«la bellezza dei quadri ignora la morte»
Nella notte dal 30 al 31 maggio c.a.
alle 3,15 circa, Raidue ha mandato in onda, nella rubrica culturale di Net. T.
Un. O, un’intervista a Carlos Cairo, da titolo «Il mondo di Carlos» cui l’intervistatore si è ispirato a «L’interpretazione dei sogni» di Sigmund
Freud, asserendo che l’arte nasce perché spinta dal «feticcio» che è dentro di noi. Non ho intenzione di criticare
l’affermazione dell’intervistatore (opinabilissima), ma mi sono domandato, ed
ancora in questo momento che scrivo, 3 giugno mi sto domandando (ad una
settimana dall’andata in onda dell’intervista), quindi dopo aver macerato bene
affermazioni blasfeme e la convinzione che la RAI pur avendo «critici d’arte famosi» ha dovuto attendere quindici anni per
accorgersi di Cairo; ha dovuto aspettare i successi di Los Angeles e
Sudamericani, mentre noi dell’Associazione Internazionale Artisti “Poesia della Vita”, Centro Letterario
del Lazio e Quadrato d’Idea, appena visti i primi quadri di Carlos Cairo non ci
pensammo due volte per allestire al «Centro
Letterario del Lazio» una personale. Non per intuizione ma per conoscenza,
anche perché fummo incoraggiati da un critico d’arte di provata capacità:
Giuseppe Selvaggi. Anche noi, allora affermammo che «la bellezza dei quadri di Carlos Cairo ignorano la morte» e senza
ricorrere a Freud e a feticci che offendono la vera creazione dell’artista, che
per noi, ne siamo convinti, la sua mano è guidata dalla volontà Suprema e che
solo per questo «ignora la morte».
dal nostro archivio storico

Mentre la pittura di quest’ultimo
ventennio del secolo cerca ancora, attraverso le varie correnti, un’identità
fuori d’ogni riferimento tradizionale nello sperimentalismo più arrischiato,
facendo risalire alla ribalta i seguaci di Mondrian
con superficie di campi di colore puro e piatto; oppure fissando la trama delle
visioni interiori nel libero gioco dei colori e dei segni, come Kandinskij e Paul Klee; o ancora come i «Nuovi
Selvaggi», termine sotto il quale sono designati un gruppo d’artisti che
operano in Germania dalla fine degli anni Settanta e che hanno dato un più che
vitale impulso alla pittura del loro paese sviluppando, in termini d’assoluta
libertà espressiva, nuove ipotesi d’aggregazioni linguistiche.
Carlos Cairo, nato a
Colonia ma operante a Roma dal 1980, con la sua pittura fissa la ricerca di un
rapporto più diretto e istintivo con la materia del dipingere, cioè colore e
supporto, di là dall’ "espressionismo
astratto statunitense o del tachisme francese spingendo l'informale verso la
forma che desta e accende,
attraverso la memoria, i ricordi che sembravano nascosti o volutamente
dimenticati dall'« IO » superiore.
Così, dicevo, mentre si sperimentano varie correnti, quali la pittura «gestuale»,
Carlos Cairo sembra far ritornare la pittura a se
stessa e alla propria logica interna.
La linea di
sviluppo appare singolarmente coerente nel graduale rifiuto d’ogni elemento estraneo ad una dimensione rigorosamente pittorica e nella parallela individuazione, verso tutti i condizionamenti d'uno «specifico pittorico» fatto di materia
colorata e di segno, campo di una nuova e illimitata libertà d'espressione.
Così, che la paesaggistica, nell’informalità della sua costruzione geometrica acquista, nello spazio, la negazione della bidimensionalità,
l'aggancio mimetico con la realtà e persino di trascrizione dell'inconscio
e dell'immaginario, fino a edificare
un’ipotesi d’interferenza fra attuale e memoria, fra spazi e fatti contingenti. Le parallele che s'incontrano «sempre»
all'infinito e che formano, attraverso i vari punti, geometricamente
parlando, altre rette che a loro volta ne creano altre, quasi di far apparire
casuali tutte le forme (quadrati bianchi e neri, o azzurri e bianchi, dai quali
scaturiscono uomini, fiere, oggetti), che vengono a generarsi.
