CARLOS CAIRO

E IL SURREALISMO CONCRETO

«la bellezza dei quadri ignora la morte»

 

        Nella notte dal 30 al 31 maggio c.a. alle 3,15 circa, Raidue ha mandato in onda, nella rubrica culturale di Net. T. Un. O, un’intervista a Carlos Cairo, da titolo «Il mondo di Carlos» cui l’intervistatore si è ispirato a «L’interpretazione dei sogni» di Sigmund Freud, asserendo che l’arte nasce perché spinta dal «feticcio» che è dentro di noi. Non ho intenzione di criticare l’affermazione dell’intervistatore (opinabilissima), ma mi sono domandato, ed ancora in questo momento che scrivo, 3 giugno mi sto domandando (ad una settimana dall’andata in onda dell’intervista), quindi dopo aver macerato bene affermazioni blasfeme e la convinzione che la RAI pur avendo «critici d’arte famosi»  ha dovuto attendere quindici anni per accorgersi di Cairo; ha dovuto aspettare i successi di Los Angeles e Sudamericani, mentre noi dell’Associazione Internazionale Artisti “Poesia della Vita”, Centro Letterario del Lazio e Quadrato d’Idea, appena visti i primi quadri di Carlos Cairo non ci pensammo due volte per allestire al «Centro Letterario del Lazio» una personale. Non per intuizione ma per conoscenza, anche perché fummo incoraggiati da un critico d’arte di provata capacità: Giuseppe Selvaggi. Anche noi, allora affermammo che «la bellezza dei quadri di Carlos Cairo ignorano la morte» e senza ricorrere a Freud e a feticci che offendono la vera creazione dell’artista, che per noi, ne siamo convinti, la sua mano è guidata dalla volontà Suprema e che solo per questo «ignora la morte».

 

dal nostro  archivio storico

 

 

Mentre la pittura di quest’ultimo ventennio del secolo cerca ancora, attraverso le varie correnti, un’identità fuori d’ogni riferimento tradizionale nello sperimentalismo più arrischiato, facendo risalire alla ribalta i seguaci di Mondrian con superficie di campi di colore puro e piatto; oppure fissando la trama delle visioni interiori nel libero gioco dei colori e dei segni, come Kandinskij e Paul Klee; o ancora come i «Nuovi Selvaggi», termine sotto il quale sono designati un gruppo d’artisti che operano in Germania dalla fine degli anni Settanta e che hanno dato un più che vitale impulso alla pittura del loro paese sviluppando, in termini d’assoluta libertà espressiva, nuove ipotesi d’aggregazioni linguistiche.

Carlos Cairo, nato a Colonia ma operante a Roma dal 1980, con la sua pittura fissa la ricerca di un rapporto più diretto e istintivo con la materia del dipingere, cioè colore e supporto, di là dall’ "espressionismo astratto statunitense o del tachisme francese spingendo l'informale verso la forma che desta e accende, attraverso la memoria, i ricordi che sembravano nascosti o volutamente dimenticati dall'« IO » superiore.

Così, dicevo, mentre si sperimentano varie correnti, quali la pittura «gestuale», Carlos Cairo sembra far ritornare la pittura a se stessa e alla propria logica interna.

La linea di sviluppo appare singolarmente coerente nel graduale rifiuto d’ogni elemento estraneo ad una dimensione rigorosamente pittorica e nella parallela individuazione, verso tutti i condizionamenti d'uno «specifico pittorico» fatto di materia colorata e di segno, campo di una nuova e illimitata libertà d'espressione.

Così, che la paesaggistica, nell’informalità della sua costruzione geometrica acquista, nello spazio, la negazione della bidimensionalità, l'aggancio mimetico con la realtà e persino di trascrizione dell'inconscio e dell'immaginario, fino a edificare un’ipotesi d’interferenza fra attuale e memoria, fra spazi e fatti contingenti. Le parallele che s'incontrano «sempre» all'infinito e che formano, attraverso i vari punti, geometricamente parlando, altre rette che a loro volta ne creano altre, quasi di far apparire casuali tutte le forme (quadrati bianchi e neri, o azzurri e bianchi, dai quali scaturiscono uomini, fiere, oggetti), che vengono a generarsi.

