
Egli
vive l’arte interamente, nei suoi molteplici aspetti, come attore, scrittore e
poeta, anche satirico, a volte, ma di una satira medioevale tipica dei
«giullari»; un’arte che lo porta ad essere protagonista anche contro la sua
volontà, ma a volte volutamente e lo fa proprio tenendo presente i «Giullari»
medioevali.
L’arte
che maggiormente c’incanta e ci fa sospirare con gli occhi sbarrati nel vuoto e
l’anima in tumulto è la poesia, quella vera.
Lui,
però, si autodefinisce Ragioniere Programmatore e studente di Lettere Moderne
all'Università Statale in Milano. I suoi hobbies sono la birra, il Genoa e la
letteratura, scrive racconti dal 1991, però si esprime in versi:
«Mi porto più avanti
solitario mi spingo
oltre i miei limiti...
e parlo direttamente col cuore»
Ora ve lo presentiamo come scrittore, essendo eclettico non ce la sentiamo di esaurire il discorso sulla sua arte in una sola puntata.
Questo
mese vi presentiamo «IL PARTO» una storia che si svolge nel futuro e che
potrebbe apparire, a prima lettura, ispirata ad una delle tantissime di Asimov,
con l’eccezione che questa di Matteo si svolge in una città normale, dove si
conduce una vita normalissima. La narratica inizialmente ambigua e volutamente
velata si presenta al lettore più come un racconto giallo, ma di quel
classicismo alla Scerbanenco e principalmente al romanzo «I milanesi ammazzano
il sabato» del 1969. Intendiamoci mi riferisco alla stile non al contenuto ch’è
molto più vicino all’ Asimov della trilogia «Cronache della Galassia»
pubblicati dal 1951 al 1953.
Avremo
modo di capire meglio la sua narrativa a mano a mano che andremo a scoprirlo
mese dopo mese, con altri racconti e poesia, in cui risalta la fantasia pregna
di immagini incredibili, ma talmente reali che ogni lettore esclamerà: «guarda
un po’! E’ così semplice che avrei potuto scriverlo anch’io. Perché non ci ho
pensato?» Per tale motivo Matteo Risemini «si spinge oltre i limiti e
parla direttamente al cuore.»
1.
Quando i due esseri entrarono, il
locale era quasi deserto; pochi clienti, a quell’ora remota, avevano il
coraggio di fermarsi in un qualsiasi astrobar più del tempo necessario per
rifornire le loro aviocar e, al limite, bere qualcosa in fretta. Subito
Fladson, il proprietario, chiamò Lisan, che dormicchiava nel retro.
- Ehi, ragazza! - disse, col suo solito fare burbero ma non
cattivo; - Ehi, ci sono dei clienti!.
- Arrivo. - Gli giunse in risposta. Fladson sorrise: la voce
impastata della ragazza denotava chiaramente mancanza di sonno, e lui ben
sapeva che nell’ultimo mese lei aveva lavorato tanto. Inoltre, strano a dirsi,
si era affezionato a lei, quasi fosse sua figlia; per lui, scapolo, era una
sensazione nuova, che lo faceva sentire, a volte, un po’ imbarazzato.
Appena Lisan apparve dalla
porticina che portava in cucina, il suo sguardo assonnato vagò per il locale.
- Sono quei due mostri là, in fondo a destra - disse
Fladson, preparando il vassoio con sopra i suoi celeberrimi Flad-aperitivi
& nutrienti (delle strane palline fritte, multicolori ed ipercaloriche),
una sorta di stuzzichino che offriva ai clienti.
- Mio Dio quanto sono brutti! - Esclamò Lisan, prendendo il
vassoio. - Flad, sto pensando di cambiare lavoro, sai?- continuò, sgusciando fuori da dietro il bancone.
- Non dirlo neanche per scherzo, Lisan - rispose Fladson
divertito. - Non ho alcuna intenzione di chiudere!
Lisan, non appena arrivata al
tavolo dove i due esseri erano seduti, vi appoggiò il vassoio e servì i
Flad-aperitivi & nutrienti, cercando di abbozzare un sorriso.
- Cosa posso servirvi? - chiese poi, quanto più gentilmente
riusciva guardando i loro musi, lunghi e sporchi, pieni di denti. I due la
guardarono con i loro occhi giallo urina, senza rispondere.
- Accidenti! - pensò Lisan, - che razza di lingua parleranno
questi schifosi rettili? Provò nelle altre poche lingue che conosceva, ma si
rese conto che i due erano più interessati al suo corpo che alle sue parole.