Il pregio di questa
pittura (e il pregio della ricerca tecnica «rigorosissima»
di Carlos Cairo), è nella luce. La luce, appunto, sta alla base; e la luce
e il filo che unisce, che salda idealmente realtà apparentemente lontana e
innesta trasversalmente le esperienze di Carlos Cairo, proponendo la marcata
carica simbolica di una figurazione oggettuale (la scarpa rossa sulla vetta
avvolta dall'incandescente luce solare, la colomba nera nella luce della notte
- e la notte qui ha luce -, il telefono rosso che congiunge le sponde dei due
emisferi ecc... ecc...), oggetti che, attraverso procedimenti personalissimi
tendono a porsi, a costruire i nuovi rapporti fra l'uomo, il suo ambiente e la
sua filosofia, di nuove dimensioni di coinvolgimento
dello spettatore chiamato dall’opera a divenire attore dell’evento
esaminando, introspezionalmente, il proprio esistere.
Roma. 23 gennaio 1986
PERSONALE DI CARLOS CAIRO
dall’archivio storico 6/2/1987
Paolo Diffidenti (dopo aver comunicato le attività del mese di marzo del Centro Letterario del Lazio) ha presentato Carlos Cairo, l'artista che festeggiamo oggi (ha detto il fondatore del Centro Letterario del Lazio e amico di tutti gli artisti alle prime armi), è un pittore le cui opere avete avuto modo di vedere e con un'arte affascinante.
Ascoltiamo
Giuseppe Selvaggi cosa ci dirà di questo pittore
che gode tanta popolarità ed ormai romano d’addizione
(credo sia a Roma da cinque sei anni e parla bene l'italiano e non solo
l'italiano, ma anche il romanesco ormai), vero Carlos? Comunque si è imposto
all'attenzione della critica e del pubblico, soprattutto per la sua serietà. Per la sua serietà all'insegna pittorica al di fuori
d’ogni compromesso e desidera dipingere ciò che
lui sente egregiamente e senza lasciarsi irretire dalle correnti contemporanee,con una
personalità tutta sua particolare. Ma lasciamo la parola a Giuseppe Selvaggi
che ancora una volta ha voluto
onorarci e darci il piacere
della sua compagnia.
Questa volta amo
parlare non solo
del Centro Letterario del Lazio,
ma anche della Fondazione Panzironi.di questi
gruppi d’azioni mentali che vanno determinando nella cultura ciò.che è già vivo nell'aspirazione
dei nostri bambini e sentirsi tutti
uniti in un girotondo universale. Cioè, quando è
possibile, in un girotondo mondiale.Tutto il mondo
unito in un gran girotondo di fraternità e d’amore,
solidarietà.
Quindi parlare
poi di pittura in una
fondazione... nei locali di una Fondazione che ha questo spirito d’universalità, come
fondamento e come messaggio quotidiano in tutte le cose che avvengono è come
già un introdursi a parlare di pittura, che insieme
alla musica è l'arte assolutamente senza frontiere; cioè
impossibile vedere ed ascoltare superando quello che sono, le difficoltà della lingua che sono
atipiche della letteratura. E persino batte anche
l'architettura stessa, in quanto l'architettura ha
delle sue limitazioni più radicate, dovute alle necessità climatiche dell'ambiente in cui essa sorge. Quindi, le
grandi arti che davvero assurgono a linguaggio universale
sono e rimangono, per adesso, la musica e la
pittura. E introdursi in una mostra come questa di
Carlos Cairo, è proprio già aprire la
porta ad un linguaggio pittorico.
