Reno Bromuro

 

 

 

La figlia di Pulcinella

ROMANZO

 

 

 

 

1

 

 

Quella macchia bianca, raggomitolata, sulla cima dello scoglio, sotto il lume della luna, sembrava un Gabbiano.

L’ombra nera che spuntava al di sotto della fronte poteva somigliare a qualsiasi cosa. Non c’era vento e lo scuotere delle spalle non poteva essere che il singhiozzo di chi ha tanto pianto.I singhiozzi giungevano sulla litoranea, sovrastanti la risacca del mare che batteva calma contro gli scogli e lambiva, come una carezza l'arenile.

La figura sullo scoglio volse lo sguardo verso la spiaggia dove ombre nere facevano a gara per bearsi dei raggi gelidi della luna, La figura sullo scoglio si drizzò in piedi, trattenne i singhiozzi e, incuriosita, si diresse verso la spiaggia saltando da uno scoglio all'altro, con l'agilità di un atleta. La curiosità era stata più forte del suo dolore. Si avvicinò alle ombre le quali come se avessero avvertito la presenza si chiusero, come un tulipano all'ombra della sera. Ella stette lì, a guardare rapita, tutta la notte.

     II cielo cominciava a colorarsi e le ombre bevendo il calore cominciarono a prendere forma. Più il sole nascente colorava il cielo di azzurro, più le ombre acquistavano forma precisa. Lo stelo di un fiore saliva verso il calore tiepido del sole. La figura bianca guardava e seguiva partecipante quel miracolo che si rendeva concreto davanti ai suoi occhi: lo stelo fioriva! Cinque petali di fantasmagorici colori si inebriavano al sole e lei, la figura bianca, aveva dimenticato persino perché piangeva. Un'onda, un po’ più forte, portò una folata di vento sulla spiaggia, i petali si staccarono dallo stelo e caddero sulla sabbia, la figura bianca ebbe un lungo brivido. Fu un attimo. Da sotto la maschera, che le copriva il volto, scivolò una lacrima. II tempo di asciugarla furtivamente, vergognosa quasi. Rialzando la testa, vide i petali rivivere, danzando armoniosamente, al ritmo della risacca. La figura bianca seguiva la metamorfosi, non più con curiosità, ma con trasporto sentito e sotto i suoi sguardi bramosi i petali si trasformarono in tanti automi, i quali bevendo il calore del sole diventavano umani. Li vide incamminarsi verso l'abitato. Li seguiva, silenziosa. Li vide correre incontro agli uomini che, indaffarati popolavano sempre più le strade ma il loro sorriso, invito a comunicare, moriva sulle labbra piegate, inesorabilmente, in una maschera di delusione. Camminava dietro di loro, con rispetto. Verso sera ebbe la certezza che gli uomini la ignoravano volutamente. Ebbe una stretta al cuore!

Improvvisamente, i petali diventati umani, furono assaliti dagli uomini, accerchiati e presi sotto un fuoco terribile. Una scena inumana! I petali uomini prima si difesero nascondendosi come potevano; poi si impossessarono di un'arma e spararono a loro volta. Gli uomini si accanirono, fino a quando uno dei petali - uomini non fu colpito a morte. Solo allora gli spari finirono e nella strada rimasero: il corpo inerte del petalo - uomo e i suoi simili, terrorizzati. Un raggio di sole si posò su di loro e come mossi da una forza estranea, alla loro volontà, si posero ai lati del corpo senza vita, formarono una grande "A", gridando AMORE!

A questo punto, la figura bianca spiccò un salto in avanti e tentò di abbracciare i petali - uomo, ma questi scomparvero nel sole. Fu allora che, al centro dei raggi caldi del sole, giallo come l'oro, apparse Pulcinella. Sembrava un Gabbiano dalle ali d'oro, Si liberò dei raggi del sole e corse, quasi rotolando come una palla, con il pianto che gli squassava il petto, in un angolo buio, vergognoso del proprio dolore.

Piangeva e cantava una nenia eterna, come la sua vita, con la voce spezzata»

"Songhe tant'anne che chiagne e canto Palomma mia. Palomma mia, dincello tu”

Nessuno ascoltava il suo canto, nessuno si fermava per consolarlo. La gente passava indifferente, incurante del suo dolore. Più la gente non si curava di lui, più i singhiozzi gli toglievano il respiro.

Come se si sdoppiasse, una figura nera, con una maschera bianca sul volto, (contrastava con la sua bianca, appollaiata come un Gabbiano), sbalzò al centro dei raggi del sole prima incerta, poi sempre più sicura, dopo aver farfugliato suoni che dovevano essere parole, comincia a scandire frasi chiare e ben distinte. Si volse ancora una volta a guardare Pulcinella e chiese, parlando in napoletano:

- Pulecenè. che cante e chiagne? 'O vuò capì che nun serve chiagnere e nun serve canta? Pecché si cante nisciuno te sente, e si chiagne chi vuò che t'asciutta 'na lacrema? Nun è cchiù tiempo 'e serenate, Pulecenè, è tiempo 'e furbiciate!

Pulcinella come scosso da una scarica elettrica, meravigliato, spiccò un salto da record e fu alle spalle dell'interlocutore gridando: — Uhè! — lo squadrava dalla testa ai piedi, Questi, spiccò un salto indietro Impaurito e quasi gli tremarono le gambe perché barcollò paurosamente, quasi cadeva. Poi si fece coraggio, si avvicinò a Pulcinella e gli disse:

- Pulecenè, non me guardà stralunate! Mo m'appresente subbeto. Songo Petruccio cap’ ‘e ciuccio, maschera scurdata che nun vò muri e pe' ‘cchesto se ribella, pure si è cap' ’e ciuccio. Me chiammane pure Manfrina, pe' via che tengo 'a lengua fina. Pecche si veco 'na cosa storta che nun me sta bene, ll'aggia dicere, sinnò me sento 'e muri. E si dico 'a verità, subbeto me chiammane cap' ‘e ciuccio. Esempio, Pulecenè, sta crisi energetica, tu ‘nce cride e puorte 'e serenate. Uommene che nascene 'int'e pruvette, comme si fossero chiacchiere. Tu canti, ridi, gridi al progresso! Ma ti sembra giusto 'o cumpurtamento di questa gente? Secondo te, Pulecenè, è giusto che una donna, 'na femmena, per avere una casa si deve mettere a fare lo sciopero della fame? Sessantadue giorni di digiuno, Pulecenè, sessantadue giorni! Pulcinella senza degnarlo di una risposta, ritornò nel suo angolo, al buio. Si raggomitolò a palla, e riprese a singhiozzare. Petruccio gli si avvicinò e gli chiese direttamente:

- Tu piangi e sospiri, perché?

- Per forza - rispose Pulcinella, scattando come una molla -. Doppo tutte ‘ste prese pe'...

- Per la forza energetica? - L'interruppe, Petruccio. - Per l’elettricità?

- Tè la mettone 'ncu...ollo e dentro - sbottò Pulcinella rinfrancato -pecche credono di essere tutti furbi e tentano di fregarti. – Petrucciò, sentendo quella voce ebbe un moto di meraviglia: era voce di donna. Aveva voglia di ridere, ma si trattenne. Girava intorno a Pulcinella mentre questi parlava, trattenendo la risata che saliva irresistibilmente alle labbra. - Ci riescono sempre - continuava Pulcinella - se trovano a tè che tè staje zitto e lasse correre. - Petruccio non ce la fece più a trattenere la risata e ridendo a crepapelle disse:

- Oh, Dio, Pulecenè! Hai cambiato sesso? Sei diventata femmeno?!  -Allora sei veramente come hai detto? - Domandò a sua volta la celebre maschera.