Il pregio di questa pittura (e il pregio della ricerca tecnica «rigorosissima» di Carlos Cairo), è nella luce. La luce, appunto, sta alla base; e la luce e il filo che unisce, che salda idealmente realtà apparentemente lontana e innesta trasversalmente le esperienze di Carlos Cairo, proponendo la marcata carica simbolica di una figurazione oggettuale (la scarpa rossa sulla vetta avvolta dall'incandescente luce solare, la colomba nera nella luce della notte - e la notte qui ha luce -, il telefono rosso che congiunge le sponde dei due emisferi ecc... ecc...), oggetti che, attraverso procedimenti personalissimi tendono a porsi, a costruire i nuovi rapporti fra l'uomo, il suo ambiente e la sua filosofia, di nuove dimensioni di coinvolgimento dello spettatore chiamato dall’opera a divenire attore dell’evento esaminando, introspezionalmente, il proprio esistere.

                                                                                             Roma. 23 gennaio 1986

 

 

PERSONALE DI CARLOS CAIRO

 

dall’archivio storico 6/2/1987

Paolo Diffidenti (dopo aver comunicato le attività del mese di marzo del  Centro Letterario del Lazio) ha presentato Carlos Cairo, l'artista che festeggiamo oggi (ha detto il fondatore del Centro Letterario del Lazio e amico di tutti gli artisti alle prime armi), è un pittore le cui opere avete avuto modo di vedere e con un'arte affascinante.

Ascoltiamo Giuseppe Selvaggi cosa ci dirà di questo pittore che gode tanta popolarità ed ormai romano d’addizione (credo sia a Roma da cinque sei anni e parla bene l'italiano e non solo l'italiano, ma anche il romanesco ormai), vero Carlos? Comunque si è imposto all'attenzione della critica e del pubblico, soprattutto per la sua serietà. Per la sua  serietà all'insegna pittorica al di fuori d’ogni compromesso e desidera dipingere ciò  che  lui  sente  egregiamente  e senza lasciarsi irretire dalle correnti contemporanee,con una personalità tutta sua particolare. Ma lasciamo la parola a Giuseppe Selvaggi che ancora una volta  ha  voluto  onorarci  e darci il piacere della sua compagnia.

        Giuseppe Selvaggi, si alza in piedi, si toglie l’orologio da polso e lo mette sul tavolo davanti a lui, com’è solito fare, per regolarsi col tempo: la sua eterna preoccupazione è di non tediare, ma interessare.

Questa  volta  amo  parlare  non  solo  del  Centro  Letterario del Lazio, ma anche della Fondazione Panzironi.di questi gruppi d’azioni mentali che vanno determinando nella cultura ciò.che è già vivo nell'aspirazione dei  nostri  bambini  e  sentirsi tutti uniti in un girotondo universale. Cioè, quando è possibile, in un girotondo mondiale.Tutto il mondo unito in un gran girotondo di fraternità e d’amore, solidarietà.

Quindi parlare  poi  di  pittura  in  una  fondazione... nei locali di una Fondazione che ha questo spirito d’universalità, come fondamento e come messaggio quotidiano in tutte le cose che avvengono è come già un introdursi a parlare di pittura, che insieme alla musica è l'arte assolutamente senza frontiere; cioè impossibile vedere ed ascoltare superando quello che  sono, le difficoltà della lingua che sono atipiche della  letteratura. E persino batte anche l'architettura stessa, in quanto l'architettura ha delle sue limitazioni più radicate, dovute alle necessità climatiche dell'ambiente in cui essa sorge. Quindi, le grandi arti che davvero assurgono a linguaggio universale sono e rimangono, per adesso, la musica e la pittura. E introdursi in una mostra come questa di Carlos Cairo, è proprio già  aprire  la  porta  ad un linguaggio pittorico. Che la pittura e autenticamente nuova se ha un suo linguaggio, ma visto e siglato da un suo linguaggio, appunto perché ci troviamo dinanzi ad un artista che determina nel suo quadro già  l'impatto  a  prima  vista senza il secondo ascolto o il terzo, il quarto, necessari per capire a fondo un artista; ma a prima vista determina una  realtà dì linguaggio geometricamente matematico.