Che la pittura e autenticamente nuova se ha un suo linguaggio, ma visto e siglato
da un suo linguaggio, appunto perché ci troviamo dinanzi ad un artista che determina nel
suo quadro già l'impatto a prima vista
senza il secondo ascolto o il terzo, il quarto, necessari per capire a fondo un artista; ma a prima vista determina una realtà dì linguaggio geometricamente
matematico.
Unisco queste due parole geometricamente aritmetico, perché questi due termini di diverse discipline matematiche che, se vanno più unite, ci troviamo dinanzi a spazi ritmati secondo canoni musicali. Quindi a doppia universalità.
Diremmo
che in questa pittura esiste già
uno scatto d’universalità. Ed il fatto suo moderno, il
fatto di Cairo moderno, qual è? In genere quando si può parlare dì linguaggio
pittorico comprensibile a tutti, cioè
di grande comunicazione com'è la grande arte,
noi possiamo a prima induzione (pensiamo ad
un nudo, se uguale al
nudo... cioè, una cinesina si
spoglia e diventa anche una
norvegese cambiando i connotati. Diremmo così, tipicamente tipizzano il
personaggio; ma la realtà è quella: una testa delle mani, dei piedi. Un albero,
anch'esso alla cinese come una volta, ma è un albero che ha le
radici, ha il tronco ha le foglie; cioè la figurazione è
universabile a primo impatto ed è un compito ormai questo affidato alle
comunicazioni dell'immagine visiva, tipiche della fotografia, del cinema e
delle arti della visione. Rimane sempre vivo il fascino e il potenziale
artistico che può essere, nel ritrarre la verità così com'è.
Un grande
artista può determinare
i nuovi "Bronzi di Riace” oppure
la nuova “Pietà" di Michelangelo
che parla con esattezza, cioè parla con realtà vera e determina la grande
poesia.
Questa che è una realtà nella misteriosa realtà, ma mistero
insieme, nella concezione delle arti visive manufatte dall'uomo, non nelle arti
visive in cui l'uomo interviene solo com’elemento meccanico anche se di gusto e
d'arte mediante la macchina, come la fotografia o il cinema.
Ma la struttura moderna del pensiero del linguaggio si va
avviando e diventa attuale, cioè diventa già dei nostri nipoti, dei nostri
pronipoti. Diventa già... Quando qui, tra
un secolo e mi auguro che la
Fondazione Panzironi ci sarà senz'altro; il Centro Letterario del Lazio è
chiaro che ci sia tra un secolo; e qui, in questa Sala, ci saranno
altre strutture mentali
ma sempre legate ad una comunanza genetica dell'uomo il quale comincerà
a pensare, già a sentire spontanea, naturale, l'esprimersi.
Unisco queste due parole geometricamente aritmetico, perché questi due termini
di due diverse discipline matematiche che, se vanno più unite ci troviamo
dinanzi a spazi ritmati secondo canoni musicali, quindi a doppia universalità.
Per linee, per geometria; non come un’invenzione
occasionale, come poteva essere dei grandi artisti del passato. Persino Giotto
ha delle strutture geometriche. Persino nella grande arte greca l’abbiamo...
negli egiziani ci sono delle strutture geometriche, ma pensate e meditate come
un fatto spontaneo di linguaggio: una realtà viva in noi, come un fatto di
passeggiare e di vivere, nei numeri e nelle forme.
La potenzialità d’artista di Carlos Cairo io la individuo
(ho usato io perché ognuno di noi... non è un io d’orgoglio); cioè, ognuno la
vediamo come vogliamo.
La mia chiave di lettura, chiamato qui a parlare un
po’, a determinare un clima di... di maggiore conoscenza verso questo
artista, vedo che la sua maggiore
incisività, la sua maggiore potenzialità, la sua maggiore
struttura attuale proiettata nel
futuro, com’è ogni arte autentica, proprio in quella sua potenziale lingua
geometrizzata.
