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NEL 30° ANNIVERSARIO DELLA MORTE
Ricordiamo
DOMENICO CAPUTI
UN VERO ARTISTA
"L'arte deve essere parte integrante della vita di
un popolo"
Domenico Caputi
Domenico Remo Gaetano Caputi era nato a Vieste, in
provincia di Foggia, da Giuseppe e da Carmela Cirillo il 2 gennaio 1909. Si
era dato alla pittura cercando, già dall'inizio (e su questo è stato
coerente, sempre), di ricavare da essa "la sostanza intima dell'Essere
dalla sostanza del proprio cuore" , affermando il principio teorico
della preminenza dei simboli visivi nel giudizio sull'opera d'arte
arricchendo l'analisi con un linguaggio tutto suo, capace di restituire a
livello letterario l'opera d'arte stessa, in una mimesi verbale. Grazie alla
solida preparazione culturale, riesce a ricostruire il tessuto storico e
ambientale relativo, contro la retorica classicista, ma anche contro la
classicità ideale dell'estetica crociana. Con questi presupposti prepara la
sua prima personale, ed espone alla Galleria Sabatello di Roma tenuto a
battesimo da Roberto Melli. La critica si esprime a vantaggio di questa
giovane promessa della pittura contemporanea (aveva ventuno anni), in special
modo dell'apporto che la sua arte dà alla Scuola romana, ben accettato dai
fondatori della stessa. L'anno successivo espone a San Paolo del Brasile e il
successo ottenuto gli fa piovere infinite offerte di lavoro, ma accetta solo
di eseguire gli affreschi nella chiesa di Santo Spirito di Bari. L'orrore
della guerra gli fa iniziare l'opera "Dio contro Dio"
rimasta incompiuta. La guerra lo colpisce profondamente: aveva avvertito
l'immane tragedia che si sarebbe abbattuta sull'umanità e, impotente si era
rivolto a Dio! Evidentemente Dio dovette sembrargli lontanissimo dai problemi
dell'uomo e iniziò a dipingere, tracciandone i tratti "di getto" in
pochissimo tempo, a voler testimoniare la sua angoscia, sopra una tela di cm.
140 X 200, disegnando un Cristo che si ribella alla croce e scompone il suo
corpo, per donarlo agli artisti che, sembra, non gradiscano il lancio delle
sue parti anatomiche, mentre la mano sinistra, trapassata dal chiodo, è solo
un tridente. Nel 1941 è costretto a recarsi a Napoli per occupare la cattedra
di disegno, portandosi dentro il rimpianto per un'opera che avrebbe potuto
essere grande. Dopo solo un anno viene trasferito a Perugia per occupare la
cattedra di "decorazione pittorica" all'Istituto d'Arte. Nel 1943
esegue due grandi affreschi nell'Accademia di Perugia: "Le
bagnanti" e "Bombardamento aereo"; ma in luglio
viene richiamato alle armi e assegnato al 36° battaglione di istanza al
Distretto Militare di Roma; il 18 agosto viene trasferito al 1° Reggimento
Granatieri di Sardegna. Dopo l'8 settembre il popolo italiano iniziava il suo
calvario. Fu così che la mattina del 9 la Divisione Granatieri di Sardegna e
i popolani di Roma opposero, all'avanzata tedesca lungo la via Ostiense,
un'accanita resistenza. Domenico Caputi, lasciati cattedra e pennelli per il
fucile è sul campo di battaglia (come testimonia il foglio matricolare) con
il numero di matricola 17327, sul fronte della Cecchignola, come altri
artisti faranno poi sui fronti di Napoli, Firenze e nei calanchi emiliani.