Arrossì leggermente.
- Flad! - urlò poi, - Flad, vieni un momento qui.
Fladson si mosse pesantemente
verso di lei, con fare stanco ed annoiato;
- Che c’è, piccola?
- Non riesco a comunicare con loro. Provaci tu, eh? Io non
riesco quasi a guardarli... e poi non mi piacciono i loro occhi - disse
sottovoce.
Fladson provò altre lingue, che
Lisan non riusciva minimamente a comprendere. Ad un certo punto, sembrò che i
due umanoidi-rettili capissero; smisero di fissare avidamente Lisan e rivolsero
il loro sguardo giallo urina su Fladson.
Entrarono altri clienti e Lisan,
più sollecita del solito, corse da loro. Nel frattempo con la coda dell’occhio
continuava a guardare i rettili e Fladson che, faticosamente, cercava di
comunicare con loro. Non le era piaciuto come l’avevano guardata: sembrava che
quei rettili avessero visto in lei un bocconcino prelibato che i loro appetiti,
di chissà quale tipo, non avrebbero esitato ad
assaggiare, all’occasione.
Uno dei due, emettendo un urlo
acuto che fece girare i pochi clienti verso di loro, mise sul tavolo una grossa
borsa di cuoio, ne aprì i cordoncini e ne rovesciò sul tavolo il contenuto: era
stracolma di luccicanti monete dorate. Lisan vide Fladson perplesso davanti a quel mucchio d’oro, che poteva
risolvergli parecchi problemi, poi lo vide massaggiarsi pensosamente la robusta
mascella e infilarsi la mano destra nella tasca posteriore dei pantaloni.
Serviti i nuovi clienti, Lisan
fece per avvicinarsi nuovamente al tavolo dei due rettili ma Fladson le fece
segno di restare dov’era e scosse il
capo più volte mentre i rettili, emettendo ancora lo stridente urlo di poco
prima, raccoglievano nervosamente le monete sparse sul tavolo. Si alzarono e,
per tutta risposta, rovesciarono il tavolo e se ne andarono, sbattendo la porta
alle spalle; in lontananza, le loro grida animalesche facevano ancora più
paura.
- Cosa volevano? - chiese Lisan,
poco dopo.
- Niente, niente. - Rispose
frettolosamente Fladson.
- Come niente!? Ti hanno offerto un mucchio di soldi per
niente? - fece Lisan, sorpresa dall’atteggiamento restio di Fladson, di solito
piuttosto loquace.
- Non ti preoccupare, Lisan. E dimentica che sono venute
qua, quelle dannate bestiacce – la rassicurò ancora Fladson, carezzandole una
guancia.
- Ehi, Flad, perché questi misteri? Non sono mica una
bambina! Dimmi cosa volevano, altrimenti ti puoi scordare gli straordinari per
la prossima settimana! - ribatté Lisan scherzosamente, ben sapendo che quello
era il metodo migliore per convincere Fladson a fare qualcosa: tenerezza e
simpatia, e quel burbero si sarebbe sciolto sotto i suoi occhi.
Fladson sospirò, poi disse:
- E va bene. Vuoi sapere cosa mi hanno ordinato quei due
dannati mostri? E sia! Loro volevano te - disse, aspro, e se ne andò in cucina,
pensoso.
2.
Arrivata a casa, Lisan per prima
cosa attivò l’antifurto, poi si spogliò e s’infilò sotto la doccia. Mentre col
sapone si strofinava le cosce ed il basso ventre, fu colta da un brivido,
ripensando ai due rettili e a quello che avevano chiesto a Fladson. Quando si
riebbe dallo shock della notizia, Fladson era stato più esplicito,
raccontandole quello che i mostri gli avevano detto. Inizialmente, avevano
chiesto se fosse possibile passare la notte con lei, dichiarandosi disposti a
pagare qualsiasi somma gli fosse richiesta; erano molto ricchi, dissero, e
ragazze così belle da loro non se ne vedevano più da centinaia di anni.
Dato il netto rifiuto di Fladson,
che disse loro che il suo era un bar e non un bordello, i due chiesero se i
soldi che avevano erano sufficienti per comprare la ragazza. Erano tanti, disse
Fladson, due o tre anni di lavoro in un colpo solo, ma lui aveva risposto ancora di no. Poi se n’erano andati, offesi,
e Fladson pensò di aver capito che le urla stridule ed acute che avevano emesso
andandosene fossero grida di rabbia, e non una loro strana ed antica lingua.