Ora
saremmo anche qui,in un discorso vecchiotto, se pensiamo che persino la
rivoluzione metafisica di De Chirico parte da strutture geometriche. Ma io
vorrei qui chiarire... cioè farvi meditare su una... Cioè farvi guardare un
quadro, anche il più grande di De Chirico e vedere come in De Chirico la
struttura geometrica mira a determinare malinconie e suggestioni; a suscitare
emozioni in cui la geometria è persino un pretesto, direi quasi. E' persino un
modo di determinare, insinuare
(insinuare, in senso buono), cioè far via attraverso sentimenti e
messaggi interiori, di comunicazioni che sono tipiche dell'arte e che non
hanno spiegazioni; non possono
avere spiegazioni. Quindi non
è una geometria meditata in se stessa. Cioè non è una geometria legata
al numero, all'aritmetica, come dicevo poco fa, al teorema interiore che a caso
sviluppa un tipo di linguaggio che ha avuto, che ha i suoi nonni, i suoi
genitori nella civiltà occidentale, e non solo occidentale, ma la sviluppa e la
porta... l'adatta al suo clima interiore, al suo mondo interiore, al suo mondo
personalissimo.
Ognuno di noi ci ha una torre infinitesimale - che poi non è
che ci distinguiamo molto l'uno dall'altro -, siamo tutti della stessa pasta
anche come anima; abbiamo una sfoglia che ci distingue, una fisionomia che ci
distingue. Adatta questo suo... questo suo mondo geometrico a sé stesso e
comunica agli altri. Perché comunica agli altri? Riesce! Io penso, non lo so... perché è la terza
volta che mi incontro con
Cairo. La seconda volta. La seconda volta che m'incontro con
Cairo personalmente ma la sua pittura... Quindi non so nemmeno il suo metodo di
lavoro e può darsi che posso sbagliare come cronaca, ma non sbaglio, sono certo
come intuizione del fatto. Lui può anche dirmi non ho fatto questo, non faccio
questo, ma... noi facciamo alcune
cose e non le diciamo, lo facciamo ma senza averne... non dico la
coscienza, la volontà di farlo. Penso
che in Cairo c'è la
volontà esatta, diremmo, dì farlo perché egli è un artista moderno,
anche in questo accoppiamento di meditazione; quindi di ragionamento, di
meditazione e di scatto poetico. Di ragione e di intuizione. Penso che, in ogni
quadro ci sia una propria misura aurea (tanto per dare una definizione
classica), una propria, dico propria misura aurea che deve determinare
aritmeticamente una suggestione; una suggestione che è poi innesto poetico.

Quindi
la sua attualità,la sua modernità è proprio quella di voler costruire,saper
costruire una suggestione di poesia,attraverso una memorizzazione di spazi, di
linee, quindi di numeri che vengono accoppiati in un certo modo; invece di
determinare come potrebbe determinare un puro tecnico spazi isolati ma inerti
anche se magici, può essere un fallimento fatto con delle scacchiere Quindi
magico a vederli, un po’ annuvolati, ma inerte come linguaggio poetico. Invece
in lui, Cairo, questa geometria meditata, diventa suggestione e poesia. Penso
che questa sia la sua capacità d'arte che ce lo rende non semplicemente caro
affettivamente, perché non mi è caro affettivamente (perché ci conosciamo anche
poco) vorrei questo dirlo, per rafforzare il discorso critico. Lo rende caro e
degno di... di essere guardato. Perché
noi siamo stanchi di vedere artisti
inutili. Cioè ci sono alcuni artisti che fanno delle mostre che vorremmo anche
non vedere, perché è inutile vederle. Ci distraggono gli occhi dalla
purezza di guardare una sedia
ben fatta, tante volte, invece di
guardare una scultura mal fatta.
Quindi in Cairo questa potenzialità di attualità esiste.
Esiste ed è drammaticamente evidente. Dico drammaticamente, perché? Perché è
evidente e chiaro discorso di angosce, un discorso di imbuto.
