Il neo digiacomismo di Luciano Somma
e
Il neo russimo di Salvatore Palomba

 

Pasolini in "Passione e ideologia" Edizione Garzanti 1973, afferma che è esistito un digiacomismo e un russismo e noi in "Poesia della Vita" abbiamo dovuto ammettere che a distanza ci sono state, in realtà, queste correnti letterarie nell'ambito della poesia dialettale napoletana. Analizzando la letteratura dopo Di Giacomo e Russo, abbiamo dovuto ammettere che è esistito anche un post - digiacomismo (Libero Bovio, Eduardo Nicolardi, Pasquale Ruocco, Ernesto Murolo, Michele Galdieri, E.A. Mario e Amedeo Greco) e un post - russismo (Pacifico Vento, Giovanni De Caro, Giuseppe Fiorelli e Rocco Galdieri); mentre oggi vediamo sempre più affermarsi un neo digiacomismo e un neo russismo. I maggiori esponenti di questa corrente letteraria sono, senza dubbio, Luciano Somma e Salvatore Palomba. Il neo digiacomismo di Luciano Somma è commovente nel suo lirismo atipico. Somma riesce a trasfigurare in lirismo anche la storia vera di un cane che passa le giornate senza mangiare perché votato alla morte, dopo la perdita del suo padrone (morto per un male incurabile), accucciato davanti all'ospedale, rifiutando il cibo "perché la memoria sua è ferma alla mano callosa che le carezzava la testa". Oppure, in un altro fatto reale "Sdraiata sul divano" ritrovi "il succo della tua esistenza", nella droga. Anche l'amore, per Luciano Somma è un sentimento astratto, da purificare in poesia. Egli non ama una donna, ma proprio come Di Giacomo, ama l'ideale della donna: "Mo ca nun te so' cchiù nemmanco frato me vide comme fosse nu peccato che staje scuntanno stanca e rassignata 'o core mpiett''a te s'è cungelato." Da una delle ultime produzioni che il Somma posta periodicamente nelle varie mailing list esistenti in Internet, l'ideale della donna lo annienta e lo fa rinchiudere "in se stesso come un riccio" "Ma perché ti debbo pensare per soffrire e tornare a quel tempo che oramai mi sembrava scordato annebbiato confuso lontano. Ma perché torna in mente l'addio dei tuoi occhi riflessi di mare nell'estate legata ad un filo poi spezzato col vento d'autunno. E' un'immagine che mi ossessiona il tuo viso radioso dell'alba come un incubo a notte serena che coincide con l'afa d'agosto le lenzuola bagnate di umori per gli amplessi focosi e appaganti il tuo corpo flessuoso di slava le tue labbra più calde del sole . Ma perché ti debbo pensare per soffrire e tornare a quel tempo ch'è fuggito veloce in un lampo sopra a un treno partito dal sud." Notate questi "occhi riflessi di mare/ nell'estate legata ad un filo/ poi spezzato col vento d'autunno". Occhi che ondeggiano sulle acque del mare e diventano più vivi e mobili perché legati a quel filo dell'estate; e la rabbia, la malinconia, la nostalgia, il dolore immenso (oserei dire) lo fanno scagliare contro il vento malefico dell'autunno che avanza, perché aumenta il volume delle onde e non gli permette più di vedere gli occhi della sua donna ideale: "quegli occhi di mare!" Anche se in qualche passo ricorda Cardarelli, rimane sempre l'amante fedele di quell'ideale della donna, di quella donna che lui avrebbe voluto reale per non illudersi di aver visto nella trasfigurazione poetica del pensiero idealistico: "lenzuola bagnate di umori". Già nel 1982, il nostro, chiudeva la raccolta "N'atu dimane" Edizione del Delfino con una immagine che nella sua realtà tangibile viene trasfigurata dal poeta in mille immagini che si susseguono le une alle altre come sequenze: "Che vai cercanno, ma che vaie cercanno Mmiez''a famma e 'a miseria 'e 'sta città? Aiere, ogge, dimane, fra cient'anne; niente è cagnato e niente cagnarrà". Si ha la sensazione della staticità, ma il tempo non lo è, e allora il poeta si chiude, come se volesse rimanervi eternamente, però c'è la vita che lo chiama, l'umanità lo chiama, ed eccolo davanti ai microfoni delle radio libere a divulgare la poesia sua e degli altri. E in questo viatico che la sua vita si risveglia, per essere quella di ognuno, ma può? Un sognatore rimane tale, anche di fronte alla tragedia pure se questa gli lacera l'anima e lo fa cantare. Vico afferma che la poesia nasce dal dolore, ecco perché accettiamo l'affermazione di Neruda, "quando il dolore mi spinge a cantare e invece taccio, allora mi prende un forte dolore alla testa come se la morsa della tortura me la stringesse al punto da volermela frantumare come uno schiaccianoci il gheriglio". Anche in lingua Luciano Somma non perde il suo obiettivo, anzi la sua ricerca è una metamorfosi continua, come la ricerca della donna e non quella ideale. Salvatore Palumbo fa vivere appieno il russismo ecco perché ho chiamato questa corrente letteraria: "Neo-digiacomismo e Neo russismo", con la differenza che, mentre Luciano Somma trasfigura la realtà in lirismo, Salvatore Palomba la trasfigura in arte pura nella concretezza reale dell'esistenza umana. Come si è affinata la sua arte dal 1968 alla collaborazione con Sergio Bruni. Nel 1968 o poco prima, una delle tradizioni popolari napoletane più radicate: quella dell'accensione dei falò per la strade di Napoli il giorno di Sant'Antonio Abate per alimentare la speranza di un domani migliore diventa per il poeta lo spunto di parlarne col ritmo e la cadenza di una ballata all'antica e lo offre come una scultura a rilievo. "Chi l'ha appicciata 'a lampa 'e Sant'antuono? Sta fiamma rossa Dint''o vico niro Pare 'o presentimento 'e nu dulore". Oppure, soltanto tre anni dopo, scrive per Sergio Bruni "'A Libertà" " 'A libertà, 'a libertà è parlà cu na preta o cu na fronna e essere sicuro ca risponne ca pure a essa Dio l'ha misa llà". Analizzando "O Guardiamachine", "Chiappariello", "Masaniello" e "Napule nun t'ho scurdà" la trasfigurazione della realtà quotidiana non è puro lirismo ma Arte poetica alta e sensibile. Anche quando canta l'amore, non canta quello ideale, come Somma, ma quello reale, vivo, tangibile; basta ricordare "Carmela" (per quanto riguarda Palomba) e "Scusame" (per quanto riguarda Somma), per avere la prova che quanto abbiamo asserito su questi due leader, che hanno creato una nuova corrente letteraria, della poesia e della canzone partenopea è la verità.

 

Reno Bromuro