- Perché comm’ ‘aggie detto? - Fece Petruccio meravigliato. - Che sei cap' ‘e ciuccio! - Rispose pronto Pulcinella.

Petruccio lo guarda, ammirato e nauseato allo stesso tempo. Non riusciva ad accettare un Pulcinella donna, ma curiosamente voleva sapere e chiese: - Ma tu, perché piangi e continui a sospirare?

Pulcinella lo guardò interrogativo, prima, poi come per chiedere aiuto, aprì le braccia per abbracciarlo teatralmente. Rimase un attimo con le braccia aperte, poi si buttò addosso a Petruccio, piangendo come una sirena ed esclamo:

- Ah! Cap’'e ciù  me vonno fa' muri!

- E chi è che vuol farti morire? - Domandò a sua volta Petruccio, incuriosito doppiamente. Chi poteva - volere la morte di una maschera? Ma Pulcinella non gliene diede il tempo che subito riprese a parlare e a fatica:

- Nessuno più me pensa! Il popolo si sta dimenticando 'e me! Non è igienico ricordare Pulecenella da quanne donne Eduardo se n'è andato all'altro mondo. Non si può più parlare di Pulcinella da quanne quello che lo teneva in vita, se n’è andato a fare il teatro dal Padreterno. - Piangendo dentro aggiunse. - E il popolo si sta scordando di Pulcinella! Petruccio pur commosso, tentò con una smorfia per farlo ridere, pur di scuoterlo.

- Pulecenè, non solo hai cambiato sesso, ma pure pensiero. Ti fossilizzi 'ncopp' 'a 'na cosa da niente. - L'esclamazione ebbe il risultato sperato perché, la maschera, si drizzò in tutta la sua prestanza fisica, redarguendolo.

- Me la chiami una cosa da niente!? Io sto morendo e tu, me la chiami una cosa di niente?

- Ci sono cose più serie, Pulcinè,  - Rispose l'altro con accento paterno.

- 'Cchiù seria della mia morte? - Chiese Pulcinella come se allora, allora fosse sceso da un altro mondo.

- E sì, Pulcinè! - Rispose Petruccio, cosciente. E con fare dòtto, continuò - E sì, Pulcinè! Sono tanti anni che non troviamo pace. Non si sta più in grazia di Dio neanche dentro casa e tu?.., Ti preoccupi della tua morte?! Non tieni più un Santo a cui votarti... - ripeteva Petruccio con fare teatrale - e guardate un poco questo, si preoccupa della sua morte! O, Dio, si preoccupa di morire!

- Nèh! Ti facesse schifo di sapere che anch'io voglio campare? - Lo interruppe Pulcinella, risentito, quasi incazzato.

-       Pure noi... vorremmo campare, Pulcinè, pure noi! – Rispose

prontamente Petruccio, contento per il risultato ottenuto e amareggiato, per la realtà della vita che stava rivivendo, al punto di sentire la lingua attaccata al palato. Come se improvvisamente non sapesse più parlare.

- Invece pare che l'uomo si è autocropi…autocro... autoco… co…

- Comme, comme, comme? - Interruppe Pulcinella, facendo il verso della gallina, con fare sfottente e molto ringalluzzito.

-       Si è messo 'a legge d' 'o coprifuoco, da solo. - Rispose Petruccio

rassegnato e cosciente. Ma Pulcinella aveva ritrovato la sua vitalità e parve aver dimenticato, i problemi esistenziali. Le ombre sulla spiaggia, il petalo - uomo morto nella sparatoria.

- Perché stiamo in guerra?

- Peggio! Peggio, Pulecenè! - Disse Petruccio come chi sa di avere la situazione in mano. - Uomini ricchi che camminano corazzati, dentro le macchine. Automobili blindate, perché sono ricchi, Pulecenè!  ‘E poverielli, invece, non avendo una lira, non escono più di sera e se escono di giorno è proprio perché non ne possono fare a meno: farebbero la fine dei briafesi.

- Ma comme parle?- Interloquì Pulcinella, sinceramente divertito della papera. - Che significa? - Chiese.

- La gente del Biafra. - Rispose prontamente, l'altro. - Embèh, comme se dice? - Disse Pulcinella e rise. Rise veramente divertito.

- L'importante è che ci siamo capiti! - Rispose Petruccio, come un bambino colto a rubare la marmellata. - Ci sono cose più gravi, Pulcinè! - Aggiunse da saggio.

- Overamente dici! - Esclamò Pulcinella, con la stessa meraviglia di chi vede per la prima volta, l'azzurro della grotta di Capri.

- E già, Pulecenè! - Esclamò Petruccio. - Pensa!... - Ma l'altro non lo ascoltava più. Anima e corpo protesi verso un ricordo incancellabile, quel Pasquale Lojacono che, creato da Eduardo, sentiva tanto simile a lui. Si allontanò da Petruccio di un passo, si drizzò su di una sola gamba, come una gru, piegando la gamba destra, a squadra, il piede poggiato sul ginocchio sinistro, la mano sinistra sotto l'ascella destra, mentre la mano destra reggeva la testa, stando a pugno chiuso sotto il mento. Cadde in "trance" e ripetette alcune parole, prese a caso, dalla scena del balcone di "Questi Fantasmi". Mentre Pulcinella si beava in quel ricordo, dicendo quelle parole con trasporto, Petruccio gli girava intorno, come un leone in gabbia, pronto ad emettere un ruggito potente. - Questa è una macchinetta per quattro tazze… - diceva Pulcinella, guardando un punto ipotetico - ma se ne possono ricavare pure sei e, se le tazze sono piccole, pure otto... per gli amici. Il caffè costa caro. Qua, professò, dove guardate? Questo... Vi piace sempre di scherzare... No, no...scherzate pure...

Il leone Petruccio, che girava intorno a Pulcinella, non resistette più, forse pensando anch'egli di come Pulcinella, durante l’insurrezione del popolo napoletano, contro i Borboni e quella di Masaniello prima, aveva infiammato gli uomini incitandoli alla rivolta, mentre ora lo sentiva apatico, rassegnato e assente. Ruggì con quanto fiato aveva in corpo:

- Zompa per aria una stazione ferroviaria, muoiono ottantadue persone e nessuno è colpevole. Uccidono ‘nu povero disgraziato in un negozietto di mezza lira, per quattro soldi e nessuno sa niente! Non sanno niente - ripeteva oratorio, con foga - nemmeno sulle cosiddette "vendite a premio" che dovrebbero chiamarsi "vendite a rischio"…E non si dice niente nemmeno quando un figlio uccide il padre perché non gli ha voluto comprare una motocicletta... e nemmeno quando una madre uccide i figli perché non sa come camparli…

-       Oooooh! - Gridò perentorio Pulcinella, colpito da una frase. - Tè staje ‘nu poco zitto?! Me la fai domandare una cosa?

- E parla che vuo'?!

- Niente di eccezionale! - Disse con candore. - Vorrebbe sapere che roba sono ‘ste vendite a premio, 'ste vendite a rischio?

- Sono quelle specie di bustine con le palatine fritte, dove in mezzo alle palatine fritte... - rispose Petruccio, come un insegnante delle elementari. Con fare da cospiratore, riprese - …'nce sta nascosta la morte!

- Pure le patate sono sofisticate? - Chiese, la vecchia maschera che era rimasta colpita da questa forma di pubblicità ingannatrice.