Se voi osservate, la maggior parte dei quadri, delle opere comunque
più belle dì Cairo, hanno un tunnel. Sono un tunnel sono un imbuto, sono
un avvio dall'alto verso un
basso. Verso un basso che alla
fine è liberazione. Cioè un
imbuto a doppio imbuto. Un imbuto che si apre, si
chiude e al di là c'è il mistero delle cose, di
tutte le cose
che non possiamo
noi svelare, che l'artista ci aiuta a rivelarci attraverso qualche
frammento di intuizione superiore che è la conoscenza misteriosa che ci guarda
attraverso l'arte. Quindi in Cairo
voi potrete e vorrete...
potreste avere come chiave di lettura
questo. Tanto per chiarirci il fenomeno. Anche un artista è un fenomeno.
Cioè una cosa che avviene, che si determina. Prima questa chiarezza musicale
inferiore meditata che gli fa
costruire forme e strutture geometriche
ritmate, da composizioni a
catena da composizioni scattanti che determinano, alla fine, una nuova
unità che è magia per l'occhio. Già questo basterebbe a fare dell'artista... ad
essere un elogio dell'artista; cioè un fatto positivo, determinare attraverso
le strutture determinate nello spazio questa gioia per gli occhi, o questa
sconfitta per gli occhi. Questa angoscia per gli occhi che l'arte determina
quando l'angoscia è purificatrice, quando l'angoscia è un passaggio… un pedaggio
e un passaggio per arrivare a delle gioie. Ciò è determinato con coscienza
assoluta in Cairo, e quindi abbiamo un quadro meditato poeticamente.
Ma la seconda chiave di lettura deve essere proprio il
viaggio che Cairo ci induce a fare. Quando un artista determina o sulla pagina
o in un'architettura, ci invita ad un viaggio, è un grande artista.
Il Sommo dei Sommi, l'architetto Michelangelo... se voi andate sulla piazza del Campidoglio, pur essendo così stentatamente semplice, scoperta persino e fors'anche senza l'imperatore in mezzo, per motivo inafferrabile, per un motivo... per un senso d'inafferrabilità delle cose, degli spazi; voi vi trovate attraverso quelle righe, quelle piccole strutture di collinari, quegli spazi in alto, quelle gobbe determinate nella piazza e quegli spazi determinati dai pilastri intorno e dal pavimento stesso vi accorgerete di trovarvi in una selva, in cui vorreste viaggiare. Difatti la piazza del Campidoglio invita a camminare, a viaggiare. Le grandi strutture, diremmo, così spaziali che noi attraversiamo, che calpestiamo sono immense, anche se piccolissime, perché ci invitano a viaggiare intorno. Una grande opera d'arte è sempre un invito a viaggiare, un romanzo che invita a camminarci dentro. Quindi guai al quadro, all'opera d'arte figurativa, che non sia anche un invito a viaggiare; non abbia un camminamento entro cui entrare, entrarci e dissolversi dentro.
E' chiaro. E' troppo chiaro,
persino come Cairo determina questo invito al viaggio. Ogni sua opera ha un'entrata
solennemente aperta, anzi invitante, allettante; quasi un fiore geometrico per
poi determinare. E qui sta la sua captazione, questo stato moderno di angoscia
tipicamente attuale, dell'uomo d'oggi. Vedete
questa struttura ad
imbuto quasi sempre (nelle sue opere migliori, sempre),
si determina in un tunnel
che non è per ragioni di ottica, e per ragioni di costruttive, diremmo,
banalmente parlando. E non sono solo di prospettiva tecnica, ma sono
prospettive dello spirito. Cioè
determina questo imbuto a camminare e scoprire noi stessi.
