Matteo Resemini

E l’eclettismo moderno

da sinistra Matteo Risemini – la pittrice Tiziana Attori e la poetessa e giornalista Gilda Ridolfi

Introduzione di Reno Bromuro

       Tra i giovani rampanti di questi ultimi scorci di tempo necessariamente è da annoverare l’arte e l’eclettismo di Matteo Risemini.

       Egli vive l’arte interamente, nei suoi molteplici aspetti, come attore, scrittore e poeta, anche satirico, a volte, ma di una satira medioevale tipica dei «giullari»; un’arte che lo porta ad essere protagonista anche contro la sua volontà, ma a volte volutamente e lo fa proprio tenendo presente i «Giullari» medioevali.

       L’arte che maggiormente c’incanta e ci fa sospirare con gli occhi sbarrati nel vuoto e l’anima in tumulto è la poesia, quella vera.

       Lui, però, si autodefinisce Ragioniere Programmatore e studente di Lettere Moderne all'Università Statale in Milano. I suoi hobbies sono la birra, il Genoa e la letteratura, scrive racconti dal 1991, però si esprime in versi:

«Mi porto più avanti

solitario mi spingo

oltre i miei limiti...

e parlo direttamente col cuore»

       Ora ve lo presentiamo come scrittore, essendo eclettico non ce la sentiamo di esaurire il discorso sulla sua arte in una sola puntata.

       Questo mese vi presentiamo «IL PARTO» una storia che si svolge nel futuro e che potrebbe apparire, a prima lettura, ispirata ad una delle tantissime di Asimov, con l’eccezione che questa di Matteo si svolge in una città normale, dove si conduce una vita normalissima. La narratica inizialmente ambigua e volutamente velata si presenta al lettore più come un racconto giallo, ma di quel classicismo alla Scerbanenco e principalmente al romanzo «I milanesi ammazzano il sabato» del 1969. Intendiamoci mi riferisco alla stile non al contenuto ch’è molto più vicino all’ Asimov della trilogia «Cronache della Galassia» pubblicati dal 1951 al 1953.

       Avremo modo di capire meglio la sua narrativa a mano a mano che andremo a scoprirlo mese dopo mese, con altri racconti e poesia, in cui risalta la fantasia pregna di immagini incredibili, ma talmente reali che ogni lettore esclamerà: «guarda un po’! E’ così semplice che avrei potuto scriverlo anch’io. Perché non ci ho pensato?» Per tale motivo Matteo Risemini «si spinge oltre i limiti e parla direttamente al cuore.» 

Reno Bromuro

 

IL PARTO

 

1.

Quando i due esseri entrarono, il locale era quasi deserto; pochi clienti, a quell’ora remota, avevano il coraggio di fermarsi in un qualsiasi astrobar più del tempo necessario per rifornire le loro aviocar e, al limite, bere qualcosa in fretta. Subito Fladson, il proprietario, chiamò Lisan, che dormicchiava nel retro.

- Ehi, ragazza! - disse, col suo solito fare burbero ma non cattivo; - Ehi, ci sono dei clienti!.

- Arrivo. - Gli giunse in risposta. Fladson sorrise: la voce impastata della ragazza denotava chiaramente mancanza di sonno, e lui ben sapeva che nell’ultimo mese lei aveva lavorato tanto. Inoltre, strano a dirsi, si era affezionato a lei, quasi fosse sua figlia; per lui, scapolo, era una sensazione nuova, che lo faceva sentire, a volte, un po’ imbarazzato.

Appena Lisan apparve dalla porticina che portava in cucina, il suo sguardo assonnato vagò per il locale.

- Sono quei due mostri là, in fondo a destra - disse Fladson, preparando il vassoio con sopra i suoi celeberrimi Flad-aperitivi & nutrienti (delle strane palline fritte, multicolori ed ipercaloriche), una sorta di stuzzichino che offriva ai clienti.

- Mio Dio quanto sono brutti! - Esclamò Lisan, prendendo il vassoio. - Flad, sto pensando di cambiare lavoro, sai?- continuò,  sgusciando fuori da dietro il bancone.

- Non dirlo neanche per scherzo, Lisan - rispose Fladson divertito. - Non ho alcuna intenzione di chiudere!

Lisan, non appena arrivata al tavolo dove i due esseri erano seduti, vi appoggiò il vassoio e servì i Flad-aperitivi & nutrienti, cercando di abbozzare un sorriso.