Lisan, impaurita, non se l’era
sentita di tornare a casa da sola, e Fladson l’aveva accompagnata volentieri,
temendo anch’egli una qualche mossa a sorpresa degli strani esseri.
Durante il viaggio, avevano
discusso della natura dei due rettili-umanoidi, ed entrambi si stupirono di non
aver mai visto in precedenza degli esseri così. La loro provenienza,
congetturarono, era sicuramente misteriosa, e sembravano l’incrocio fra
dinosauri e umani. Si promisero a vicenda di tenere gli occhi aperti e di
condurre ricerche su quella razza, e Fladson accordò due giorni di ferie a
Lisan.
Ora, finita la doccia, Lisan uscì
dal bagno e avvolta nell’asciugamano si guardò allo specchio. Mentre pettinava
i suoi lunghi capelli verdi, rimpianse la mancanza di un uomo al suo fianco. “Come
sarebbe bello” pensò, “potersi rifugiare nel protettivo abbraccio di un
uomo, farsi consolare e rassicurare, sentirsi sicura ed amata”; poi suonò
il telefono.
Era Mack. Le chiedeva se voleva
uscire con lui, quella sera, per andare al meteorite n° 17, dove apriva una
nuova super discoteca. Lei titubò, si fece un po’ desiderare, poi acconsentì;
Mack, entusiasta, le diede dieci minuti per prepararsi, poi sarebbe arrivato a
prenderla. Lisan sorrise, si liberò dell’asciugamano e studiò il suo corpo
nudo, riflesso dallo specchio; infilandosi le mutandine pensò che Mack era un
bravo ragazzo e sembrava amarla veramente. Non era il tipo che piaceva a lei
ma, per il momento, non trovando di meglio, decise di accontentarsi; inoltre
voleva dimenticare la brutta avventura al bar, e uscire con un ragazzo era
l’antidoto migliore contro la paura.
Con Mack, poi, era sicura di poter ottenere la protezione e l’amore di cui ora
aveva bisogno, e questo era un importante punto a suo favore.
Suonò il videocitofono: Mack,
tirato a lucido, le sorrideva attraverso la telecamera.
- Arrivo - disse Lisan, - solo un attimo, che non trovo la
borsetta -. Se prima aveva ancora qualche lieve traccia di dubbio, ora era
svanita: il volto felice e gentile di Mack trasmetteva allegria e voglia di
divertirsi.
Le parve per un attimo di sentire,
in lontananza, l’odioso urlo acuto che ben conosceva, ma non ci si soffermò e,
uscendo, non vide che due occhi gialli la spiavano dalla finestra socchiusa.
3.
Quella notte, naturalmente, dormì a
casa di Mack, nel letto insieme con lui, e sfruttando i due giorni di ferie che
Fladson le aveva concesso, passò due splendide giornate assieme al ragazzo. I
suoi modi dolci e gentili da innamorato l’avevano conquistata, e dopo avergli
concesso il proprio corpo, Lisan sentiva che anche il suo cuore, un poco, ormai
apparteneva al ragazzo.
Passarono due giorni fantastici,
durante i quali si divertirono e si amarono in ogni luogo capitasse loro, senza
avere vergogna di mostrarsi belli, giovani ed innamorati come erano.
La mattina del terzo giorno, Mack
l’accompagnò con la sua aviocar all’astrobar di Fladson e subito l’uomo,
vedendola arrivare riposata e raggiante di felicità, si rallegrò per lei. Non
le chiese niente o, meglio, non ne ebbe il tempo poiché Lisan, appena
cambiatasi, gli raccontò tutto facendolo sentire, ora più del solito, come il
suo secondo padre. La giornata passò veloce per entrambi e nessuno dei due
ripensò neanche per un attimo all’episodio che li aveva tanto spaventati.
Rientrando a casa, quella sera, Lisan si sentiva stanca ma felice, come da
tempo ormai non era più, ed entrando in pensò che, forse, se quei due mostri
non fossero andati da Fladson, lei non avrebbe accettato l’invito di Mack. Fece
per accendere la luce, ma qualcosa non andava per il verso giusto: il
telecomando non era al suo posto. Imprecando, si diresse verso l’interruttore,
ma non fece in tempo ad arrivarci: due mani forti la presero e la buttarono a
terra. Prima che si rendesse conto di quello che stava succedendo, si ritrovò
con la faccia a terra; qualcosa di tagliente la liberò presto del suo vestito e
delle mutandine, ed un pene grosso e caldo s’infilo irruentemente in lei.