L'arte astratta che gli era sembrata innaturale, perché si avvale di colori e
forme pure o semplificate, ora lo attrae poiché rappresenta una parte
larghissima di tutta la produzione visiva. Ha capito che questa Arte
rappresenta una tensione emotiva suscitata a volte dal soggetto, perché
legata alla psiche profonda dell'autore. Dipinge 18 tele, riuscendo ad
unificare quelle correnti che più lo avevano affascinato, andando oltre, teso
dall'idea originaria di raggiungere e far rivivere la realtà materiale del
colore sulla tela, trasfigurata dalla poetica dell'autore. Ma questa indagine
che scava per trovare la chiave interpretativa della realtà sotto l'aspetto
abituale delle cose, rimane un fatto fine a se stesso, se l'opera viene
celata (o proibita) alla massa. In occasione della rivolta dei contadini del
Sud dipinge le opere più vicine alla sua indole, che gli permettono di
concretizzare l'idea della "contemporaneità dell'arte"; cosciente
che quello era un momento importante per l'arte italiana, perché gli artisti,
per la prima volta, non avevano esitato a partecipare direttamente a un fatto
storico per esprimere ciò che sentivano. L'artista non sarebbe stato più
separato, ma avrebbe fatto tutt'uno con le masse, come lui aveva affermato
anni prima in un'intervista rilasciata a L'Unità. Il quadro
"Raccolta" di poco posteriore a "Luce in composizione" ,
in cui un bicchiere esposto a mezz'aria - in pieno sole - rifrange in colori
delicatissimi la sua essenza e lasciando libero il posto che occupa come
oggetto geometrico. La rifrazione della luce in ogni sua molecola è
semplicemente coerente con la ricerca quarantennale dell'Artista, il quale dà
all'oggetto la funzione del narratore di un evento: scienza e poesia che
convivono tra loro, e chi ci guadagna è la poesia, perché diventa reale: un
miracolo di cui solo l'arte può compiere attraverso la sensibilità
dell'artista. In questo quadro il linguaggio poetico acquista una particolare
relazione con la realtà e ciò si rivela nel suo conformarsi in ogni tempo e a
qualsiasi contenuto. La trasfigurazione poetica dell'oggetto (nel nostro caso
il bicchiere) ci può richiamare a qualcosa di più impegnativo, creando una
realtà corrispondente in una sua materia che ha mutato aspetto; in questo
abbiamo l'affermazione platonica: "L'arte è imitazione della
natura"; solo in apparenza, però, perché qui si è cercata non
l'imitazione della "cosa" esistente in natura, ma l'essenza della
realtà naturale: il bicchiere visto nelle diverse angolazioni luminose. In
esso vi è anche un linguaggio filosofico. Entrambi i modi del discorso hanno
un tratto in comune e in entrambi la parola viene messa da parte, per dare al
quadro un proprio linguaggio puramente pittorico. Nell'osservare il quadro "Raccolta" (o
mietitura), ci accorgiamo che Caputi partendo dalla considerazione che ogni
espressione è compresa soltanto come risposta ad una possibile domanda, ha
analizzato l'intera struttura di domanda e di risposta. Dato per scontato il
diritto e il dovere, dipinge "Gea" (la terra) al centro di
un campo coltivato e i contadini, in attesa di vedere il frutto delle loro
fatiche, in posizione di riposo attorno. Addirittura una contadina danza
intorno a Gea, e l'albero sulla destra, più frondoso di quello sulla
sinistra, sembra accompagni nella danza la donna. Il paesaggio, in
lontananza, si confonde con l'orizzonte. Analizzando il concetto, ha potuto
mettere allo scoperto la dialettica insita nel rapporto di domanda e di
risposta; e noi, guardandole, veniamo assaliti da infinite domande che
vengono sollevate dalle opere stesse; domande che fanno nascere altrettante
risposte, che solo alla fine se ne comprende il significato, provando la particolare
impressione che la spaziosità di queste opere suscita, proveniente dal fatto
che gli alberi e Gea, particolarmente sviluppata, sono collegati con
l'orizzonte in un rapporto di rara e, insieme, grandiosa unità. Il grande
problema architettonico trova la soluzione nell'unificazione tra l'idea
(l'esteso appezzamento di terreno) nel corso della storia e ciò che gli
