Lo
chiamavano "Mezzone", familiarmente, perché era piccolino. Di statura
più bassa della media, di costituzione gracile. Somigliava più ad uno di quei
bambolotti "made in China" che ad un bambino. Affabile, gentile,
educato, era amato da tutti. I compagni di scuola, poi, lo adoravano, per la
sua intelligenza. Assimilava con prontezza qualsiasi materia dalla letteratura
alla matematica, a quella scientifica e informatica. Gli occhi accesi, brucianti,
nerissimi come carbone, dal taglio ovale e grandi come fari; capelli neri, un
bel visino in cui le labbra, dal taglio perfetto, erano fonte di baci di ogni
donna: amiche della madre.
Già dalla prima elementare aveva stupito la maestra perché uscendo a spasso
con il nonno per le vie della città e per la campagna, aveva imparato ad amare
la natura e gli uomini. Dall'una e dagli altri apprendeva, imparava.
Era
solo una settimana che andava a scuola e la maestra, come aveva fatto con gli
altri, chiamò anche lui e gli diede il tagliando per ritirare il libro in
libreria.
- Perché? - Domandò, sinceramente
meravigliato.
- Perché devi imparare a leggere. -
Rispose con dolcezza, la maestra.
- Ma non è dal libro che io posso
imparare. - Disse con candore.
- Oh, Dio! - Esclamò la maestra,
incuriosita. - Senza il libro, come fai ad imparare?
- Dal popolo. - Fu la secca risposta
del bambino. - Dal popolo che non conosce i libri. E' dal popolo che nascono le
cose più belle: maschere come Pulcinella, Arlecchino, il dottor Balanzone e
personaggi come Memole, Uan e Four...
- Tu guardi le tivù? - Domandò la
Maestra. Ed egli pronto:
- Non la guardo mai. Ho fatto solo un
esempio. Come avrei potuto dire Robinson Crusoe, Venerdì, oppure don
Chisciotte...
Comunque, la maestra riuscì a fargli accettare il libro. E lui dovette
convenire che il libro è una cosa utile. Imparò subito anche a rispettarlo.
Quando leggeva stava attento a non fare le "orecchiette", di non far
piegare le pagine. Alla fine dell'anno scolastico il libro era così perfetto
che si poteva pensare che non lo avesse aperto. Ma sfogliandolo si vedeva che
era stato usato: all'interno, a matita, cerano scritte le risposte ai quesiti
preposti.
Cominciò a comprare libri di ogni genere, li leggeva, si documentava,
raccontava ciò che aveva letto, lo descriveva scrivendolo. Parlava con i
personaggi, sinventava le storie e le viveva come fossero vere. S'immaginava
il Paradiso come un ottimo albergo, con un giardino privato.
Un
giorno, la madre lo sentì litigare con un certo "signor Van Gogh".
- Che ti ha fatto il signor Van Gogh? -
gli domandò incuriosita. - E da dove lo hai tirato fuori?
- Primo... - egli rispose con serietà -
ho sentito che ne parlavi tu, con Margherita. Secondo, ci litigo perché vuole
entrare nel mio paradiso e non vuole pulirsi le scarpe. Terzo, non vuole
ammettere che i due cipressi sul lato sinistro del ponte di Arles sono due fari
viola svettanti verso un cielo acceso e carico di "radionuclidi".
La
madre lo guardò stupita e si precipitò verso la libreria per sapere che cosa
fossero questi "radionuclidi". Prese e aprì piccole e grandi
enciclopedie. Scomodò anche la signora che abitava di fronte, che possedeva una
Bompiani, ma neanche a pensarci. Era letteralmente disperata.
- E adesso. - Fece il bambino, con
autorità. - Ma perché non leggi i giornali?
Ella
lo guardò e tacque, vinta. Gli andò vicino e si fece spiegare cosa fossero
questi "radionuclidi"
Tra
domande e risposte non avute, se non dalla sua fantasia, Mezzone giunse alla
terza elementare e per premio la madre gli regalò un computer e l'indagine del
bambino si spostò sull'informatica. Lo incuriosiva soprattutto la
trasformazione dei dati i quali una volta inseriti nell'unità centrale (il
CPU), venivano elaborati nelle cellette contigue della memoria principale dando
le risposte desiderate; ma il più delle volte erano proprio indesiderate.
Aveva
imparato tutto del computer e da esso aveva appreso i primati e i record sia
dello sport che scientifici e geografici e storici.
Ne
parlava con la maestra, con sua madre, però di più con il suo amico Filippo, di
quattro anni più grande.
Un
giorno aveva domandato al computer la percentuale delle nascite e delle
mortalità nel mondo; e quando vide apparire quel 18% di nascite biologiche
cominciarono i problemi. Si sentiva interessato a questargomento più di ogni
altro, senza sapersene spiegare il perché.