Unisco queste due parole geometricamente aritmetico, perché questi due termini di diverse discipline matematiche che, se vanno più unite, ci troviamo dinanzi a spazi ritmati secondo canoni musicali. Quindi a doppia universalità.

Diremmo che in questa pittura  esiste  già  uno  scatto  d’universalità. Ed il fatto suo moderno, il fatto di Cairo moderno, qual è? In genere quando si può parlare dì linguaggio pittorico comprensibile a tutti, cioè  di  grande  comunicazione  com'è la grande  arte, noi  possiamo  a  prima  induzione (pensiamo  ad  un nudo, se  uguale  al  nudo... cioè, una  cinesina  si  spoglia  e diventa anche una norvegese cambiando i connotati. Diremmo così, tipicamente tipizzano il personaggio; ma la realtà è quella: una testa delle mani, dei piedi. Un albero, anch'esso alla cinese come una volta, ma è un albero che ha  le  radici, ha  il  tronco ha le foglie; cioè la figurazione è universabile a primo impatto ed è un compito ormai questo affidato alle comunicazioni dell'immagine visiva, tipiche della fotografia, del cinema e delle arti della visione. Rimane sempre vivo il fascino e il potenziale artistico che può essere, nel ritrarre la verità così com'è.

Un grande  artista  può  determinare  i  nuovi "Bronzi  di Riace” oppure la nuova “Pietà" di Michelangelo che parla con esattezza, cioè parla con realtà vera e determina la grande poesia.

Questa che è una realtà nella misteriosa realtà, ma mistero insieme, nella concezione delle arti visive manufatte dall'uomo, non nelle arti visive in cui l'uomo interviene solo com’elemento meccanico anche se di gusto e d'arte mediante la macchina, come la fotografia o il cinema.

Ma la struttura moderna del pensiero del linguaggio si va avviando e diventa attuale, cioè diventa già dei nostri nipoti, dei nostri pronipoti. Diventa già... Quando qui, tra  un  secolo e mi auguro che la Fondazione Panzironi ci  sarà  senz'altro; il Centro Letterario del Lazio è chiaro che ci sia tra un secolo; e qui, in questa Sala, ci  saranno  altre  strutture  mentali  ma sempre legate ad una comunanza genetica dell'uomo il quale comincerà a pensare, già  a  sentire spontanea, naturale, l'esprimersi. Unisco queste due parole geometricamente aritmetico, perché questi due termini di due diverse discipline matematiche che, se vanno più unite ci troviamo dinanzi a spazi ritmati secondo canoni musicali, quindi a doppia universalità.

Per linee, per geometria; non come un’invenzione occasionale, come poteva essere dei grandi artisti del passato. Persino Giotto ha delle strutture geometriche. Persino nella grande arte greca l’abbiamo... negli egiziani ci sono delle strutture geometriche, ma pensate e meditate come un fatto spontaneo di linguaggio: una realtà viva in noi, come un fatto di passeggiare e di vivere, nei numeri e nelle forme.

La potenzialità d’artista di Carlos Cairo io la individuo (ho usato io perché ognuno di noi... non è un io d’orgoglio); cioè, ognuno la vediamo come vogliamo.

La mia chiave di lettura, chiamato qui a parlare  un  po’, a determinare un clima di... di maggiore conoscenza verso questo artista, vedo che la sua maggiore  incisività, la  sua  maggiore potenzialità, la sua maggiore struttura attuale  proiettata nel futuro, com’è ogni arte autentica, proprio in quella sua potenziale lingua geometrizzata.