Io
sono convinto che è inutile
contare gli scacchi, la scacchiera... Quante sono le
piastrelle bianche e quelle nere nel pavimento dipinto da Cairo; perché esso è infinito, anche se possiamo contarle. Eppure è limitato. Potremmo anche magari
pensare che ci siano visioni di giochi numerici; e possono essere dei
giochi numerici nell'opera
di Cairo, dentro di
sé? Anzi spesso ci sono questi giochi sottili a cui l'artista si affida
per determinare magia, quasi una superiore "fattucchieria superiore” che è anche
tipica delle grandi
arti. C'è sempre un modo misterioso di affidarsi a dei
bastoni celesti che sono interiori e
possono essere di numero. Quindi questa doppia chiave di lettura che poi è
unica, mi.sembra la più evidente, la più limpida da cercare in Carlos Cairo.
Le
opere che non hanno questa determinazione geometrica -ce n'è una tra le più
belle, che sta alle mìe
spalle (la scarpetta rossa), una
che sta alla mia destra (il telefono rosso) rientrano in un aspetto di Cairo
che appare e può apparire – diversamente. Può apparire diversamente e può
apparire persino un contrasto, un contrasto non certamente nell'uso del
pennello o del modo tecnico di portare le strutture delle linee, del colore
sulla tela. Può apparire diversamente, ma a ben pensarci, a ben analizzare
queste opere, vi accorgerete che anch'esse sono divisione di
spazi attraverso mezzi
meccanici. Cioè mezzi manufatti
dall'uomo. Oppure eternando l'uomo. Quindi le vedete.come essenziale diventa
per via dello spazio non più un fenomeno naturale, come potrebbe essere la
sfera. Questa sfera, diremmo, inventata che tante cose dice e tante cose non
dice. Non è sola questa doppia sfera, proiezione del doppio "Io",
questo Narciso che esiste. Questa forma di Narciso che potrebbe essere questo
quadro, cioè il riflesso di se stesso. Ma lo spazio e lo scatto viene
determinato da questo rosso, da queste curve, dalla scarpa; cioè l'oggetto
esteriore alla natura. Quindi ritorna a quel primo iniziale modo (di
cui ho già parlato), cioè di questo intervento a darci realtà non
servendosi della realtà pura; della realtà non manovrata dal pensiero, da
questo corno. Ancora più tipico e più determinante di questo discorso è il quadro alla mia destra, dove
questo corno... questa cornetta del telefono dà l'idea elementare che sì può
telefonare. Il telefono, la voce che passa da un punto all'altro; e sarebbe
l'idea più bambina quasi, più
immediata. Invece qui abbiamo
l'idea predominante che determina questo quadro che è appunto,
l'intervento di una struttura pensata dall'uomo. Cioè nello spazio, che l'uomo
ha pensato, che l'uomo ha
determinato e che
diventa unità tra due cose della natura che mantiene continenti, due
isole, o anche qui ha valore. Il valore della pittura di Cairo assurge in
questa pittura a un altro tipo di figurazione: assurge a identità psicologica.
Può anche essere unità di due cuori, di due anime, di due personalità; di due
personaggi, di una coppia. Quel telefono, quindi, potrebbe anche essere una
coppia. Ma sopra la pittura, ognuno di voi può e deve vederci tante e diverse
cose.
Quello
che io volevo... e tentavo... e tento di dire... Sono passati i miei quindici
minuti. Quello che volevo dire è appunto dare al nostro Cairo non il benvenuto
nella pittura romana, ma il benvenuto nella pittura italiana, cioè
dimenticarci, quando parliamo di artista di regionalizzare, cittadinizzare
l'artista stesso; ma di dirgli: "tu appartieni
alla vivezza del
mondo in cui vivi. Tu appartieni a questo ritmo, tu cammini col cervello
con dei ritmi in cui vivono oggi i ragazzini” Il ragazzo di due anni già
vive in questa dimensione. Ci viviamo anche
noi adulti; cioè tutti coloro che abbiamo captato, attraverso lo.sviluppo
della civiltà dei numeri matematici, della civiltà industriale. Chiamiamo
questa brutta parola che è una grande e superba e splendila realtà
anch'essa. Quella che Cairo
vive in questi ritmi è una
pittura. Un artista è
valido e vero
se vive in questi ritmi.