storici dell'arte chiamano l'idea della realizzazione. Quando ci fermiamo
nello spazio del quadro, esprimendo la tensione e l'esperienza che in quello
spazio facciamo è la semplificazione della nostra comprensione dell'opera. Il
trovarsi là, nello spazio creato dalle figure umane, dagli alberi, e quello
occupato da Gea è un gioco di alterna e reciproca partecipazione, ci fa
diventare ascoltatori del discorso caputiano; discorso che cattura e palesa
orizzonti e intenzioni di senso. L'opera, in questo caso, aziona un processo
comune di partecipazione. In tutta l'opera di Caputi c'è il racconto della
vita quotidiana, veniamo introdotti in un mondo in cui il quotidiano non
appare più imprevedibile, ma diventa avvincente proprio perché c'è la
coscienza del fatto storico. L'Artista visualizzando le figure e le
situazioni evocate dal fatto, le concretizza, trasformandole in immagini
vive. La storia raccontata è illustrazione del racconto, e l'estrema
soluzione di esso, unifica la visibilità e l'inafferrabilità dell'umano da un
lato, e la divinità che sopravanza le misure dell'umano dall'altro. La dea
non è avvolta nella nebbia, ma disegnata in modo che acquisti la concretezza
dell'individualità visibile. L'arte per essere tale deve obbedire alla sua
ora presente e non può essere diversa da un proprio linguaggio di
riconoscimento nel simbolo. E il simbolo è qualcosa che si riconosce e non un
tratto caratteristico dell'opera. Nella pittura di Caputi c'è l'amore
costante per la geometria quale scoperta delle cose da cui risalta il
connubio religioso con Dio e lo esprime come appunto il detto attribuito a
Pitagora: "Dio geometrizza". Questo si rileva in tutta
l'opera sua, principalmente nelle "Nature morte"
del 1930- '39 e in "Atmosfere di paesaggio" dello stesso periodo;
nonché il senso eroico della forma che si fa "dialogo" sincero e
significante nel manifestare la tensione tragica di una civiltà in sgomentoso
sfacelo. Nella pittura di Caputi riconosciamo l'arte attraverso i segni come
elementi della superficie: punto, linea, tratto di superficie, colore; e ciò
che nelle sue opere è scritto è inscindibile, inafferrabile e non collegabile
con altre esperienze. Tuttavia notiamo che il movimento arrestato manifesta
la soluzione trovata. Per tale motivo, possiamo definire l'arte pittorica di
Caputi "pittura assoluta" in quanto non ha perduto lo spazio di quelle connessioni
significative che sono proprie dell'arte; cioè l'attualità, però non
riferita all'epoca in cui le tele sono state dipinte, ma l'attualità dei
giorni in cui viviamo. Essa, ancora oggi, è una certezza
riconoscibilissima, perché possiede, come il periodo Barocco, la sua
autorappresentazione e la sua autoesaltazione umana - naturalistica,
proprio perché col suo simbolismo unitario è riuscito ad ottenere il vero
carattere vincolante. Nei quadri si riscontra una fonte inesauribile di
racconto e di canto altamente poetico e se tutto ciò compare a distanza di
tempo diventa un fatto gigantesco nella trasformazione singolare del
colore e delle figure verso la "poesia pura" in quanto v'è in essi la
presenza reale, e ci dice sempre qualcosa di noi stessi, sia che
raffigurino un paesaggio, un volto, una natura morta; o che raffigurino
forme geometriche - concentriche, respirano nel vuoto universo avvolte
solo dalla presenza "Divina", fino al punto da sconcertare, qualche volta,
perché costituiscono i differenti aspetti del mondo stesso nella loro
improvvisa trasformazione degli aspetti delle cose, tanto da far esclamare
qualcuno: "è un metafisico puro"; anche perché nelle opere è sempre
presente lo spettro delle sofferenze e delle passioni in modo
trasfigurato, è sempre palese il conflitto che vi agisce. Esporre le opere
di Caputi in una mostra antologica, considerata l'alta qualità delle opere
stesse, sarebbe un evento, perché a nostro avviso, non sarebbe solo un
rendere giustizia ad uno dei maggiori artisti del nostro momento
contemporaneo, per la multiformità del campo di ricerca e la fertilità
inventiva e per la varietà delle soluzioni di volta in volta adottate.
