Dante Strona
e la
Poesia della Resistenza

 

Quando Antonio Russi sul n° 1 di "Aretusa" aprì la polemica sulla poesia pura, o ermetica, era l'aprile 1944. Dopo due anni riprese lo stesso discorso su "La Strada" affermando, che "questo" tipo di poesia era limitato alla borghesia perché vuoto e si svolgeva in un tempo anonimo. Preludendo alla poesia della Resistenza, non immaginava, certo che questa, iniziata per gioco, sarebbe diventata ben presto grido, ribellione, manifesto, proposta, odio, amore, speranza. Per Francesco Monterosso questo modo di fare poesia era sprigionare canti di speranza e d'entusiasmo. Renzo Nanni, Dino Menechini, Sergio Salvi e Geri Morra amavano nei loro canti palesare il tremore, la sfiducia nei motivi dominanti della loro poetica (che non era altro se non cronaca occasionale), in cui prevaleva l'elemento elegiaco su quello epico o sul tragico. Intanto nasce l'astro Scotellaro e la poesia sposta l'elemento del motivo dominante alla campagna e il racconto poetico è impersonale. Infatti, nei suoi canti egli si limita a fare da spettatore. Ma lo spirito più attento del dopoguerra è stato senza dubbio, Valso Mucci il quale ad una "poesia intesa come discorso totale", è capace di usufruire ed assurgere alla pura contemplazione e all'azione. Mucci trova una posizione singolare in questo periodo, anche spostando l'indagine ad una natura sociologica, poiché attraverso uno sfondo storico reale mantiene i personaggi in un comportamento in cui si rispecchia un esame di coscienza prettamente europeo. Nello svolgimento evolutivo dei poeti del neorealismo non si può ignorare Elio Filippo Accrocca, anche perché con lui inizia quella svolta repentina della poesia neorealista che da campagnola diviene cittadina. Dice Ungaretti che la poesia di Accrocca "è densa d'affetti di tenerezze, quasi silenziosa". Da questi presupposti nasce e si sviluppa la poesia della resistenza di Dante Strona, che non è più poesia del dopoguerra, o neorealistica, ma di memoria. Egli ha accettato senza riserve la dichiarazione di Elio Filippo Accrocca "la poesia non ha soltanto lo scopo di consolare l'Uomo… ma deve servire agli altri come strumento di lotta. In questo caso la poesia può diventare un'arma!" Dante Strona non ha fatto sua solo la dichiarazione di Accrocca, ma ha impresso nella sua anima, con caratteri di fuoco i bellissimi versi "Stranieri più non siano i fratelli/ tornando amore a governare il mondo": un'esortazione evangelica che Dante Strona ha abbracciato. Infatti, se il motivo dominante dei suoi canti è la Resistenza, non di certo è il modo di poetare. Abbiamo detto poesia di memoria (non in quanto tale, anche se vissuta in prima persona), soprattutto perché storia. E' la storia di fatti che gli occhi, la memoria, l'anima sua hanno inglobato nella mente ed anche se possono apparire, nei titoli, polverose; alla lettura ci si rende conto di quanto siano modernissime. Russi, Monterosso, Nanni e gli altri, forse studiati a fondo e analizzati, sono stati superati perché ansiosamente protesi verso la ricerca di una collocazione, personalissima. Da questo periodo la poesia di Strona non è più neorealistica, non è più della Resistenza, non è più sociale e soltanto sociale, ma anche religiosa perché immanente è la presenza di Dio, in ogni azione del partigiano, in ogni parola concepita musicalmente per ricordare agli uomini di essere solo e sempre tali di fronte a se stessi e alla natura. Così la poesia di Strona passa con tremore lirico dal tono epico a quello elegiaco con pluralità di motivazioni e di soluzioni poetiche. Sembra che proprio qui sussistano anche elementi neorealistici, con l'ampiezza del verso e il suo facile fluire; il rifiuto della metafora e dell'analogia, il cercare soluzioni popolareggianti o fiabesche, ma se gli schemi neorealistici appaiono risolti, anche l'immediata chiarezza del linguaggio. Abbiamo, parlato delle origini della poesia di Dante Strona. Analizziamone ora la collocazione che le spetta nel nostro tempo, dopo il 1966. La poesia oggi appare caratterizzata dalla scelta delle soluzioni tecniche e "dalle direzioni culturali". Ci si muove in direzioni molteplici e sconclusionate, in sperimentazioni sofisticate, su un terreno i cui connotati ideologici e stilistici sono molteplici e imprecisi: manca un denominatore comune. Si tratta pur sempre di un'arte povera in cui il tentativo di riaccostarsi a un linguaggio accessibile si pone come alternativa all'industria culturale dove i "grandi" continuano il loro discorso e dove non c'è posto per nomi ignoti alla grande industria e così, forse, la magna poesia di questo periodo (se c'è) giace nei cassetti e nelle speranze di chi l'ha scritta. Inizia la faziosità