... o se tornerò!>> rispose, appoggiando la testa di fianco alla mia. "Se è solo per questo, allora potresti venire con me" sussurrai. "Come faccio... io non... non..." "Non ne hai il coraggio?" suggerii. "No... sì... non lo so" rispose, e si strinse a me; "Non lo so" L'abbracciai, cercando attraverso il mio corpo di comunicarle quelli che erano i miei sentimenti ed i miei dubbi... che in fondo erano anche i suoi. "Non lo so" sussurrò ancora Laura, come in risposta ai miei silenziosi incitamenti, e poco dopo si assopì. Quando mi risvegliai, al mattino, lei era ancora a letto, sdraiata al mio fianco. Mi alzai e, mentre infilavo le mutande, non potei fare a meno di guardare il suo corpo nudo, adagiato sullo scomposto intrico delle lenzuola. Quella visione, unita al naturale fenomeno idraulico che ogni mattina accoglie l'uomo al suo risveglio, provocarono un repentino rigonfiamento del mio pene. Andai in bagno, sperando di riassopire i miei istinti, ed urinai. Avendolo lì, duro e pulsante come la notte precedente, mi fu parecchio difficile riporlo nelle mutande e non ascoltare il suo consiglio, che era quello di tornare nel letto con Laura, dove sia io che lui avremmo trovato una comoda e duratura sistemazione. Tornato in camera, radunai le mie poche cose e le rimisi nella borsa, poi andai in cucina per preparare il caffè. Mentre la caffettiera bolliva la sentii alzarsi, infilarsi la vestaglia rosa, di seta quasi trasparente, e ciabattare in salotto; ci guardammo un attimo, da una parte all'altra della stanza, poi Laura s'adagiò sul divano, accendendosi una sigaretta. Le portai il caffè, lo bevemmo insieme silenziosamente, poi fumammo entrambi una sigaretta. La fumai lentamente, sapendo che quando l'avessi finita avrei dovuto andarmene. "Allora... vai?" chiese lei, con un groppo in gola che nonostante i suoi sforzi non riusciva a nascondere. "Sì" le risposi, senza guardarla negli occhi perché, se l'avessi fatto, probabilmente avrei pianto anch'io. Lasciai la sigaretta ancora fumante nel posacenere, mi alzai e presi la borsa, poi fui in piedi di fronte a lei. "E' finita?" disse alzandosi. "Temo di sì, Laura"; mi abbracciò e mi baciò, poi mi mise in mano il suo pacchetto di sigarette ed io mi diressi verso la porta, senza voltarmi... volevo andarmene senza voltarmi, ma non ci riuscii; la guardai ancora una volta: era seduta sul divano che spegneva lentamente la sigaretta che io avevo lasciata accesa. Uscii. Feci qualche passo, lento, difficile; le gambe erano pesanti, la testa vuota e leggera, lo stomaco sembrava volesse uscirmi dal ventre. Feci un lungo respiro profondo ed aumentai la velocità.

3.
A mano a mano che mi allontanavo da Arcore, il dolore lasciava posto ad altre sensazioni: ero di nuovo in viaggio e chissà quante altre volte avrei sofferto gli stessi patemi; chissà quante altre volte avrei rimpianto la scommessa fatta e la mia decisione di onorarla; chissà quanto avrei pianto ricordando Laura e tutte le altre persone che avrei incontrato, amato e poi lasciato; chissà... Eppure sapevo che era la cosa giusta, che dovevo andarmene, che non sarebbe stato corretto, nei confronti dei miei genitori, dei miei amici, se avessi rinunciato al viaggio dopo pochi chilometri. Così camminai e camminai, pensieroso, inebetito dalla tristezza e dall'oblio in cui ero caduto, insensibile alla fame, al caldo, alla stanchezza; il mio corpo sembrava funzionare autonomamente, senza bisogno degli stimoli del cervello, ed io avanzavo. Così arrivai in Svizzera, e poi in Germania, poi ancora su fino all'Olanda e poi all'Inghilterra... e lì rimasi folgorato, mi girai e cominciai lentamente il viaggio di ritorno, senza più pensare all'India e alla scommessa, avendo finalmente trovato la mia meta. Tornai da Laura, naturalmente; lei mi aveva aspettato convinta, più per disperazione che per un reale convincimento, che sarei tornato, e quando arrivai fu come se quei mesi che avevo passato in giro per l'Europa non fossero mai esistiti, come se fossi uscito per fare due passi prima di cena. Passarono due anni, bellissimi e difficili come solo gli anni veramente vissuti possono essere, poi decidemmo di andare insieme in India, alla ricerca del mio amico, per onorare la mia scommessa. Ora siamo sull'aereo che ci sta riportando in Italia; siamo stati tre mesi in India, e anche se non ho trovato il mio amico (ma sono convinto di averlo sfiorato, in qualche posto) torniamo con la certezza di aver trovato, in quello strano paese, sporco, mistico, volgare ma coltissimo, sapiente e bastardo, la chiave per conoscere veramente noi stessi e gli altri, la chiave per essere felici come coppia e come individui... e forse non è questo, in fondo, il reale significato del viaggio?

Matteo Resemini