Nelle opere è impressa la forte personalità dell'artista, riconoscibile
nello slancio vitale, sospinta dall'aderenza dei sensi, della carne e del
sangue verso immagini di una spiritualità intensa; e dalla forza di
convinzione. Come abbiamo detto, Caputi ha spaziato con lo stesso
entusiasmante amore dal paesaggio, al ritratto, alle nature morte, alle
composizioni con la narrazione celtica, o meglio di uno storico. Ci ha
sempre guidati ad una attenta ricognizione che non è sola necessità di
conoscere, ma anche forza persuasiva di quelle morfologie che ci conducono
alla scoperta di una vitalità che oltrepassa il vero e lo integra di una
concretezza e di una comunicabilità, che travalica il significato della
verità stessa. Davanti alla tela "Raccolta" del 1932, nelle sette figure
(cinque femminili) e due buoi che trainano piccoli covoni di grano sotto
un cielo clemente, vi è un'unica convivenza tra umanità e natura, unite da
una concordia - discordia che avviluppa cielo e terra in un unico destino:
"la fatica di vivere". In essa tutto è armonia: buoi, uomini e alberi
sfrondati, forse per mettere in risalto l'inclemenza di un vivere senza
libertà, eppure il vento non scuote né i rami scheletriti, né le vesti
delle mietitrici, ma noi ne avvertiamo la presenza come violenza di un
furore libertario: le figure ne escono glorificate. Ha vissuto il suo
rapporto coll'arte non come
un'avventura ma affascinato da essa, con tutto l'ardore dell'anima. La "Natura
morta" di Caputi non si esaurisce mai nel soggetto rappresentato
ormai conosciuto a memoria, perché ciò sarebbe solo una recitazione, una
ripetizione di cose trovate nel tempo, ma viene rappresentata in modo che possa
esprimersi silenziosamente come essa si è manifestata in noi. Essa
costituisce un fatto a sé stante perché respinge l'immagine narrativa, per
prenderne il posto. La composizione "Vetro e creta" ,
del 1939, non è una morta composizione, ma rivela una singolare libertà del
suo soggetto. Gli oggetti sono cose di uso comune, che preludono, nella loro
prospettiva, a quella libertà in cui regna un completo silenzio, eppure
ascoltiamo il loro dire perché in esse passa l'aria che forma il suono, che
diventa dialogo intimo. Proprio per questo acquistano la dignità della
raffigurazione, conquistano e annunciano la bellezza corporea delle cose.
Nelle opere dell'ultimo periodo ci troviamo di fronte a qualcosa che va oltre
la "frammentazione cubista della forma". In esse vi è non lo
stupore della rivoluzione artistica quale svolta epocale, ma di un evento che
non può passare sotto silenzio. Non hanno le riflessioni che concordano con
la psicologia della forma, come quelli di Paul Klee, perché essi hanno assai
di più di ogni psicologia della forma. Klee evita ogni rigida
geometrizzazione; il dipinto di Klee si regge e cade invece per il semplice
fatto che tale identità non sussiste. Caputi non segue le leggi delle
"Gestalt" se non quale percezione interiore; egli giunge a fondere
la cromatica pittorica della scuola romana (neri disfatti e rossi assolati)
attraverso innumerevoli tentativi e variazioni del suo lavoro, pittorico e di
insegnamento, raggiungendo una forma totalmente razionale, con le qualità di
un tutto, che, pur non essendo calcolate, manifestano la razionalità della
materia con cui ha riempito la tela. Per tale motivo dobbiamo necessariamente
dire che vanno oltre il profilo psicologico dei lavori teorici di Kandiskij e
l'impenetrabilità della pittura di Mondrian, perché le tele manifestano un
esercizio artistico (lo stesso a cui Caputi si abituò sin dal 1930, come egli
stesso confessa nella breve presentazione del catalogo della Mostra alla
Galleria Genova, nel 1939, che chiama auto - accademia), che raggiunge la
componente di grado molto elevato.
  
Tutto questo lo intuì Antonello Trombadori quando nel
1964, nel "Notiziario n. 24 de La Nuova Pesa" asseriva che sarebbe
stato salutare "ripescare Domenico Caputi, togliendolo dal suo
silenzio" per la sua autonoma originalità. Può darsi, continua
Trombadori, "che ci si avvedrà che fine dell'opera dovranno essere
piuttosto gli "Archivi della pittura e della scultura a Roma dal 1920 al
1945" nel cui ambito ai fatti della "Scuola romana" propriamente
detta andrà riservata una particolare attenzione". Una correzione al
catalogo e alla storia della Scuola romana andrebbe fatta, sarebbe onesto
dare giustizia alla Storia, inserendo uno dei maggiori esponenti, accanto ai
nomi di Mario Mafai, Antonietta Raphael e Mazzacurati: Domenico Caputi.
Viviana Buzzòli
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