- Cosa posso servirvi? - chiese poi, quanto più gentilmente riusciva guardando i loro musi, lunghi e sporchi, pieni di denti. I due la guardarono con i loro occhi giallo urina, senza rispondere.

- Accidenti! - pensò Lisan, - che razza di lingua parleranno questi schifosi rettili? Provò nelle altre poche lingue che conosceva, ma si rese conto che i due erano più interessati al suo corpo che alle sue parole. Arrossì leggermente.

- Flad! -  urlò poi, - Flad, vieni un momento qui.

Fladson si mosse pesantemente verso di lei, con fare stanco ed annoiato;

- Che c’è, piccola?

- Non riesco a comunicare con loro. Provaci tu, eh? Io non riesco quasi a guardarli... e poi non mi piacciono i loro occhi - disse sottovoce.

Fladson provò altre lingue, che Lisan non riusciva minimamente a comprendere. Ad un certo punto, sembrò che i due umanoidi-rettili capissero; smisero di fissare avidamente Lisan e rivolsero il loro sguardo giallo urina su Fladson.

Entrarono altri clienti e Lisan, più sollecita del solito, corse da loro. Nel frattempo con la coda dell’occhio continuava a guardare i rettili e Fladson che, faticosamente, cercava di comunicare con loro. Non le era piaciuto come l’avevano guardata: sembrava che quei rettili avessero visto in lei un bocconcino prelibato che i loro appetiti, di chissà quale tipo, non avrebbero esitato ad  assaggiare, all’occasione.

Uno dei due, emettendo un urlo acuto che fece girare i pochi clienti verso di loro, mise sul tavolo una grossa borsa di cuoio, ne aprì i cordoncini e ne rovesciò sul tavolo il contenuto: era stracolma di luccicanti monete dorate. Lisan vide Fladson perplesso   davanti a quel mucchio d’oro, che poteva risolvergli parecchi problemi, poi lo vide massaggiarsi pensosamente la robusta mascella e infilarsi la mano destra nella tasca posteriore dei pantaloni.

Serviti i nuovi clienti, Lisan fece per avvicinarsi nuovamente al tavolo dei due rettili ma Fladson le fece segno di restare dov’era   e scosse il capo più volte mentre i rettili, emettendo ancora lo stridente urlo di poco prima, raccoglievano nervosamente le monete sparse sul tavolo. Si alzarono e, per tutta risposta, rovesciarono il tavolo e se ne andarono, sbattendo la porta alle spalle; in lontananza, le loro grida animalesche facevano ancora più paura.

- Cosa volevano? - chiese Lisan, poco dopo.

- Niente, niente. - Rispose frettolosamente Fladson.  

- Come niente!? Ti hanno offerto un mucchio di soldi per niente? - fece Lisan, sorpresa dall’atteggiamento restio di Fladson, di solito piuttosto loquace.

- Non ti preoccupare, Lisan. E dimentica che sono venute qua, quelle dannate bestiacce – la rassicurò ancora Fladson, carezzandole una guancia.

- Ehi, Flad, perché questi misteri? Non sono mica una bambina! Dimmi cosa volevano, altrimenti ti puoi scordare gli straordinari per la prossima settimana! - ribatté Lisan scherzosamente, ben sapendo che quello era il metodo migliore per convincere Fladson a fare qualcosa: tenerezza e simpatia, e quel burbero si sarebbe sciolto sotto i suoi occhi.

Fladson sospirò, poi disse:

- E va bene. Vuoi sapere cosa mi hanno ordinato quei due dannati mostri? E sia! Loro volevano te - disse, aspro, e se ne andò in cucina, pensoso.

 

2.

Arrivata a casa, Lisan per prima cosa attivò l’antifurto, poi si spogliò e s’infilò sotto la doccia. Mentre col sapone si strofinava le cosce ed il basso ventre, fu colta da un brivido, ripensando ai due rettili e a quello che avevano chiesto a Fladson. Quando si riebbe dallo shock della notizia, Fladson era stato più esplicito, raccontandole quello che i mostri gli avevano detto. Inizialmente, avevano chiesto se fosse possibile passare la notte con lei, dichiarandosi disposti a pagare qualsiasi somma gli fosse richiesta; erano molto ricchi, dissero, e ragazze così belle da loro non se ne vedevano più da centinaia di anni.