- Speriamo di no. Che almeno le patate… - Rispose Petruccio, guardando verso il cielo. – No, Pulecenè. In mezzo alle patate fritte, dentro le bustine ci mettono il premio: ‘o giocattolo murtale. Per venderle. Così 'e criature vanno per mangiarsi 'e patatine e… moreno.  - Allora sono avvelenate? – Domandò interessato, Pulcinella.  - O Dio, Pulecenè! - Rispose l'altro irritato. - E poi chiamano Cap' 'e ciuccio a me? Te l'ho già detto prima - aggiunse spazientito -. Sono i giocattolini che stanno nascosti in mezzo alle palatine fritte che fanno morire i bambini soffocati. Pensa Pulecenè, in quindici giorni, nel mese di gennaio passato ne morirono quattro. Quattro bambni, Pulecenè!

- E non possono fare una legge che proibisce queste cose... - Disse Pulcinella, grattandosi il naso di cartapesta.  - che vieta la vendita di queste cose pericolose?

Petruccio sempre più nervoso e con fare di "saputo" disse con prosopopea: - E l'hanno fatta la... proposta, Pulecenè. 'A legge l’hanno proposta, ma continuano a rimandarla. Una volta per una cosa, un' altra volta quello si oppone e…

- Pure qua c'entra la P 2!? - Domandò Pulcinella e Petruccio ebbe uno scatto di gioia repressa: dunque Pulcinella era aggiornato sui fatti della vita di oggi! Ma perché fingeva di ignorarla? Pero fece finta di niente. Gli piaceva sentirsi al centro dell'attenzione di Pulcinella.

- Tu mi devi dire, Pulecenè, - disse allora - dov'è che non c'entra la P 2? Questa è la fine del mondo, Pulecenè! Per non parlà de’ brigate rosse!…

- Non ci volevo credere che il mondo è finito. Eppure è vero! - Disse il "cuppolone" amareggiato,

- E tu ti preoccupavi della morte tua? - Fece Petruccio. Gli si avvicinò lo prese per mano come il padre il figlio e disse: - Pulcinè, vieni con me, devi vedere come è finito il mondo.

Si diressero verso il mare. Pulcinella sembrava portare sulle spalle, tutto il male degli uomini e Petruccio lo sorreggeva speranzoso che, finalmente, ritornasse ad essere quello di una volta, per rivedere il mondo, ancora avvolto nell'aureola del Bene.

Giunsero sulla spiaggia che il sole non era ancora sorto. In riva al mare c'era un uomo avvolto in un "plaid", seduto per terra, fumava. Di tanto in tanto guardava la canna da pesca, piantata per terra, con la speranza di vederla muovere, ma questa era sempre ferma.

Il cielo cominciava a tingersi del rosa dell'aurora. Fu allora che Petruccio, gridò; - Guarda, guarda là, Pulecenè! - Pulcinella seguì con gli occhi il dito indice della mano di Petruccio che indicava un punto dove una tenue luce arancione illuminava il corpo di una donna coricata sulla sabbia, accartocciata a palla su di un lato… La luce inondò il corpo della donna e questa risvegliata dal calore, tentava faticosamente di rimettersi in piedi, senza riuscirci. Si guardò il corpo, esterrefatta.  

- Dio, Dio mio!  - Esclamò. Prese a graffiarsi il corpo con forza, come se volesse cancellare lo sporco che le avevano messo dentro l'anima durante la notte. - Quanto fango!  - Esclamò ancora. Nella sua mente si alternavano momenti di razionalità ad altri di terrore. - Ma non è fango... E' merda, merda, merda! - E si graffiava il corpo con furia selvaggia, con la speranza di cancellare tutto: sporco, pensieri, ricordi  e azioni vissute contro la propria volontà.

- Tè lo avevo detto, amore mio, non si può vivere soli! Ma tu e il tuo mostruoso egoismo! - Si protese verso il mare, ancora terrorizzata.

- Ti prego, non andare via, non lasciarmi qui, sola. Sola, sola, sola! Ti ho implorato, supplicato! Poi solo il motore dell’auto che si allontanava… Perché, perché? - Riviveva il dramma. Si graffiava il corpo in continuazione, quasi a volerlo scuoiare o aprirlo e tirar fuori l'anima. - Merda, merda e fango! Erano in tanti! Sono sbucati improvvisamente! Prima hanno giocato come il gatto col topo... - Dal petto le usciva un pianto disperato e senza rimedio, come una risata tragica che il mare riportava sulla spiaggia con un’eco beffarda, moltiplicata dal grido rauco dei Gabbiani, che ignari continuavano a volteggiare.

Il pescatore, stanco e anchilosato dall'immobilità, udì la risata e solo allora si accorse della donna: una figura informe coperta di sabbia e di sangue. Corse come un centometrista. Mai la spiaggia gli era parsa tanto immensa, prima di allora.Quando giunse accanto a quel corpo, lacrime copiose gli rigavano il volto. Gridò con tutto il fiato che gli restava in petto, la sua disperazione, la rabbia impotente: era a pochi passi, come mai non aveva udito nulla? Era talmente preso dai suoi pensieri che non si rese conto neanche di aver gridato. - Basta! Basta, per carità! - Piangendo come un bambino aggiunse con voce rotta, sommessamente. - Che cosa è accaduto? Che cosa ti hanno fatto, in nome di Dio? Parla! Parla, in nome di Cristo Gesù! - Avrebbe voluto stringere, al petto, quel corpo che non aveva più nulla d’umano, e lavarlo con le sue lacrime, ma lo sguardo della donna, di fiera ferita e il volto nobile lo bloccarono. La donna tentò di alzarsi, ma ricadde pesantemente, non la fierezza, però.

- Gesù?! - Disse sfidante - Gesù l'incorruttibile!? - Aggiunse con ironia tragica - II buono, il salvatore?! - Poi eretta sul busto, in ginocchio esclamò: - Io sono Gesù, martoriata più che lui sulla Croce. Più di lui ho sofferto, stanotte! - E il pescatore, amorevolmente, incalzò: - Parla, per carità parla! Ti farà bene. E, - aggiunse imperativo - smettila di graffiarti il corpo! Sei tutta una piaga... Il corpo è striato di rosso, fino all'inverosimile.

L'atteggiamento fermo, deciso, del pescatore sembrò calmarla. Si risedette sulla sabbia e, guardando costantemente il mare e il pescatore, chiese: - Pensi che basterà tutta l'acqua del mare?

- Il mare è l'unico che soccorre e aiuta veramente l'uomo e lo fa per puro egoismo. Ecco perché credo in lui, mentre i suoi figli… - Rispose il pescatore, convinto.

La donna implorante giustizia, prima, poi rivivendo il dramma e continuando a graffiarsi il corpo, già orribilmente piagato, piangendo rannicchiata, come un pulcino sotto l'ala della chioccia, sulla sabbia tiepida ripeteva:

- Erano in tanti! Un esercito! Un esercito? Tutti gli uomini!

- Sei conciata male. Vuoi che ti accompagni in ospedale? - Chiese il pescatore con amore.

- Quanto sei ingenuo! - Disse la donna sprezzante, altera e sfidante - Credi che i medici possano guarirmi? Credi veramente, che i medici possano lavare la mia anima? La mia anima appallottolata, sporcata, calpestata, squartata?

Il pescatore aveva il respiro mozzo, ma si fece forza e suggerì:

-       Intanto potrebbero sanare il tuo corpo martoriato! E vedrai col... tempo…

- Perché t’interessi a me?  - Chiese la donna, incredula.

- Lo farei con chiunque. Sono un cristiano. - Rispose semplicemente, l’uomo. La donna lo guardò con sfida, con una cattiveria che lo fece tremare d’orrore. Si eresse in piedi, e come "un gigante furente”.
- Non è vero. Anche tu sei come gli altri! Lo fai nella speranza, anzi con la certezza, di potere soddisfare le tue voglie. E dilla la verità. Dilla, sozzone! Lo vedo sai? - Lo guardò fisso negli occhi e sibilò.  - Lo leggo nei tuoi occhi. Vorresti scoparmi vero? - E senza una ragione logica, lo afferrò per la cravatta e se lo tirò addosso. Mentre si coricava sulla sabbia, apri volgarmente le gambe, scoperte della gonna, o meglio di quello che rimaneva della gonna, gli gridò in faccia: - Dai, che aspetti? Eccomi!