Cercava di lottare, ma mani grosse
e squamose la tenevano inchiodata al terreno, e mentre l’essere la montava
freneticamente, un sapore acido le salì
alla gola.
Così, mentre vomitava, sentì il
mostro che era su di lei aumentare i colpi e quando costui venne, il grido
stridulo ed antico che emise, stavolta
un grido di piacere, le svelò senza dubbio cos’era il suo stupratore.
Quando, dopo un momento di pausa,
sentì che dietro di lei i due si scambiavano di posto, Lisan vomitava e
silenziosamente piangeva, mentre il suo corpo nuovamente violato perdeva
sensibilità, e lentamente non sentì più nulla, neanche il dolore.
4.
Passavano i giorni ma Lisan non
riusciva a riaversi dallo stato di prostrazione fisica e psicologica che lo
stupro subito le aveva lasciato. Ancora
l’ossessionava l’odore marcio della sostanza gelatinosa e bluastra che si era
trovata addosso, sulle natiche e sul pube, appena risvegliatasi, e l’orrendo
suono del grido di quei mostri la svegliava spesso di notte e non la faceva
addormentare di giorno. Si diede malata e si rinchiuse in casa, senza aver
voglia di parlare con nessuno, nemmeno con Mack. Intanto aveva deciso di non
raccontare a nessuno ciò che le era accaduto, e nelle giornate libere decise di
indagare su quella razza, anche per tenere la mente occupata e non pensare a
quello che più di ogni altra cosa la impauriva: temeva di essere incinta.
Indagò e ricercò, vagando
telematicamente per le biblioteche di tutto l’universo e i risultati ottenuti
la convinsero, nonostante tutto, a tenere il figlio che quei mostri le avevano
violentemente impiantato in grembo.
La gravidanza progrediva
rapidamente e, nel giro di tre mesi, si sentiva ormai vicina al parto. Mack da
qualche settimana non le telefonava
più, rassegnato come Fladson al suo silenzio, ed era ormai convinto che il
malessere della ragazza fosse mentale, poiché da settimane non la vedeva più
uscire da casa.
Come poteva immaginare quale
terribile segreto Lisan custodisse nel silenzio e nella solitudine della sua
casa? Non poteva, naturalmente, e quando si decise ad intervenire con la forza,
era oramai troppo tardi.
Nei giorni che precedettero il
parto, Lisan si era sentita straziata da dolori tremendi che dall’interno del
suo utero, espanso in modo innaturale, si propagavano a tutto il corpo,
impedendole in sostanza qualsiasi forma di movimento. Poi una mattina,
d’improvviso, fu colta da uno di questi attacchi, più forte del solito questa
volta, e la sensazione di essere lacerata dall’interno era reale: sentiva le
unghie e gli artigli del suo piccolo dilaniarle il ventre e le sue urla di
dolore si mischiarono presto ai gridolini acuti della neonata creatura.
Quando suo figlio le apparve alla
vista, gli occhi di Lisan si riempirono
di lacrime, sia per l’orrore per il mostro che aveva partorito, sia per la
felicità naturale della madre di fronte al proprio piccolo.
Il cucciolo semiumano, che altro
non era che un piccolo umanoide mezzo rettile, di un rosa marcio e chiazzato di
verde, la guardava con occhi tristi, combattuto anch’egli dalla doppia natura
che il suo neonato organismo faticava a sintetizzare. Anche Lisan lo guardava
combattuta, felice ma spaventata, schifata eppure orgogliosa e con sacrificio
tutto materno sorrise al cucciolo: - Sì piccolo mio, sono la tua mamma, e ti
devo nutrire – disse; e mentre sentiva la vita fluire lentamente assieme al
sangue dal suo ventre straziato, con le ultime energie che le erano rimaste
distese il braccio verso il suo piccolo. Questi piangendo di dolore e di
rabbia, di fame e anche di paura, prese il braccio della madre, lo carezzò e
poi, quando la parte più animale di lui ebbe il sopravvento, iniziò il suo
pasto.
5.
Quello che apparve agli occhi
increduli di Mack, quando infine sopraffatto dalla disperazione si era deciso
ad intervenire, sperando ancora di poter salvare la sua Lisan, fu uno
spettacolo spaventoso e ripugnante.