settoriale e "setteriale" della cultura italiana, da una parte i nomi celebri, di cassetta: miti intoccabili; dall'altra i poeti ricchi solo della propria arte e gli "scrivitori di versi" ricchi di presunzione e di… conoscenze certamente acquisite per opera del dio denaro che fanno apparire la cultura italiana spezzata in due parti, quella vera e la sottocultura. A questo stato di cose contribuiscono operatori culturali e famosi critici (che ignorano opere che, alla loro uscita suscitarono pure un discreto interesse come la mia "Note e Motivi" con la prefazione di V. Marmorale - due volte premio Amsterdam -, autore del Cato Major, Petronio Arbiter ed altre 20, 30 opere, nonché della "Storia della Letteratura Latina" che ha raggiunto la XIII edizione), i quali forse per simpatie politiche o interessi personali esaltano gli "scrivitori di versi" facendoli passare per poeti. E per questo giusta la ribellione di Pasolini all'esaltazione della non poesia. In questo caos si muove imperterrito. Dante Strona, e s'inserisce fra i grandi in sordina e con tanta umiltà. E' proprio per la settorialità creata dai cosiddetti critici non si riesce a sapere di questi grandi che rimangono anonimi ai più, invischiati nella zavorra degli "scrivitori", io, che pure ho la gioia di leggere molto e di tutto, non conoscevo la poesia di Dante Strona, e se mai fossero nate le Talentiadi non l'avrei conosciuta. RESISTENZA " Nulla di ciò che noi progettiamo ha termine in questa vita, e solo finisce ciò che s'ama ". Alessandro Parronchi Resistenza era Vangelo da portare nelle case, come lume di speranza, e pagina di fede la testimonianza dei vivi, rimasti a ricordare - e sentire la Libertà nelle mani così, sul desco, la luce a sera. Resistenza era il libro da aprire sui banchi di tutte le scuole dove, ancora, si studiano date e s'impara, distratti, a memoria quanto si scorderà nella vita. I bimbi non avrebbero dimenticato. Resistenza era la cittadinanza dell'operaio nella sua fabbrica, del bracciante sulla sua terra - fabbriche e terre di tutti e di nessuno : la fonte, solo, del pane e del vivere sereno. Resistenza era diniego all'ignavia, alla violenza ai soprusi all'odio, al sangue allo spreco alla fame - era il guanto di ferro spietato per fascismi d'ogni colore, lama scattante per immemori artigli. Resistenza era un dono troppo grande per i nostri vent'anni, acerbi come more verdi celate in siepi dove il pettirosso ha un trullo d ali e la sua macchia rossa sul petto ricorda il morire in un abbraccio d'amore dei nostri eroi giovinetti. Resistenza sia il segno che resta nell'ombra di croci germogliate nelle valli e nelle mille strade come viole l'Aprile, tra l'erbe e le prode dei fossi dove l'onda di un rivo raccoglie dai sassi una leggenda, da portare lontano. E non resti quella Primavera solo serrata nelle pagine grigie di libri di storia, su uno scaffale. Sono canti di memoria, dicevo, ma non documento storico, o di comunicazione, o di confessione rivolte ad una collettività d'ignari perché dividano con l'autore il ricordo e la meditazione. Come fare per parlare di un poeta e inserirlo in un contesto storico -letterario se non esistono opere che all'unisono possono permettere di avere il quadro generale di un movimento, a meno che non abbia sotto gli occhi scritti del poeta di cui vuoi parlare e quelli di altri poeti, devi soltanto tacere. Diceva Baretti che la cultura italiana era provinciale (in senso dispregiativo) e la "Fusta Letteraria" non ebbe lunga vita. Ma chi è che vuole l'esistenza e la persistenza di questo stato di cose? Oggi, a due secoli di distanza, la cultura italiana, è passata da provinciale a ...comunale. Ogni paese ha la sua rivista, il suo premio letterario, i suoi operatori culturali, ma quanti riescono ad uscire dalle proprie mura? E se qualcuno più coraggioso riesce a valicarle è destinato a soccombere, per il solo motivo di avere osato. Fortuna che il poeta non si arrende, altrimenti non avremmo né poesia, né cultura. In questo caso avremmo solo opere soggettive. E quale vantaggio dà alla comunità questo tipo di cultura? Ma ci sono i soliti: Bevilacqua, Maraini, Cordelli, Pagliarani, Sanguineti, Porta ecc..., quindi per i critici prezzolati il problema è risolto, almeno per chi ha interesse a che l'umanità li segua come cane il gregge, e fra un centinaio di secoli se polvere rimarrà, tra questa polvere troveranno parole musicali e versi lapidari. La storia di una civiltà che ha preferito l'annullamento morale e spirituale perché non ha saputo ribellarsi al "Racket dell'Arte" padrone assoluto della cultura italiana. Dante Strona aveva capito e imperterrito ha continuato per la "sua" via, fino alla fine, incurante di ciò che gli accadeva