Il pescatore, con amore pietoso, si alzò e, facendole una carezza timida, domandò: - Ma che dici? - La donna sempre più provocatoria e sprezzante, aggiunse: - oppure ti faccio schifo perché sono tutta piena di merda e di sperma?

- Tu sragioni. - Replicò umilmente il pescatore - voglio veramente aiutarti.

- Non è vero. - Gridò la poveretta, con lo stesso tono provocatorio. - Sei tutto eccitato.

- Povera cara, non c'è più pace per nessuno! - Esclamò l'uomo, alzandosi di scatto. Voltandole le spalle si asciugò una lacrima con il dorso della mano.

- Non è vero. E' una bugia. Solo Gesù. - Disse, insolente.

-       Non solo Gesù! - Egli rispose, pudicamente. - Anche qualche uomo,

ancora oggi, sente il dovere di essere tale.

- Non dire fesserie, non esistono uomini buoni. - Urlò la donna, ridendo tragicamente.

- Lo pensi adesso? Ma domani ti ravvedrai. - Disse l'uomo, conciliante. - Lo dici perché pensi che sia una provinciale, sprovveduta, che crede a tutto? - Urlò ancora la donna, mentre bava di rabbia repressa le imbrattava le labbra.

- Che c'entra? - Quasi mormorava, il pescatore, tanto era umile e pudico il suo dire. - Ci sono gli uomini buoni. Ad esempio, io.

-       Tu sei più sozzo di loro. – Gli gridò in faccia la donna con sdegno. E

aggiunse, eretta in tutta la persona, guardando l'uomo, fissamente.

-       Sei ipocrita!

-       Che cosa te lo fa pensare?

-       Il modo in cui mi guardi.

Il pescatore non rispose subito. Seguì i movimenti innaturali della donna che improvvisamente, quasi vinta, si sedette calma sulla rena e giocava con essa.

- Senti. - Disse l’uomo sinveramente preoccupato. - Non posso lasciarti in questo stato.  - E aggiunse cambiando discorso. - Vedi quanto è bella l’aurora? Respira a pieni polmoni, dimentica per poco... La notte?...  - Si accorse che aveva detto qualcosa che non avrebbe dovuto e ancora tentò di cambiare argomento. - Vuoi fumare? – Chiese. - Fuma prima tu. Non mi fido. - Rispose come una bambina capricciosa.

- Allora ti hanno anche rimbecillita? - Fece lui, rinfrancato.- Dai? Accese una sigaretta e la passò alla donna, la quale prima di metterla tra le labbra, l'odorò. Poi aspirò una boccata di fumo e sembrò rilassarsi, ma di tanto in tanto un forte singhiozzo interno le sollevava il petto con ritmo ineguale. Il suo era un pianto interiore, e al pescatore sembrava di sentire il calore del sangue di lei, dentro l’anima. Fumavano in silenzio, guardandosi di sottecchi il pescatore rilassato, affettuoso; lei all'erta, ancora diffidente. Si udì, per qualche istante, solo la risacca del mare e il respiro dei due.

-       Ti va di ascoltarmi? - Domandò la donna, con la voce strozzata in

gola, come chi ha la bocca piena di saliva.

- Se non avessi voluto! - Rispose prontamente l'uomo.

- Sono giunta… Prese a raccontare la donna.  - Ma che serve? - E fu di nuovo presa dal delirio e dal ricordo. - Non voglio. - Disse perentoria. -Non voglio, vattene. Vattene o grido!

Il pescatore si alzò e si allontanò di qualche passo, accondiscendente. Poi sembrò ripensarci, ritornò verso la donna e disse:

- Ho la macchina poco di stante, perché non vieni con me?

La donna lo guardò con uno sguardo pulito, come acqua di fonte, ridente; e con la calma di una giornata primaverile, domandò:

-       Secondo te, perché è accaduto? Stavo bene con Mariano. Non

credo ci amassimo, ma stavamo bene insieme. - Presa, improvvisamente, ancora una volta dal raptus delirante, urlò: - Ma perché ti racconto queste cose?

- Forse perché hai capito che sono buono, sincero , onesto e soprattutto disinteressato. - Rispose l'uomo, col candore di un bambino.

- Non esistono uomini buoni e disinteressati. - Disse stuzzicante, offensiva. - Solo Gesù! E poi perché sei convinto che ti creda? Solo perché vengo dal Sud? So una cosa, che l'unico uomo, veramente buono, di cui ho sentito parlare è Gesù Cristo. - Poi con una cattiveria che il pescatore non avrebbe mai supposto potesse esistere, ne immaginato. - Ma è morto da tempo, da un bei pezzo! Che uomo può essere uno come te che dice delle cose e ne pensa altre?

Pur scosso e turbato il pescatore raccolse tutte le sue forze: mentali e fisiche. - Ti sbagli! - Disse - Dico sempre quello che penso.

Lei sempre più insolente gli gridò sul viso: - Allora sei un altro Gesù Cristo? - E il pescatore, opponendo deferenza e rispetto, con calma serafica rispose:

- Non è vero, non lo sono. Pero sento di essere un uomo.

- Mi vien da ridere! - Diss'ella rotolandosi sulla sabbia. Ormai era un essere incontrollato e incontrollabile. Rotolava sulla sabbia come una palla sgonfiata. Rideva con una tragicità impressionante. – Sì, mi vien da ridere, quando dici: sento di essere un uomo!? - Si alzo in piedi. Si reggeva a malapena sulle gambe, girò intorno al pescatore, che era seduto sereno, lo guardò al centro della testa, come se avesse voluto penetrare nel cervello dell'uomo e leggervi i pensieri, infine si chinò su di lui e, inaspettatamente, gli fece una tenera carezza.

-       Sai, fino ad ieri sera... - Disse. Parlava con una calma

inimmaginabile, almeno fino a quel momento. - ...credevo ancora, nell'uomo, intendo. Io e Mariano, abbiamo fatto l’amore sempre fra quattro mura, sopra un letto caldo e soffice. Fare l'amore… - mentre narrava disegnava figure sulla sabbia, col dito indice. - … per un uomo e una donna è una cosa bellissima, ma quando è una cosa forzata!… - Sospirò ingoiando lacrime e ricordi. - Ieri sera… Forse il lungo inverno sopportato, il primo sole primaverile! Dopo cena decidemmo di fare una capatina al mare. - Guardò il pescatore intensamente, tanto che lui trasalì. - Non siamo sposati, ma mi piace Mariano. Sarà stato il posto, non lo so. O forse la luna piena che sembrava formare un triangolo retto, col mare e noi. Mi venne voglia di fare l’amore perché sentivo che lui lo voleva, ma si è arrabbiato, mi ha ingiuriato! Poi se ne andò, lasciandomi sola. Accesi una sigaretta. Sentii la macchina che si allontanava. Ero serena. Altre volte aveva finto di andarsene, poi ritornava. - C'era nella sua voce nostalgia, malinconia e disappunto. Un miscuglio di sentimenti.