 

Ora saremmo anche qui,in un discorso vecchiotto, se pensiamo che persino la rivoluzione metafisica di De Chirico parte da strutture geometriche. Ma io vorrei qui chiarire... cioè farvi meditare su una... Cioè farvi guardare un quadro, anche il più grande di De Chirico e vedere come in De Chirico la struttura geometrica mira a determinare malinconie e suggestioni; a suscitare emozioni in cui la geometria è persino un pretesto, direi quasi. E' persino un modo di determinare, insinuare  (insinuare, in senso buono), cioè far via attraverso sentimenti e messaggi interiori, di comunicazioni che sono tipiche dell'arte e che non hanno  spiegazioni; non  possono  avere  spiegazioni. Quindi  non  è una geometria meditata in se stessa. Cioè non è una geometria legata al numero, all'aritmetica, come dicevo poco fa, al teorema interiore che a caso sviluppa un tipo di linguaggio che ha avuto, che ha i suoi nonni, i suoi genitori nella civiltà occidentale, e non solo occidentale, ma la sviluppa e la porta... l'adatta al suo clima interiore, al suo mondo interiore, al suo mondo personalissimo.

Ognuno di noi ci ha una torre infinitesimale - che poi non è che ci distinguiamo molto l'uno dall'altro -, siamo tutti della stessa pasta anche come anima; abbiamo una sfoglia che ci distingue, una fisionomia che ci distingue. Adatta questo suo... questo suo mondo geometrico a sé stesso e comunica agli altri. Perché comunica agli altri? Riesce!  Io penso, non lo so... perché è la terza volta che mi  incontro  con  Cairo. La  seconda  volta. La seconda volta che m'incontro con Cairo personalmente ma la sua pittura... Quindi non so nemmeno il suo metodo di lavoro e può darsi che posso sbagliare come cronaca, ma non sbaglio, sono certo come intuizione del fatto. Lui può anche dirmi non ho fatto questo, non faccio questo, ma... noi  facciamo  alcune  cose  e  non le diciamo, lo facciamo ma senza averne... non dico la coscienza, la volontà di farlo. Penso  che  in  Cairo  c'è  la  volontà esatta, diremmo, dì farlo perché egli è un artista moderno, anche in questo accoppiamento di meditazione; quindi di ragionamento, di meditazione e di scatto poetico. Di ragione e di intuizione. Penso che, in ogni quadro ci sia una propria misura aurea (tanto per dare una definizione classica), una  propria, dico  propria misura aurea che deve determinare aritmeticamente una suggestione; una suggestione che è poi innesto poetico.

Quindi la sua attualità,la sua modernità è proprio quella di voler costruire,saper costruire una suggestione di poesia,attraverso una memorizzazione di spazi, di linee, quindi di numeri che vengono accoppiati in un certo modo; invece di determinare come potrebbe determinare un puro tecnico spazi isolati ma inerti anche se magici, può essere un fallimento fatto con delle scacchiere Quindi magico a vederli, un po’ annuvolati, ma inerte come linguaggio poetico. Invece in lui, Cairo, questa geometria meditata, diventa suggestione e poesia. Penso che questa sia la sua capacità d'arte che ce lo rende non semplicemente caro affettivamente, perché non mi è caro affettivamente (perché ci conosciamo anche poco) vorrei questo dirlo, per rafforzare il discorso critico. Lo rende caro e degno di... di essere guardato. Perché  noi  siamo stanchi di vedere artisti inutili. Cioè ci sono alcuni artisti che fanno delle mostre che vorremmo anche non vedere, perché è inutile vederle. Ci distraggono  gli  occhi  dalla  purezza  di guardare una sedia ben fatta, tante  volte, invece  di  guardare una scultura mal fatta.

Quindi in Cairo questa potenzialità di attualità esiste. Esiste ed è drammaticamente evidente. Dico drammaticamente, perché? Perché è evidente e chiaro discorso di angosce, un discorso di imbuto.