intorno chiuso nei suoi ricordi, almeno così sembra, ma non è vero, in quanto se colto non fosse stato non avrebbe potuto inserire il suo canto in quel binario personalissimo che è il suo mondo poetico, in quel "tempo dei nidi quando / bruciarono le case nello stupore / verde di un mondo assolato...": alla "Primavera del '44. II verso piano, musicale, elegiaco ed epico allo sterpo tempo ti apre davanti agli occhi squarci di vita vissuta in un amalgama di immagini colorite e vere. Tu le vedi le case che bruciano, anche se non hai mai visto una cose simile neanche nell'immaginazione fantastica; le colombe che si levano in volo dal cerchio di fuoco per invocare il cielo; e altresì la gente, chiusa nei calanchi, che si morde le mani nell'impotenza di poter fare qualcosa; quando improvviso giunge il canto incomprensibile di esseri sporchi di fumo e avvinazzati, e più improvvisa lampeggia la figura "del condannato a morte rossa di sangue, come Cristo" . Immagine scultorea e terribile quella della "preda" schiacciata da una realtà cruda e spietata; te la senti nella mente, scolpita a sangue nel cuore che s'ingigantisce sempre più, fino a fartelo scoppiare. Il poeta cosciente di questa verità ha chiuso fra le parentesi il suo dolore e quello "del ragazzo" che non voleva morire. Come vedete non c'è compiacimento, non c'è orrore, c'è un'anima viva e partecipante col proprio interesse di spettatore e di cronista, se non fosse per quel "mi è scoppiato il cuore". Il concetto è espresso in endecasillabi sciolti a significare il lento fluire del tempo: "Già era il tempo dei nidi quando…", come potete notare è lento e martellante quasi a scolpire nel cuore "quel momento" come lo è già ramificato nel cuore del poeta. "Il richiamo", invece e di tutt'altra tempra, è preceduta da tre versi di Elio Filippo Accrocca: tre dodecasillabi per la storia degli uomini forti di millenni. "Anche gli alberi un tempo eran croci" è l'immagine lapidaria della rivolta degli schiavi capeggiata de Spartaco e il poeta accosta a questa la rivolta moderna dei partigiani, ma più terrificante, in quanto dei nostri giorni: "Appesi ai rami d'ombra agonizzavano / i miei fratelli, il sole dentro gli occhi". Appesi ai rami solo perché si erano ribellati alla volontà fratricida del nazifascista, come quelli alla follia omicida del decadente impero romano. Mentre quelli, però, simboleggiano la Croce quale libertà Universale nella religione: fede in Cristo redentore, questi hanno il sole "dentro gli occhi": speranza di libertà nella vita e non dopo la vita. Al nostro , la lettura di questi versi gli ha fatto scattare dentro gli occhi quell'immagine vissuta a dalla memoria balza improvvisa, come un lampo "quella": "Non era l'ombra del salice / a gelare la nostra paura / di uomini acerbi". No, non erano le ombre che la luna rifletteva e allungava nei "calanchi" a far paura a questi ragazzi che hanno scoperto la vita con i mitra in pugno e la libertà pulsante nell'anima.Sono pur sempre ragazzi, ecco perché la paura li ha inchiodati nei solchi argillosi, profondi che la natura ha scavato lungo i pendii del colle; sono talmente terrorizzati da rimanere indifferenti di fronte ai rami piegati dagli impiccati, nemmeno quando i piedi di questi sfiorano l'erba. Si risvegliano e sentono appieno tutta la paura e l'angoscia di quel momento quando odono la voce delle mamme che li chiamano per nome. In quel momento e solo in quell'istante capiscono quanto cara è la vita loro e l'amore dei parenti. Allora cercano sentieri per porsi in salvo: e affinché questo avvenga il più presto possibile lasciano nei calanchi finanche le bandiere, per "aspettare fari nella notte". Il fatto ora è narrato in forma di ballata popolare, e per renderlo accessibile a tutti ha usato novenari, senari ed endecasillabi. C'è una differenza sostanziale tra questa e l'altra poesia. Qui il verso è nervoso e scattante, lì è piano e rassicurante; qui anticipa l'ansia, lì la cosciente consapevolezza. A questa si avvicina "Ritrovarsi in aprile", per fattura, all'altra "Aprile del '44" si accosta "Una pietra da valle". Abbiamo tracciato un breve profilo della poesia di Dante Strona per non vergognarci maggiormente di noi e della nostra ignoranza anche se non per colpa nostra, ma per mancanza di documenti. Per questo motivo, la Giuria Tecnica e gli organizzatori (su proposta degli ideatori) della "Talentiade Camugnano" che, come abbiamo ampiamente detto, ha come scopo precipuo la ricerca e la valorizzazione, nel giusto merito, di artisti conosciuti e non, di assegnare a Dante Strona il riconoscimento ufficiale per la Sua opera poetica, anche perché egli ha onorato, con la Sua partecipazione, la Talentiade Camugnano.

Reno Bromuro