-       Guardavo il triangolo, formato dalla luna, che si dissolveva. Fu allora

che sentii dei passi e un vociò allegro e giovane. Mi voltai per vederli: erano giovani scanzonati. Ebbi una stretta al cuore, ripensando alla mia giovinezza, e desiderai ardentemente che Mariano fosse stato qui, con me. Presi a correre verso la strada... - Si era alzata in piedi, con una forza inattesa in quel corpo martoriato dalla violenza subita e quella, masochisticamente voluta. Girava intorno come una spirale mentre diceva: - Improvvisamente mi sentii presa da un senso di sgomento e di paura. I giovani fecero cerchio intorno a me e giocarono come il gatto col topo. Poi, poi… - Girava come una trottola, su se stessa. II pescatore che era rimasto avviluppato dal dolore balzò in piedi per sorreggerla e lei sentì le braccia forti e decise dell'uomo e si lasciò andare. Piombarono a terra entrambi: uno piangendo con disperazione, l'altra squarciando l'aria con la medesima risata tragica: satura di pianto disperato che sconvolse finanche i Gabbiani, i quali volando sul mare, impazziti, sembravano ripetere all'infinito, con il loro gracchiare, la tragicità di quel momento. Il pescatore la strinse fra le sue braccia e la cullò come il padre la figlia. Per calmarla e per vincere il suo stesso dolore, prese a cantare una nenia che aveva sentito cantare da sua nonna quando lui faceva i capricci.

" Nonna, nonna, nonnanunnarella

‘o lupo è brutto e ‘a pecurella è bella. Nonna, nonna, nonnanunnarella 'o lupo s'è magnata 'a pecurella. Oj suonno suonno che vieni da lu monte vieni 'a truvà 'sta nenna, sparala 'nfronte."

La donna si calmò. Era sfinita dal troppo piangere. La prese in braccio e faticosamente si diresse verso la strada asfaltata. La poggiò sul sedile della macchina, dopo averlo disteso, e la portò a casa sua. Erano appena giunti a casa che, poggiatala sul letto, ella riprese forza e disse, guardandolo come chi guarda un'immagine sacra. - Solo Gesù! Ma perché?

- Non hai voluto ti portassi in ospedale, però tu hai urgente bisogno di cure, e non lo dico tanto per dire. Si diceva il pescatore, senza sapersi spiegare perché non l'avesse fatto.

La donna si alzò di scatto. Egli le si avvicinò ed ella come se non lo vedesse, andò alla finestra, mormorando: - Peggio che Gesù sulla Croce! - Si voltava repentinamente, ora verso la finestra, ora verso il pescatore. - Erano in tanti! Tanti come gli scarafaggi! Andai via di casa perché non li sopportavo. - Si avvicinò al pescatore che era rimasto come intronato, al centro della stanza e gli sussurrò. - Ci fu un tempo in cui, di notte, avevo l'abitudine di bere: mi piaceva bere dal rubinetto, per questo ero costretta ad andare in cucina. E… Dio! Dio! Ce n'erano a centinaia, a migliaia, sul lavello e nei piatti. Non bevvi più di notte. - Andò alla finestra, ritornò accanto all'uomo col fare di una belva in gabbia, delirante. - Peggio che Gesù Cristo sulla Croce! - E riprese a graffiarsi il corpo, il volto, le braccia. Il pescatore la sorreggeva paternamente. - Quanta merda! - Esclamò. - Aiutami!

Il pescatore la lasciò cadere sulla sedia e si avviò verso il telefono.

- Non ce la faccio più a vederti in questo stato. Chiamo un medico, amico mio... - Alzò la cornetta, si voltò a guardare la donna che era già seduta, cavalcioni, sul davanzale della finestra. Allora con una calma, che neanche lui supponeva di possedere, la implorò: - Non lo fare, ti prego. - E con amore trabocchevole, aggiunse. - Siamo all'ottavo piano... - Dalla strada giungevano le voci stridule, irate, gaie di bambini festanti, frastuono di auto sfreccianti. - Senti, - Continuò l'uomo, sovrastando il frastuono della strada. - La notte sta per finire, fra poco spunta l'alba. Lo sai che ancora non so come ti chiami? Io mi chiamo Nazzareno.

- Come Gesù?  - Disse la donna. L'uomo tremava, ma non lo diede a vedere e le rispose con una frase banalmente ovvia.

- Ne porto solo il nome, però! - Quell'ovvietà, sembrò di aver avuto la forza di far rinsavire la donna.

- Che importa un nome? - Disse scendendo dal davanzale e rientrando in casa. - L'avevo un nome, ieri! Sì, era ieri che avevo un nome. - ripeté trasognata - oggi sono un corpo di merda e di sperma. - Raggomitolandosi su sé stessa, chiusa come un riccio, in un dolore più lancinante che mai. - Gli scarafaggi! A centinaia… Andai via!... - Poi con calma inattesa, riprese. - Fu Mariano ad invogliarmi. Quando giunsi alla stazione di questa eterna, ipocrita, falsa, bugiarda città… - Parlava e continuava a graffiarsi il corpo con ira irrefrenabile. - Mi parve tutto bello, fantastico. Pero ogni sera sentivo la mancanza, ti sembrerà strano, ma veramente sentivo la mancanza degli scarafaggi. Al mio paese... - a questo ricordo un velo di calma scese sul suo volto, sembrava un'altra donna. Quasi sorrideva. - Al mio paese! - Ripeté sospirando profondamente. - Gli uomini somigliano agli scarafaggi, soltanto perché stanno sempre insieme. Qui neanche i gatti stanno uniti! Li ho visti una sera, sai? Erano una ventina, nessuno stava vicino all'altro! Ricordo che piansi!  - Vagò con lo sguardo per la casa, come per   trovare quel momento, meravigliata di non ritrovarlo, ora. Si avvicinò al pescatore, lo guardò fisso negli occhi. - Chi sa come fanno a fare l'amore se si tengono così distanti gli uni dagli altri! - L'amore! - Aggiunse implorante. - Ci credevo all'amore! Un'orda di porci affamati, cani in calore! Il pescatore con accoramento sentito, ma fermo e deciso, le intimò.

- Basta! Basta, per carità! — Lei si bloccò, turbata e scossa dalla fermezza del pescatore e lo guardò meravigliata, come se lo vedesse per la prima volta.

- Era sempre ritornato - disse aggrappandosi all'uomo - perché ieri sera, no?

Egli l'abbracciò con amore, mentre ella, con nervosismo, continuava a graffiarsi il corpo e con violenza.

Per tutto il tempo che intercorre, dall'inizio della Primavera all'Autunno avanzato, le due maschere stettero nei pressi della casa del pescatore e videro con quanto amore, egli stava accanto alla donna. L’uomo non usciva più tanto presto, al mattino, per andare al lavoro. Pulcinella riprendeva a vivere perché costatava che gli uomini, poi, non sono tutti cattivi, come Petruccio gli aveva fatto credere, ma questi, sornione, temporeggiava, evitando ogni polemica o alterco in proposito delle loro vedute contrastanti. Un giorno videro la donna che andava a fare delle compere e la seguirono. II pescatore, intanto, si tormentava nel dilemma di come comportarsi con la donna. Le maschere entrarono silenziosamente. Nella vasta sala, al buio, il pescatore parlava con se stesso, ad alta voce. I due si fermarono di colpo, accanto alla finestra, dalla quale filtravano strisce di luce, dalla tapparella non stretta bene. Si tenevano, stretti per mano, come due bambini intimoriti dal buio.

- Devo dirglielo, devo. - Diceva il pescatore, misurando la stanza, in lungo e in largo. - Non voglio che il bambino, o la bambina nasca non desiderata. Io l'amo come se fosse mio! E... amo anche lei! Ma come fare per dirglielo? - Si domandava l'uomo, ormai preso dal sentimento più bello della vita - Odia gli uomini! Mi sopporta solo perché le ho offerto una casa...