Se voi osservate, la maggior parte dei quadri, delle opere comunque più belle dì Cairo, hanno un tunnel. Sono un tunnel sono un imbuto, sono un  avvio  dall'alto  verso  un  basso. Verso  un basso che alla fine è  liberazione. Cioè  un  imbuto  a  doppio imbuto. Un imbuto che si apre, si chiude e  al  di    c'è  il mistero delle cose, di  tutte  le  cose  che  non  possiamo  noi svelare, che l'artista ci aiuta a rivelarci attraverso qualche frammento di intuizione superiore che è la conoscenza misteriosa che ci guarda attraverso l'arte. Quindi in Cairo  voi  potrete e vorrete... potreste avere come chiave  di  lettura  questo. Tanto per chiarirci il fenomeno. Anche un artista è un fenomeno. Cioè una cosa che avviene, che si determina. Prima questa chiarezza musicale inferiore meditata che gli fa  costruire  forme e strutture  geometriche  ritmate, da  composizioni  a  catena da composizioni scattanti che determinano, alla fine, una nuova unità che è magia per l'occhio. Già questo basterebbe a fare dell'artista... ad essere un elogio dell'artista; cioè un fatto positivo, determinare attraverso le strutture determinate nello spazio questa gioia per gli occhi, o questa sconfitta per gli occhi. Questa angoscia per gli occhi che l'arte determina quando l'angoscia è purificatrice, quando l'angoscia è un passaggio… un pedaggio e un passaggio per arrivare a delle gioie. Ciò è determinato con coscienza assoluta in Cairo, e quindi abbiamo un quadro meditato poeticamente.

Ma la seconda chiave di lettura deve essere proprio il viaggio che Cairo ci induce a fare. Quando un artista determina o sulla pagina o in un'architettura, ci invita ad un viaggio, è un grande artista.

Il  Sommo  dei  Sommi, l'architetto  Michelangelo... se voi andate sulla piazza del Campidoglio, pur essendo così stentatamente semplice, scoperta persino e  fors'anche  senza  l'imperatore in mezzo, per motivo inafferrabile, per un motivo... per un senso d'inafferrabilità delle cose, degli spazi; voi vi trovate attraverso quelle righe, quelle piccole strutture  di  collinari, quegli spazi in alto, quelle gobbe determinate nella piazza e quegli spazi determinati dai pilastri intorno e dal pavimento stesso vi accorgerete di trovarvi in una selva, in cui vorreste viaggiare. Difatti la piazza del Campidoglio invita a camminare, a viaggiare. Le grandi strutture, diremmo, così spaziali che noi attraversiamo, che  calpestiamo sono immense, anche  se  piccolissime, perché ci invitano a  viaggiare  intorno. Una  grande  opera  d'arte è sempre un invito a viaggiare, un romanzo che invita a camminarci dentro. Quindi guai al quadro, all'opera d'arte figurativa, che non sia anche un invito a viaggiare; non abbia un camminamento entro cui entrare, entrarci e dissolversi dentro.

E' chiaro. E' troppo chiaro, persino come Cairo determina questo invito al viaggio. Ogni sua opera ha un'entrata solennemente aperta, anzi invitante, allettante; quasi un fiore geometrico per poi determinare. E qui sta la sua captazione, questo stato moderno di angoscia tipicamente attuale, dell'uomo d'oggi. Vedete  questa  struttura  ad  imbuto  quasi  sempre (nelle sue  opere  migliori, sempre), si  determina  in  un  tunnel  che non è per ragioni di ottica, e per ragioni di costruttive, diremmo, banalmente parlando. E non sono solo di prospettiva tecnica, ma sono prospettive dello spirito. Cioè  determina  questo  imbuto a camminare e scoprire noi stessi.