L'osservazione
che potrebbe nascere e che ho già all'inizio messo avanti perché è logica ed è
d'aspettarsi: ed allora uno splendido pittore di fiori, non è un pittore di
ritmi? Ma certamente! Io non lo escludo, anzi non va escluso. Ma dite la
verità? Se voi vi trovate dinanzi ad un pittore moderno che scandisce sul suo
quadro bellissimi fiori, o un bellissimo volto umano, cosa ci cercate? Non vi
cercate più quello che era la realtà ritratta di un tempo; voi cercate in quel
quadro un vostro autoritratto, quasi; un
riflesso di voi
stessi. Cercate ritmi che scandiscano con voi nuovi linguaggi.
Il fiore di Mafai,
e dico
un pittore stupendo, enorme; che ha ritmato la sua vita
d'artista attraverso il linguaggio dei fiori. Se voi osservate i quadri di
Mafai, i fiori hanno delle esposizioni. Non sono fiori che nascono. Non è il
roseto spontaneo che nasce fotografato dall'artista. Vi accorgerete che il
grande artista della natura, in genere, attraverso la posizione della natura,
attraverso l’inquadratura della natura determina il suo intervento geometrico.
Non
esiste un grande artista, e Giotto in questo è supremo, è superbo e
supremo. Per dire un
artista di avant'ieri
che possa determinare e portarci nella natura quello scatto poetico che
non sia senza l'intervento suo mentale
e matematico. Quindi anche nella
grande pittura figurativa!... Un nudo! Cosa conta in un nudo? E' la posa,
cosiddetta! Cioè è com'è l'inquadratura del nudo, non il nudo in se
stesso. Tutti sanno fare un nudo, ormai. Ci sono dei mezzi stupendi
di proiezione, per cui non c'è abile studente di Liceo Artistico che non sappia
farci un bel nudo; con il seno in un certo modo, meraviglioso, eccitante. Bello tutto. Ma
non è quello che conta. Contano le situazioni che
l'artista determina operando su quel nudo. Cioè come lo muove come lo... (e qui
interviene una battuta quasi modernissima); come lo monta. Il montaggio della
natura come interviene nell'occhio dell'artista.
Quindi anche in questa pittura figurativa di Cairo, quello
che mi… ci... preme sottolineare, vedendola in questa inquadratura l’artista
geometrico-matematico, come il suo intervento è sempre meditato. La natura
è sottoposta ad
una sua analisi tanto chiara, analisi di una sua geometria
inferiore.
La mia chiacchierata va oltre, in omaggio a Cairo, con
l'augurio di successi, non solo;
ma di
conoscenza più ampia
verso gli animi assetati di nuovi e splenditi ritmi poetici.


Studio 
Quanto
Selvaggi auspicava a Carlos Cairo quindici anni fa e che la RAI ha scoperto
solo oggi, noi, il gran talento del Maestro, ve lo abbiamo mostrato con amore.
Alla
luce che vi scoprii e che, ancora oggi, guardando quei quadri vedo la pelle “accapponarsi”
e brividi d’entusiamo mi accelerano il battito cardiaco; accade maggiormente
guardando la recente produzione del Maestro Carlos Cairo, perché alla luce e
alla geometria – aritmetica vi ha aggiunto la musica. Le sue opere “oggi” non
contano soltanto numeri, non rispecchiano soltanto luce immensa, ma suonano una
musica che intenerisce, che esalta l’animo, che ci avvicina al creato e al
Creatore con naturalezza, proprio come ieri la luce e la geometria –
artimetica. Sta in questo la forza della Sua Arte e la definizione di «Surrealismo
concreto». In questo profilo storico fatto a suo tempo da Giuseppe
Selvaggi e Paolo Diffidenti è l’esempio della verità della mia affermazione.
reno bromuro