- Nazareno?- Chiamò la donna dall'esterno, interrompendo i suoi pensieri. Quando varcò la soglia, la sua figura snella, sembrò illuminare la stanza. Nazareno le andò incontro, le prese le mani nelle mani (che belle mani, affusolate, bianche!) aprendole le braccia in un gesto affettuoso, la sentì esclamare: - Sai, Nazareno, ho visto il mio bambino!

- Che bello! Ti piace? - Domandò raggiante l'uomo, mentre la donna si sedeva sopra una sedia a dondolo,

- E' bello, sano, robusto. Nero, nero, con gli occhi fiammeggianti. - Ella rispose felice. - Sento che sarà un geniaccio! L'uomo la guardò interrogativamente. Poi come a voler rilevare quanto stava     dicendo, si protesse il ventre con le bellissime mani, mentre gli occhi vivi e intelligenti lampeggiavano nel buio. - Lo difenderò! - Disse - E' mio, mio, mio! Lui non conoscerà né scarafaggi, né merda.

-       Come e quanto sono contento, per te. - Disse il pescatore,

inginocchiandosi ai suoi piedi. - Mi racconti come è avvenuto tutto questo? - Aggiunse, accarezzandole il ventre, protettore.

La donna lo guardò, gli accarezzò il volto teneramente, per rassicurarlo e prese a parlare con una serenità serafica. - Ero sdraiata sul letto e pensavo. Questa mattina, invece di comprare vestitini, scarpine e cuffiette, ho comprato una pistola...

- Una pistola? - Ripetè come un'eco, il pescatore, balzando in piedi come percorso da una scarica elettrica.

- Per difenderci! - Diss'ella, con un sorriso tranquillizzante. - Stavo sul letto, e pensavo di aver sbagliato. Quando l'ho visto... - Riprese, parlando con voce dolce e carezzevole, quasi trasognata. - Credevo volesse rimproverarmi, invece mi ha chiamato mammina. Mammina! -Esclamò, riempendo la stanza di musicalità, tanta la gioia che sprizzava dai pori e dall'anima vibrava contro le pareti della stanza.

II pescatore, approfittando di quel momento, l'unico in circa nove mesi di vita in comune, prese il coraggio a due mani e parlò, tirando fuori le parole come un fiume dirompente. 

- Senti, mammina. Anch'io ho pensato. Lo sai che mancano pochi giorni alla sua nascita?

- Non parlare, ti prego. - Disse la donna, tentando di arginare quel fiume.

-       Devi ascoltarmi, invece. - Continuò Nazareno, imperterrito. Ormai il fiume aveva rotto gli argini. - E' necessario che io parli. Tu forse non te ne sei resa conto, ma in questi giorni... in questi mesi che siamo stati insieme, ho imparato ad amarti, di un amore che non credevo possibile potesse esistere. - La donna si coprì le orecchie per non sentire, ma lui le prese ancora le mani. - Quando sono solo, - diceva con effusione - sento la tua mancanza. Avverto una solitudine mai provata prima. - La donna si alzò e cominciò a camminare nervosamente per la stanza. Ma lui le fu subito accanto e con delicatezza la costrinse a sedere. - Ho sempre asserito che la solitudine non esiste se si ama il prossimo. Non avevo mai pensato all'amore per una donna, evidentemente. - Le s’inginocchiò accanto, le prese il volto, tra le mani a coppa e con le lacrime agli occhi, disse: - Se tu te n’andassi, penso che morirei. Mi sei indispensabile come l'aria.

- Ti prego. - Ella implorò. - Ti supplico, taci.

Nazareno preso dalla furia dei suoi sentimenti trasformati in pensieri e questi in parole, non la sentiva neanche.

- La vita che per me… - Diceva accorato - prima aveva mille scopi, oggi sembra non ne abbia più se non quello di vivere con te, parlare con te... Parlare, parlare e gioire con te...

- Per piacere, taci. - Disse la donna, con tutta l'anima, interrompendolo.

- Non sei più sola, tu!  - Continuò spazientito Nazareno. - Ma io? Se tu sparisci alla mia sete...

A questo punto, la donna gli tappò la bocca per arginare la furia di quelle parole, e disse con tutto l’amore di cui era capace. - Ti voglio bene, taci, non parlare più. E’ bello stare insieme, pensare e parlare d'altro...

- E poi c'è il bambino!  - Disse l'uomo, interrompendola, con decisione. La donna gli diede uno spintone, quasi lo buttò per terra.

-       Lo sentivo. Ecco, lo sapevo! - Diceva frenando l'ira che cominciava a

bollire dentro. - Io sono matta ormai. Tu vuoi portarmi via il figlio?! Il fiore nato su un covone di merda, no! - Folle come una belva, andava avanti e indietro per la stanza, lottando contro pensieri contrastanti, scossa da mille sensazioni sgradevoli. - II figlio è mio! - Gridò. - Il figlio! Il fiore! - Diceva, stringendosi il ventre, quasi a proteggerlo, scivolando ginocchioni a terra. - Tu non hai capito forse, che questo figlio... cambierà il mondo perché è il fiore nato dal marcio, come dice il poeta... - E piangeva con disperazione, con coscienza.

- Lascia stare i poeti!  - Intimò il pescatore interrompendola. - Voglio che tu mi sposi.

-       Allora è vero! - Gridò la dorma fuori di sé, dalla delusione e dalla

rabbia. - Anche tu sei un porco, uno scarafaggio! - Si alzò lentamente, guardandolo fisso negli occhi. Nel suo sguardo e nella mente le immagini di quella notte, quasi dimenticate, ritornavano a galla e si allargavano come una macchia d'olio. - Ma il figlio è mio - disse - e tu non me lo porterai via! – Senza una ragione estrasse dalla tasca, del vestitino da passeggio, che ancora indossava, la pistola e sparò, mentre sul suo volto passavano le immagini e i momenti terribilmente terribili di quella notte sulla spiaggia. E continuò a sparare anche quando il corpo dell'uomo, giacque sul pavimento, bocconi, ormai privo di vita. Non lo guardò neppure quando la mano lasciò la pistola. Esausta cadde sulla sedia a dondolo che cigolò stranamente, come un lamento. Si abbracciò il ventre, forte forte e con calma serafica, come se non fosse accaduto nulla, prese a dondolarsi dicendo: - Sei mio, mio! Solo mio! Il mio geniaccio che salverà il mondo! Il mio fiore nato dal marcio! - Guardando fissamente in un punto ipotetico, che solo lei poteva vedere, riprese. - Nazareno, gliela canterai, la ninna - nanna, al mio bambino? - E prese a cantare con una voce che racchiudeva solo dolore: un immenso dolore! –

"Ninna – nonna nonnanunnarella

'o lupo è brutto e 'a pecurella è bella.

Oj pecurella mia come farai

quanne 'mmocc’’a lu lupo ti vedrai.

Nonna, nonna, nonnanunnarella

'o lupo s'è magnata 'a pecurella!

- Pulecenè? - Disse Petruccio, vedendo l'altro singhiozzare. - Ma che faje? Chiagne n'ata vota? Embèh!? Io vulesse capì 'na cosa: piangi pecche hai paura di morire, ti arrabbi perché, per vendere le cose, nascondono il... "regalo" in mezzo alla merce, indiscriminatamente, mettendo a repentaglio (nel caso delle palatine), la vita dei bambini e nostra. Rimani intronato di fronte alla tragedia della violenza umana e, piangi ancora, per la morte del pescatore...

- 'A morte è... morte, guagliò! - Rispose risentito Pulcinella.