Io sono  convinto  che  è  inutile  contare  gli  scacchi, la scacchiera... Quante sono le piastrelle bianche e quelle nere nel pavimento dipinto da  Cairo; perché  esso  è  infinito, anche  se possiamo contarle. Eppure è limitato. Potremmo anche magari pensare che ci siano visioni di giochi numerici; e possono essere dei giochi  numerici  nell'opera  di  Cairo, dentro  di  sé? Anzi spesso ci sono questi giochi sottili a cui l'artista si affida per determinare magia, quasi una superiore "fattucchieria  superiore” che è  anche  tipica  delle  grandi  arti. C'è  sempre  un modo misterioso di affidarsi a dei bastoni celesti che  sono interiori e possono essere di numero. Quindi questa doppia chiave di lettura che poi è unica, mi.sembra la più evidente, la più limpida da cercare in Carlos Cairo.

Le opere che non hanno questa determinazione geometrica -ce n'è una tra le più belle, che sta  alle  mìe  spalle  (la scarpetta rossa), una che sta alla mia destra (il telefono rosso) rientrano in un aspetto di Cairo che appare e può apparire – diversamente. Può apparire diversamente e può apparire persino un contrasto, un contrasto non certamente nell'uso del pennello o del modo tecnico di portare le strutture delle linee, del colore sulla tela. Può apparire diversamente, ma a ben pensarci, a ben analizzare queste opere, vi accorgerete che anch'esse sono divisione  di  spazi  attraverso  mezzi  meccanici. Cioè  mezzi manufatti dall'uomo. Oppure eternando l'uomo. Quindi le vedete.come essenziale diventa per via dello spazio non più un fenomeno naturale, come potrebbe essere la sfera. Questa sfera, diremmo, inventata che tante cose dice e tante cose non dice. Non è sola questa doppia sfera, proiezione del doppio "Io", questo Narciso che esiste. Questa forma di Narciso che potrebbe essere questo quadro, cioè il riflesso di se stesso. Ma lo spazio e lo scatto viene determinato da questo rosso, da queste curve, dalla scarpa; cioè l'oggetto esteriore alla natura. Quindi ritorna a quel primo iniziale modo  (di  cui  ho  già parlato), cioè di questo intervento a darci realtà non servendosi della realtà pura; della realtà non manovrata dal pensiero, da questo corno. Ancora più tipico e più determinante di questo  discorso è il quadro alla mia destra, dove questo corno... questa cornetta del telefono dà l'idea elementare che sì può telefonare. Il telefono, la voce che passa da un punto all'altro; e sarebbe l'idea più  bambina  quasi, più  immediata. Invece  qui  abbiamo  l'idea predominante che determina questo quadro che è appunto, l'intervento di una struttura pensata dall'uomo. Cioè nello spazio, che l'uomo ha pensato, che l'uomo ha  determinato  e  che  diventa unità tra due cose della natura che mantiene continenti, due isole, o anche qui ha valore. Il valore della pittura di Cairo assurge in questa pittura a un altro tipo di figurazione: assurge a identità psicologica. Può anche essere unità di due cuori, di due anime, di due personalità; di due personaggi, di una coppia. Quel telefono, quindi, potrebbe anche essere una coppia. Ma sopra la pittura, ognuno di voi può e deve vederci tante e diverse cose.

Quello che io volevo... e tentavo... e tento di dire... Sono passati i miei quindici minuti. Quello che volevo dire è appunto dare al nostro Cairo non il benvenuto nella pittura romana, ma il benvenuto nella pittura italiana, cioè dimenticarci, quando parliamo di artista di regionalizzare, cittadinizzare l'artista stesso; ma  di  dirgli: "tu  appartieni  alla  vivezza  del  mondo in cui vivi. Tu appartieni a questo ritmo, tu cammini col cervello con dei ritmi in cui vivono oggi i ragazzini”  Il ragazzo  di due anni già vive in questa dimensione. Ci viviamo anche  noi adulti; cioè tutti coloro che abbiamo captato, attraverso lo.sviluppo della civiltà dei numeri matematici, della civiltà industriale. Chiamiamo questa brutta parola che è una grande e superba  e  splendila  realtà  anch'essa. Quella  che  Cairo  vive  in questi ritmi è una pittura. Un  artista  è  valido  e  vero  se vive in questi ritmi.