Sul pavimento del salone
apparivano ovunque chiazze di sangue rappreso, il disordine generale gli
suggerì erroneamente l’idea di una lotta, ma l’essere mostruoso e mezzo morto
di fame che si nascondeva tremante sotto il tavolo, lo avvicinò parzialmente
alla verità. Telefonò a Fladson, alla polizia, a dottori e veterinari, a
chiunque gli venisse in mente e quando, un’ora dopo, la piccola creatura venne
portata via per essere curata e poi studiata, lui e Fladson si ritrovarono,
soli, nella casa silenziosa.
Nessuno dei due aveva il coraggio
di rompere la tesa atmosfera silenziosa, e per molti minuti rimasero entrambi
in silenzio, seduti nella semioscurità, ognuno immerso nei propri pensieri.
Fu Fladson a parlare per primo.
- Non ti senti responsabile,
almeno un poco? - chiese.
- Sì... - rispose Mack, - ...l’abbiamo lasciata sola e la
sua follia l’ha portata fino a questo punto - concluse, reprimendo a fatica le
lacrime.
- No, non era folle - riprese Fladson, alzandosi; - Dopo
quella sera, quando i due rettili erano venuti nel mio bar, io e Lisan ci
eravamo promessi di condurre ricerche sulla loro razza. Io l’ho fatto, seppure
con troppa sufficienza, e sono convinto che anche lei l’aveva fatto - concluse.
- Ricerche? Di che tipo? - chiese
Mack.
- Vieni - fece Fladson, avvicinandosi
al computer, - Vieni a vedere -.
Cercarono insieme nei files più
nascosti di Lisan, ed uno chiamato semplicemente ‘MAMMA’ attirò l’attenzione di
Fladson. Aprendolo, tutto il mistero si disvelò davanti ai loro occhi, parola
dopo parola. Le intense ricerche condotte da Lisan l’avevano portata a scoprire
cose cui Fladson non era arrivato, ricostruendo la strana storia di una razza
antica ma molto evoluta.
Sembrava infatti che quella razza
di umanoidi-rettili fosse stata creata quattromila anni prima quando l’uomo,
pronto ad abbandonare la terra, aveva tentato in ogni modo di salvare il
pianeta. L'idea venne ad uno scienziato americano che fecondando un ovulo umano
con spermatozoi artificiali ricavati dal DNA dei dinosauri preumani, pensò che
questa razza amorfa avrebbe potuto, col tempo, risanare la terra, permettendo
così all’uomo un giorno di ritornarvi.
Purtroppo, la razza si dimostrò
imperfetta e, nel giro di cinque o sei generazioni, si dimostrò incapace di
generare femmine, mettendo quindi fine alla specie. Ma la loro natura di
semiumani aveva preso il sopravvento su quella di rettili, e li aveva messi in
grado di comprendere il funzionamento delle apparecchiature tecnologiche
abbandonate sulla terra dall’uomo. Essi riuscirono a ibernare due esemplari con
lo scopo di farli tornare in vita, millenni dopo, e ricominciare la specie.
Ecco svelato l’arcano: i due
mostri erano i messaggeri ultimi della follia bio-genetica umana, tornati dal
passato con lo scopo di accoppiarsi e ricominciare quella specie artificiale e
mostruosa. Attratti dalla bellezza di Lisan, avevano tentato di comprarla, ma
il rifiuto di Fladson, unito alla naturale ferocia del rettile che era in loro,
li aveva spinti a prenderla con la forza.
Lisan, scoperto tutto questo, non
se l’era sentita di negare questa possibilità ad una razza ormai estinta, ed
aveva deciso di portare a termine la
gravidanza, a qualunque costo.
Appena finita la lettura di questa
strana storia, Fladson e Mack si recarono immediatamente all’ospedale, per
accertarsi delle condizioni del piccolo. Stava bene, dissero i medici,
aggiungendo che la piccola, perché di una femmina si trattava, si era ripresa
subito, dopo un abbondante pasto di carne e di latte.
I due
tornarono ognuno alla propria casa e lì entrambi ripensarono con tristezza, ma
anche con speranza, ad un particolare visto nella camera d’ospedale dove la
piccola era ospitata: la figlia di Lisan, mezza uomo e mezza rettile, stringeva
con amore nella piccola mano squamosa una ciocca di capelli verdi.
Matteo
Risemini (1 – continua)