Dato il netto rifiuto di Fladson, che disse loro che il suo era un bar e non un bordello, i due chiesero se i soldi che avevano erano sufficienti per comprare la ragazza. Erano tanti, disse Fladson, due o tre anni di lavoro in un colpo solo, ma lui aveva risposto  ancora di no. Poi se n’erano andati, offesi, e Fladson pensò di aver capito che le urla stridule ed acute che avevano emesso andandosene fossero grida di rabbia, e non una loro strana ed antica lingua.

Lisan, impaurita, non se l’era sentita di tornare a casa da sola, e Fladson l’aveva accompagnata volentieri, temendo anch’egli una qualche mossa a sorpresa degli strani esseri.

Durante il viaggio, avevano discusso della natura dei due rettili-umanoidi, ed entrambi si stupirono di non aver mai visto in precedenza degli esseri così. La loro provenienza, congetturarono, era sicuramente misteriosa, e sembravano l’incrocio fra dinosauri e umani. Si promisero a vicenda di tenere gli occhi aperti e di condurre ricerche su quella razza, e Fladson accordò due giorni di ferie a Lisan.

Ora, finita la doccia, Lisan uscì dal bagno e avvolta nell’asciugamano si guardò allo specchio. Mentre pettinava i suoi lunghi capelli verdi, rimpianse la mancanza di un uomo al suo fianco. “Come sarebbe bello” pensò, “potersi rifugiare nel protettivo abbraccio di un uomo, farsi consolare e rassicurare, sentirsi sicura ed amata”; poi suonò il telefono.

Era Mack. Le chiedeva se voleva uscire con lui, quella sera, per andare al meteorite n° 17, dove apriva una nuova super discoteca. Lei titubò, si fece un po’ desiderare, poi acconsentì; Mack, entusiasta, le diede dieci minuti per prepararsi, poi sarebbe arrivato a prenderla. Lisan sorrise, si liberò dell’asciugamano e studiò il suo corpo nudo, riflesso dallo specchio; infilandosi le mutandine pensò che Mack era un bravo ragazzo e sembrava amarla veramente. Non era il tipo che piaceva a lei ma, per il momento, non trovando di meglio, decise di accontentarsi; inoltre voleva dimenticare la brutta avventura al bar, e uscire con un ragazzo era l’antidoto  migliore contro la paura. Con Mack, poi, era sicura di poter ottenere la protezione e l’amore di cui ora aveva bisogno, e questo era un importante punto a suo favore.

Suonò il videocitofono: Mack, tirato a lucido, le sorrideva attraverso la telecamera.

- Arrivo - disse Lisan, - solo un attimo, che non trovo la borsetta -. Se prima aveva ancora qualche lieve traccia di dubbio, ora era svanita: il volto felice e gentile di Mack trasmetteva allegria e voglia di divertirsi.

Le parve per un attimo di sentire, in lontananza, l’odioso urlo acuto che ben conosceva, ma non ci si soffermò e, uscendo, non vide che due occhi gialli la spiavano dalla finestra socchiusa.

 

3.

Quella notte, naturalmente, dormì a casa di Mack, nel letto insieme con lui, e sfruttando i due giorni di ferie che Fladson le aveva concesso, passò due splendide giornate assieme al ragazzo. I suoi modi dolci e gentili da innamorato l’avevano conquistata, e dopo avergli concesso il proprio corpo, Lisan sentiva che anche il suo cuore, un poco, ormai apparteneva al ragazzo.

Passarono due giorni fantastici, durante i quali si divertirono e si amarono in ogni luogo capitasse loro, senza avere vergogna di mostrarsi belli, giovani ed innamorati come erano.

La mattina del terzo giorno, Mack l’accompagnò con la sua aviocar all’astrobar di Fladson e subito l’uomo, vedendola arrivare riposata e raggiante di felicità, si rallegrò per lei. Non le chiese niente o, meglio, non ne ebbe il tempo poiché Lisan, appena cambiatasi, gli raccontò tutto facendolo sentire, ora più del solito, come il suo secondo padre. La giornata passò veloce per entrambi e nessuno dei due ripensò neanche per un attimo all’episodio che li aveva tanto spaventati. Rientrando a casa, quella sera, Lisan si sentiva stanca ma felice, come da tempo ormai non era più, ed entrando in pensò che, forse, se quei due mostri non fossero andati da Fladson, lei non avrebbe accettato l’invito di Mack. Fece per accendere la luce, ma qualcosa non andava per il verso giusto: il telecomando non era al suo posto. Imprecando, si diresse verso l’interruttore, ma non fece in tempo ad arrivarci: due mani forti la presero e la buttarono a terra. Prima che si rendesse conto di quello che stava succedendo, si ritrovò con la faccia a terra; qualcosa di tagliente la liberò presto del suo vestito e delle mutandine, ed un pene grosso e caldo s’infilo irruentemente in lei.