- No, Pulecenè, 'a morte nun è necessariamente, morte. Quasi sempe è... vita. E t'ho dico io. - Riprese Petruccio, infervorato. - Sì, te lo dico io perché piangi solo di fronte alla morte: ti sei lasciato prendere la mano dalla paura, di essere destinato a perire e non morire. Pulecenè. - L'altro continuava a piangere in silenzio e lui, Petruccio, gli si sedette di fronte, accovacciato ai suoi piedi. Gli prese le mani nelle mani e continuò paternamente, con umiltà e amore. - Vedi, Pulecenè, tu ti sei messo in testa che con la dipartita di Eduardo sei destinato a perire perché sei convinto che dopo Eduardo nessuno più è in grado di farti rivivere.Ti sbagli, Pulecenè! Dimme 'na cosa, - riprese con convinzione – che, sei morto per caso, quanne murette Gaspare de Cenzo? E ce ne erano stati forse n'ate ciento, primma d'isso! E sei morto, forse, quanne murette don Salvatore Petito, e, quanne murette don Antonio Petito che era, ed è consideratamente, ritenuto il più grande Pulcinella, di tutti i tempi? Perché con Eduardo staje facenne tanto casino? Pulecenè, Eduardo non era il popolo, poteva essere la voce al limite, no 'o popolo, hai capito? E poi, piangere per il pescatore! Pecchè 'o cunuscive, forse? L'hai visto a riva 'e mare che pescava, embèh?! Secondo te era un uomo pure quello? Uno che sta in riva 'e mare a pescà, a nemmeno ciente metri dalla tragedia, e nun sente le grida di aiuto di una persona?

- Che c'entra? - Rispose il "Cuppolone", tra un singhiozzo e l'altro. - 'O rummore  ‘ell’onne non gliel'ha fatte sentire.

- Ma tu staje pazzianne?! - Esclamò Petruccio meravigliato. - Dove sta l'uomo con la "U" maiuscola che con una maschera sul volto, pazzianne, pazzianne, diceva 'a verità e scetava 'o popolo facendogli difendere la propria dignità che altri stavano per calpestare? Addò se n'è gghiuto st'omme? Ma che?... E' diventato pur'isso 'nu pupazzo chiagnulente? Scetate, Pulecenè, uommene come il pescatore non so' degne 'a vivere...

- E pecchè se è lecito? - Domandò il vegliardo. - Sulo pecché ha voluto stennere 'na mano a una povera disgraziata, solo perché era buono?

-       Non era buono, Pulecenè! - Disse con veemenza, Petruccio. - Non

era buono, no. Era egoista. Ma non è ancora finita, Pulecenè. - Aggiunse. -Vieni con me, e poi puoi piangere tutte le lacrime che vuoi. Vieni .vieni.

Si alzò in piedi e costrinse anche l’eterno cuppolone ad alzarsi, e quasi trascinandoselo dietro, come un cane al guinzaglio. Non camminarono molto. Si infilarono in un appartamento, al piano terra, di uno di quei palazzoni di periferia alti, grigi e freddi: gelati! Dove il sole non arriva mai, nemmeno ad agosto. E il gelo non è solo nelle mura, dalle quali cola acqua come in una grotta, ma soprattutto nell'anima degli abitanti. Indifferenza, solitudine, raccapriccio per il cereo pallore dei bambini; orrore per la droga che passa di mano in mano e, sempre meno "droga" entra nelle vene dei poveri disgraziati, irretiti da sogni impossibili e murati in celle da cui non è permesso l'uscita nemmeno della fantasia, né l’entrata del canto di un uccello, nauseato dal fetore che emana l'odore del "papavero" e da quello che emana l'ipocrisia; eppure, è proprio in posti come questi che l'umanità dovrebbe albergare, ma l'umanità, esiste ancora?

Prima di entrare, dalla finestra aperta, Petruccio aveva costretto Pulcinella a vedere e ad imprimersi nella mente lo squallore dei giardini abbandonati, dove qualche fiore, che aveva tentato di mettere la testa fuori della terra, era stato calpestato ignobilmente, dove bambini giocavano meccanicamente, come "BOBOT", senza sorriso: macilenti, frustrati dalla violenza, dall'ignoranza e dalla mancanza d'affetto. Bambini che non conoscevano carezze. Bambini che non sapevano di esserlo, costretti ad imparare, troppo presto, a smerciare polverina e a fumare per convincere altri bambini a farlo.

- Mo nun chiagne, mò? - Disse Petruccio scuotendolo, come il ramo di un albero. - E perché non piangi? Va' trasimme,va'! - Lo spinse dentro, senza riguardi. - Vedi che fine ha fatto l'uomo? L'uomo! L'omme! L'omme, Pulecenè! Guarda, guarda…

Un uomo bello, forte, ben pasciuto; alto come un pioppo, con dei bicipiti da far tremare Cassius Clay, stava rassettando la casa. Questo niente di male, ma… Appena ogni oggetto fu al proprio posto, si guardò intorno, soddisfatto, poi si mise davanti allo specchio. In quel momento Petruccio si nascose dietro una grande poltrona di "napa" rossa, tutta sgangherata, tirandosi addosso Pulcinella, il quale, cadendo, si fece male e gridò. Lui pronto gli tappò la bocca e mormorò: - E sfatte zitto! Zitto e siente.

L'uomo si ammirava attraverso lo specchio, mettendosi in posa, tentando qualche atteggiamento "culturistico". Sì, era veramente un bell'uomo! Petruccio dovette convenire. Forse proprio per questo era più arrabbiato che mai. Ma non potette più pensare perché l'uomo aveva preso a monologare, davanti allo specchio.

- Ah, sia ringraziato Nostro Signore! Anche per oggi è finito il secondo tempo. E già! Il secondo tempo!? Perché fra poco tornerà la padrona e inizia il terzo tempo. Ah, che vita! Somiglio al personaggio di uno scrittore che ha perduto l'ispirazione e quel povero disgraziato fa sempre le medesime cose: alle sei, il caffellatte per la colazione. Alle sette, il saluto. Alle otto, ho finito di rassettare la cucina alle otto e mezzo, la camera. - Guardò l'orologio ed ebbe un moto di disappunto. - Sono già le sei! Possibile?…Già le sei? C'è il film sul canale 99 ed è pure un bei film d'amore. Ma lei non ritorna ancora! Vuoi vedere che si è fermata fuori anche questa sera? – Sospiro. - Non ne posso proprio più, più, più! - Si guardava, si studiava, davanti allo specchio, ogni movimento isterico.  - Tutte le volte la stessa storia.  Ed io? Sempre più solo! Già, ma il mio dovere e quello di accudire la casa, con serenità. Come se fosse facile, con tutte le cose che si sentono in giro! Un uomo è stato violentato da due donne che si sono fatto aprire la porta, con la scusa di vendere dei detersivi. - Si diresse verso la finestra, guardò in strada, poi riandò davanti allo specchio, per studiarsi la mimica, gli atteggiamenti. - Certo che non sto più tranquillo! Ad esempio, l'altro giorno una donna ha bussato alla porta del signor Vittorio, quello dell'interno nove. Lui ha anche guardato dallo spioncino, ma ha visto solo un occhio, dalla altra parte, e sentito una voce: "Devo consegnare un mazzo di fiori che gli manda sua moglie. Oggi è l'anniversario del vostro matrimonio." Con tutte le cose che hai da fare per casa vai a pensare... a ricordarti che non è l'anniversario del tuo matrimonio!? Ha aperto. Non lo avesse mai fatto. Un lampo! L'ha spinto dentro, ha richiuso la porta e gli ha dato tante di quelle botte, prima; poi lo ha violentato ed ha portato via tutti i gioielli che aveva in casa. Mia moglie mi ha ordinato di non aprire a nessuno, neanche se fosse lei che ha dimenticato le chiavi. Io così faccio: ho paura! - Si allontanò dallo specchio, fece qualche passo per la stanza, finse impazienza e apprensione. Ritornò davanti allo specchio e ripetette, studiando, gli stessi gesti. - Ma perché non torna? Questa sera mi sentirà! Sono stufo di stare sempre solo. - Atteggiò il volto a cruccio, a contrarietà e continuò. - Se penso che mi ha promesso che, mi avrebbe portato fuori, saremmo andati a teatro e poi a mangiare la pizza, in pizzeria. La pizza la mangiamo solo quando la faccio io, in casa. E' proprio senza cuore! - Andò ancora alla finestra, ma questa volta solo per abbassare le tapparelle. Si guardò intorno, con soddisfazione, e disse: - Lei non torna ed io mi vedo il film in tivù e non esco più, neanche se mi implora. - Accese il televisore e si sistemò sulla poltrona, esclamando. - Mannaggià, è già iniziato! - Mimò le scene che si susseguivano sul piccolo schermo: erano scene d'amore. Si sentiva beato, dimentico di tutto.