L'osservazione che potrebbe nascere e che ho già all'inizio messo avanti perché è logica ed è d'aspettarsi: ed allora uno splendido pittore di fiori, non è un pittore di ritmi? Ma certamente! Io non lo escludo, anzi non va escluso. Ma dite la verità? Se voi vi trovate dinanzi ad un pittore moderno che scandisce sul suo quadro bellissimi fiori, o un bellissimo volto umano, cosa ci cercate? Non vi cercate più quello che era la realtà ritratta di un tempo; voi cercate in quel quadro un vostro autoritratto, quasi; un  riflesso  di  voi  stessi. Cercate  ritmi  che scandiscano con voi nuovi linguaggi.

Il fiore di  Mafai, e  dico  un  pittore  stupendo, enorme; che ha ritmato la sua vita d'artista attraverso il linguaggio dei fiori. Se voi osservate i quadri di Mafai, i fiori hanno delle esposizioni. Non sono fiori che nascono. Non è il roseto spontaneo che nasce fotografato dall'artista. Vi accorgerete che il grande artista della natura, in genere, attraverso la  posizione  della natura, attraverso l’inquadratura della natura determina il suo intervento geometrico.

Non esiste un grande artista, e Giotto in questo è supremo, è superbo  e  supremo. Per  dire  un  artista  di  avant'ieri  che possa determinare e portarci nella natura quello scatto poetico che non sia  senza  l'intervento  suo  mentale  e  matematico. Quindi anche nella grande pittura  figurativa!... Un  nudo! Cosa conta in un nudo? E' la posa, cosiddetta! Cioè è com'è l'inquadratura del nudo, non il nudo in  se  stesso. Tutti sanno  fare  un nudo, ormai. Ci sono dei mezzi stupendi di proiezione, per cui non c'è abile studente di Liceo Artistico che non sappia farci un bel nudo; con il seno in un certo modo, meraviglioso, eccitante. Bello  tutto. Ma  non  è  quello  che  conta. Contano  le  situazioni che l'artista determina operando su quel nudo. Cioè come lo muove come lo... (e qui interviene una battuta quasi modernissima); come lo monta. Il montaggio della natura come interviene nell'occhio dell'artista.

Quindi anche in questa pittura figurativa di Cairo, quello che mi… ci... preme sottolineare, vedendola in questa inquadratura l’artista geometrico-matematico, come il suo intervento è sempre meditato. La  natura  è  sottoposta  ad  una  sua  analisi tanto chiara, analisi di una sua geometria inferiore.

La mia chiacchierata va oltre, in omaggio a Cairo, con l'augurio di successi, non  solo; ma  di  conoscenza  più  ampia  verso gli animi assetati di nuovi e splenditi ritmi poetici.

 



       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Studio  Via Ferdinando Neri, 46 – 00050 ARANOVA - ROMA  Tel. +39 066674685 – e- mail carloscairo@tiscalinet.it

 

 

 

 

 

 

 

 

Quanto Selvaggi auspicava a Carlos Cairo quindici anni fa e che la RAI ha scoperto solo oggi, noi, il gran talento del Maestro, ve lo abbiamo mostrato con amore.

Alla luce che vi scoprii e che, ancora oggi, guardando quei quadri vedo la pelle “accapponarsi” e brividi d’entusiamo mi accelerano il battito cardiaco; accade maggiormente guardando la recente produzione del Maestro Carlos Cairo, perché alla luce e alla geometria – aritmetica vi ha aggiunto la musica. Le sue opere “oggi” non contano soltanto numeri, non rispecchiano soltanto luce immensa, ma suonano una musica che intenerisce, che esalta l’animo, che ci avvicina al creato e al Creatore con naturalezza, proprio come ieri la luce e la geometria – artimetica. Sta in questo la forza della Sua Arte e la definizione di «Surrealismo concreto». In questo profilo storico fatto a suo tempo da Giuseppe Selvaggi e Paolo Diffidenti è l’esempio della verità della mia affermazione.

 

reno bromuro