Cercava di lottare, ma mani grosse e squamose la tenevano inchiodata al terreno, e mentre l’essere la montava freneticamente, un  sapore acido le salì alla gola.

Così, mentre vomitava, sentì il mostro che era su di lei aumentare i colpi e quando costui venne, il grido stridulo ed antico che  emise, stavolta un grido di piacere, le svelò senza dubbio cos’era il suo stupratore.

Quando, dopo un momento di pausa, sentì che dietro di lei i due si scambiavano di posto, Lisan vomitava e silenziosamente piangeva, mentre il suo corpo nuovamente violato perdeva sensibilità, e lentamente non sentì più nulla, neanche il dolore.

 

4.

Passavano i giorni ma Lisan non riusciva a riaversi dallo stato di prostrazione fisica e psicologica che lo stupro subito le aveva  lasciato. Ancora l’ossessionava l’odore marcio della sostanza gelatinosa e bluastra che si era trovata addosso, sulle natiche e sul pube, appena risvegliatasi, e l’orrendo suono del grido di quei mostri la svegliava spesso di notte e non la faceva addormentare di giorno. Si diede malata e si rinchiuse in casa, senza aver voglia di parlare con nessuno, nemmeno con Mack. Intanto aveva deciso di non raccontare a nessuno ciò che le era accaduto, e nelle giornate libere decise di indagare su quella razza, anche per tenere la mente occupata e non pensare a quello che più di ogni altra cosa la impauriva: temeva di essere incinta.

Indagò e ricercò, vagando telematicamente per le biblioteche di tutto l’universo e i risultati ottenuti la convinsero, nonostante tutto, a tenere il figlio che quei mostri le avevano violentemente impiantato in grembo.

La gravidanza progrediva rapidamente e, nel giro di tre mesi, si sentiva ormai vicina al parto. Mack da qualche settimana non le  telefonava più, rassegnato come Fladson al suo silenzio, ed era ormai convinto che il malessere della ragazza fosse mentale, poiché da settimane non la vedeva più uscire da casa.

Come poteva immaginare quale terribile segreto Lisan custodisse nel silenzio e nella solitudine della sua casa? Non poteva, naturalmente, e quando si decise ad intervenire con la forza, era oramai troppo tardi.

Nei giorni che precedettero il parto, Lisan si era sentita straziata da dolori tremendi che dall’interno del suo utero, espanso in modo innaturale, si propagavano a tutto il corpo, impedendole in sostanza qualsiasi forma di movimento. Poi una mattina, d’improvviso, fu colta da uno di questi attacchi, più forte del solito questa volta, e la sensazione di essere lacerata dall’interno era reale: sentiva le unghie e gli artigli del suo piccolo dilaniarle il ventre e le sue urla di dolore si mischiarono presto ai gridolini acuti della neonata creatura.

Quando suo figlio le apparve alla vista, gli occhi di Lisan si  riempirono di lacrime, sia per l’orrore per il mostro che aveva partorito, sia per la felicità naturale della madre di fronte al proprio piccolo.

Il cucciolo semiumano, che altro non era che un piccolo umanoide mezzo rettile, di un rosa marcio e chiazzato di verde, la guardava con occhi tristi, combattuto anch’egli dalla doppia natura che il suo neonato organismo faticava a sintetizzare. Anche Lisan lo guardava combattuta, felice ma spaventata, schifata eppure orgogliosa e con sacrificio tutto materno sorrise al cucciolo: - Sì piccolo mio, sono la tua mamma, e ti devo nutrire – disse; e mentre sentiva la vita fluire lentamente assieme al sangue dal suo ventre straziato, con le ultime energie che le erano rimaste distese il braccio verso il suo piccolo. Questi piangendo di dolore e di rabbia, di fame e anche di paura, prese il braccio della madre, lo carezzò e poi, quando la parte più animale di lui ebbe il sopravvento, iniziò il suo pasto.

 

5.