Era tanto assorto che non udì nemmeno lo sbattere della porta. La moglie era entrata, tutta arrabbiata e gli si era messa alle spalle, scrutandolo curiosa.

-       Bene! E poi ti lamenti? - Gli gridò, facendolo sobbalzare.

-       Chi è? - Gridò spaventato. Scattando in piedi come l’avesse punto

una tarantola.

- Chi vuoi che sia? Sono io, deficiente!

- O cara! - Disse andandole incontro premuroso. — E' andata male?...  - Quel cretino del capoufficio! - Disse contrariata. - Lo dico sempre io. Da quando hanno permesso la carriera aperta anche agli uomini, non ci si capisce più niente.

- Che ti ha fatto? - Chiese lui, premuroso. - Vuoi che ci vada a parlare io?

- Perché io la lingua non ce l'ho?! - L'interruppe ella, furibonda.
- O ti credi, forse, più capace? Sei proprio un cretino!  - Sentenziò.

- Come dici tu, amore! - Esclamò lui, remissivo. - Però io pensavo...  - Tentò di esprimere la sua opinione.

- Tu pensi pure? — L'interruppe sfottente, lei. 

-       Pensavo... Dicevo... - Lui faticava a trovare le parole. - Che tra

deficienti, come dici tu, ci si capisce meglio.

- Sono cose mie. Tu non devi entrarci. - Disse lei, con alterigia. Poi dopo una pausa, chiese. - Che stavi vedendo? - Un filmino con Ornella Muti, Nadia Cassini e un paio di americanine. - Rispose pronto e rinfrancato. Ma cadde di nuovo il silenzio. Lei gli si sedette al fianco, sul bracciolo della poltrona, e guardando la televisione, domandò. – E’ pronta la cena?

- No. - Rispose lui, saltando in piedi come una molla. - Avevi detto che saremmo usciti !

— Sì. - Fece lei, sprofondando sempre più comoda nella poltrona, al posto del marito. - Con la stanchezza che ho c'è proprio la fantasia di uscire. Ho tanto di quel fiele da smaltire! - Ho capito. - Disse lui, dopo essersi messo seduto. Poi farfugliando, aggiunse. - E questa è un'altra sera!  - Che hai da borbottare? - Domando lei, come chi è allo starter.
- Perché ho parlato? - Rispose lui, sornione.

Lei diede uno sguardo attento, al televisore, sospirò profondamente e si lasciò sprofondare, più comoda, nella poltrona. I suoi sensi erano tutti tesi verso il rettangolo illuminato.

- Dev'essere veramente bello, questo film! - Sopirò ansante. - Che posti! Che colori! - Si alzò dalla poltrona e andò a sedersi, per terra, ai piedi del marito e poggiò la testa sulle sue ginocchia.

Rimasero qualche attimo assorti, a vedere il film. Il marito seguiva, sospirando languidamente. Lei stimolata dalle scene prese la mano del marito fra le sue. Il marito preso da languore le carezzò prima la coscia, poi la baciò sul collo, con intenzione. La donna ne approfittò per saltargli letteralmente addosso, abbracciandolo con desiderio. - O caro, caro, caro amore mio! - Esclamò.

- Ahò! - Gridò lui, sfuggendo alla stretta ferrea. Balzò in piedi furibondo. Dandole una spinta che la stese per terra. - E che ti prende, donna delle caverne? Vuoi violentarmi?

- Ma che stai dicendo? - Ella si giustificò, alzandosi. - Se faccio sempre quello che vuoi tu!?

- Il mio... volere?! Ma fossi impazzita, per caso? - Urlo lui. - O solo perché sei femmina, sei colei che porta i soldi a casa, credi di avere dei diritti? - Gridava con voce stridula, tanto, che gli venne la tosse. - Prima te ne vai a spasso col tuo amico, e poi? - La saliva ingoiata, mentre parlava, lo fece tossire ancora di più,

- Ma quando mai! - Si difese la donna, risentita. - Mamma mia, quanto sei animale! - II marito continuava a tossire irrefrenabilmente. - Lo vedi che quando ti arrabbi?... - Disse lei. - Ma perché ti arrabbi, amore mio?...

- Cavernicola! - Gridò l'uomo, tossendo.

- Calmati, vita mia. — Disse lei, andandogli vicino, carezzandolo, con più sfacciata intenzione. - Mio Tesoro, mio unico bene! Ti prendo un bicchiere d'acqua? - Chiese premurosa.

- E perché me lo devi prendere tu? - Rispose egli, con alterigia.

- Per un atto di gentilezza! - Flauto la donna.
- E perché devi essere gentile?  - Domandò, incazzato.

- O Dio! Perché, perché, perché!? E' ovvio! Perché ti voglio bene.

- O perché vuoi, eh? - Disse lui, alludendo al sesso. - Cavernicola, sozzona! Non m'incanti! Siamo pari, no?! Allora il bicchiere d'acqua me lo prendo da solo, da me. - E scappò via, teatralmente.

- Non ricominciamo con la parità dei diritti! - Gli grido dietro lei, risentita. - II maschilismo, non è quello che predichi tu!

- Lo dici tu perché ragioni con i sensi, come le capre. - Disse lui, rientrando col bicchiere d'acqua. - Come tutte le femmine caprone, che pensano ad una sola cosa. Ma è finita, eh! La vuoi capire che è finita la… pacchia? La dovete smettere di trattarci come oggetti. Lava, stira, cucina, corri a fare la spesa, non aprire la porta a nessuno perché ci sono le malintenzionate. E come se non bastasse dobbiamo stare pure ai comodacci vostri, per certe cose. Ma che vi siete messe in testa? Noi non siamo oggetti. - gridava istericamente, con ossessione. - Non siamo oggetti, siamo essere umani, hai capito? Siamo maschi, maschi hai capito?

- E non gridare! - Lo consigliò la donna, sempre più vogliosa. - Chi ti sente gridare così può credere che ti stia scannando. E poi ti fa male. Ti viene la tosse. - Gli si avvicinò ancora di più, strusciandoglisi addosso allungando le mani, fin dove riusciva, con frenesia. Amore mio, tesoruccio mio caro; quando mai ho pensato che tu sei un oggetto?

- Che fai, vuoi violentarmi? - Disse lui, indietreggiando atterrito. -Allontanati! Vade retro, Satana! - Pure Satana, mò? - Rispose risentita la donna.

- Mi domando e dico... - Riprese lui, subito senza respiro. - Possibile che, solo perché siete femmine vi dovete credere…sentire in diritto di fare certe cose? Ma perché, dico io, almeno tu, non ti domandi se mi va pure a me?

- Mi pareva!... - Tentò di dire lei, cercando una giustificazione al suo comportamento.