Quello che apparve agli occhi increduli di Mack, quando infine sopraffatto dalla disperazione si era deciso ad intervenire, sperando ancora di poter salvare la sua Lisan, fu uno spettacolo spaventoso e ripugnante.

Sul pavimento del salone apparivano ovunque chiazze di sangue rappreso, il disordine generale gli suggerì erroneamente l’idea di una lotta, ma l’essere mostruoso e mezzo morto di fame che si nascondeva tremante sotto il tavolo, lo avvicinò parzialmente alla verità. Telefonò a Fladson, alla polizia, a dottori e veterinari, a chiunque gli venisse in mente e quando, un’ora dopo, la piccola creatura venne portata via per essere curata e poi studiata, lui e Fladson si ritrovarono, soli, nella casa silenziosa.

Nessuno dei due aveva il coraggio di rompere la tesa atmosfera silenziosa, e per molti minuti rimasero entrambi in silenzio, seduti nella semioscurità, ognuno immerso nei propri pensieri.

Fu Fladson a parlare per primo.

- Non ti senti responsabile, almeno un poco? - chiese.

- Sì... - rispose Mack, - ...l’abbiamo lasciata sola e la sua follia l’ha portata fino a questo punto - concluse, reprimendo a fatica le lacrime.

- No, non era folle - riprese Fladson, alzandosi; - Dopo quella sera, quando i due rettili erano venuti nel mio bar, io e Lisan ci eravamo promessi di condurre ricerche sulla loro razza. Io l’ho fatto, seppure con troppa sufficienza, e sono convinto che anche lei l’aveva fatto - concluse.

- Ricerche? Di che tipo? - chiese Mack.

- Vieni - fece Fladson, avvicinandosi al computer, - Vieni a vedere -.

Cercarono insieme nei files più nascosti di Lisan, ed uno chiamato semplicemente ‘MAMMA’ attirò l’attenzione di Fladson. Aprendolo, tutto il mistero si disvelò davanti ai loro occhi, parola dopo parola. Le intense ricerche condotte da Lisan l’avevano portata a scoprire cose cui Fladson non era arrivato, ricostruendo la strana storia di una razza antica ma molto evoluta.

Sembrava infatti che quella razza di umanoidi-rettili fosse stata creata quattromila anni prima quando l’uomo, pronto ad abbandonare la terra, aveva tentato in ogni modo di salvare il pianeta. L'idea venne ad uno scienziato americano che fecondando un ovulo umano con spermatozoi artificiali ricavati dal DNA dei dinosauri preumani, pensò che questa razza amorfa avrebbe potuto, col tempo, risanare la terra, permettendo così all’uomo un giorno di ritornarvi.

Purtroppo, la razza si dimostrò imperfetta e, nel giro di cinque o sei generazioni, si dimostrò incapace di generare femmine, mettendo quindi fine alla specie. Ma la loro natura di semiumani aveva preso il sopravvento su quella di rettili, e li aveva messi in grado di comprendere il funzionamento delle apparecchiature tecnologiche abbandonate sulla terra dall’uomo. Essi riuscirono a ibernare due esemplari con lo scopo di farli tornare in vita, millenni dopo, e ricominciare la specie.

Ecco svelato l’arcano: i due mostri erano i messaggeri ultimi della follia bio-genetica umana, tornati dal passato con lo scopo di accoppiarsi e ricominciare quella specie artificiale e mostruosa. Attratti dalla bellezza di Lisan, avevano tentato di comprarla, ma il rifiuto di Fladson, unito alla naturale ferocia del rettile che era in loro, li aveva spinti a prenderla con la forza.

Lisan, scoperto tutto questo, non se l’era sentita di negare questa possibilità ad una razza ormai estinta, ed aveva deciso di  portare a termine la gravidanza, a qualunque costo.

Appena finita la lettura di questa strana storia, Fladson e Mack si recarono immediatamente all’ospedale, per accertarsi delle condizioni del piccolo. Stava bene, dissero i medici, aggiungendo che la piccola, perché di una femmina si trattava, si era ripresa subito, dopo un abbondante pasto di carne e di latte.

I due tornarono ognuno alla propria casa e lì entrambi ripensarono con tristezza, ma anche con speranza, ad un particolare visto nella camera d’ospedale dove la piccola era ospitata: la figlia di Lisan, mezza uomo e mezza rettile, stringeva con amore nella piccola mano squamosa una ciocca di capelli verdi.

 

Matteo Risemini (1 – continua)