Lo
domandò alla maestra, ma gli rispose vagamente, senza spiegare niente; lo
chiese a sua madre: mutismo assoluto, anzi cambiò argomento. Ricorse a Filippo,
ma ne sapeva meno di lui.
Se
ne stava tutto contrito e pensoso in riva al mare. Non lo aveva mai fatto, dopo
le sette di sera. La madre convinta che stesse al computer tranquilla si accese
una sigaretta e si sdraiò sulla sedia di tela nel giardino.
Con
la scoperta delle nascite biologiche era calato nella straordinaria complessità
della vita: aveva detto addio alla fanciullezza. Era totalmente preso dalla
lotta, il conflitto, la miseria e la confusione che la vita può generare finché
non se ne comprende appieno la natura e la struttura. In poche parole era
caduto nella trappola dell'esistenza senza più gioia, senza più libertà
dinvestigazione, perché gli adulti non glielo permettevano. Era in trappola.
Si sentiva un automa incapace di uscire da se stesso.
Dal
mare spirava una brezza che lo faceva rabbrividire, ma non si muoveva. Per la
prima volta si sentiva terribilmente solo! Dinanzi agli occhi gli balzò una
figura d'uomo, sospeso sull'acqua, vestito di uno sgargiante pastrano azzurro
chiaro con bottoni dorati. Gli fece un cenno di saluto ed egli sgranò gli
occhioni. In pieno luglio, sospeso sul mare e col cappotto? Si stropicciò gli
occhi e la figura scomparve. Intorno a lui c'era una gran confusione: venditori
ambulanti negri con tappeti, vesti sgargianti e ninnoli vari; ragazzi che si
rincorrevano, altri, a piccoli gruppi, cantavano e suonavano. Ora si era levato
un vento fastidioso, polveroso e insistente, che faceva svolazzare qualche
ombrellone rimasto ancora aperto e faceva ridere, con risate scoppiettanti,
paffute ragazze che alzando la testa mettevano in mostra gole soffici, di un
bruno caldo. Più in là, un ragazzino napoletano vendeva coniglietti meccanici
di colore rosso, che stridevano, attaccati a cordelline di spago sottile; dalla
rivendita di giornali, posta sul marciapiedi antistante la spiaggia
svolazzavano riviste arancione, verdi e dorate. Il vento incalzava, ma lui non
si muoveva; sembrava che tutto lo divertisse, ma era un divertimento esteriore,
una ribellione all'immensa solitudine che lo avvolgeva interiormente.
Desiderava vivamente di andare a frugare nel computer, sapere di più sulle
nascite biologiche, ma qualcosa lo inchiodava sulla sabbia.
Immaginò
sua madre in cucina a preparare la cena e finalmente si alzò, ma non si mosse.
Dinanzi agli occhi rivide come in un film quel giorno che andò in gita
scolastica e gli fece piacere rivedere, con la memoria, la torre del campanile
che squillava. Era bello il campanile di Montevergine, sembrava avorio lucente
toccato d'oro in cima, in quel mattino di maggio. Le belle facciate degli
edifici di mattoni rossi, i passeri che saltellavano nel piazzale, i merli che
svolazzavano da un albero all'altro.
Così
fantasticava Mezzone, mentre il vento gli scompigliava i lunghi capelli neri.
Seguendo quei pensieri si trovò sulla strada e camminò verso Santa Marinella
che lo accolse in una fantasmagoria di luci variopinte; sbatté gli occhi come
un gufo svegliato a mezzogiorno. Si avviò verso un bar, si sedette comodo ad un
tavolo ed ordinò un gelato. Il cameriere lo squadrò dalla testa ai piedi:
- Ce li hai i soldi? - Domandò.
- Certo. - Rispose il bimbo, educato. -
Se non l'avessi avuti non avrei ordinato...
- Come lo vuoi? - Chiese ancora il
cameriere.
- Tartufo di cioccolata, grazie. -
Rispose e si richiuse in se stesso.
Finito
il gelato, andò direttamente a casa, ma il rientro fu una delusione: sua madre
non c'era, evidentemente era uscita per cercarlo. Non diede peso alla cosa e
ritornò in riva al mare. Aveva voglia di scarrozzare con la fantasia, per non
pensare.
Si
costruì una bella barca, indossò un bel doppiopetto blu con bottoni dorati, sui
bordi delle maniche tre fili dorati, un elegante berretto con l'ancora
incorniciata di rami d'alloro e salì a bordo, impettito e orgoglioso. Guardò
sulle fiancate per vedere se le scialuppe e i salvagente fossero a posto,
esaminò le cinture di salvataggio appese alle rastrelliere bianche alla sua
destra e finalmente diede ordine di salpare. Il mondo poteva ben testimoniare
che quella sarebbe stata una delle più lunghe crociere. Provava la stessa
emozione che dovettero provare gli Argonauti, in quel festoso mattino della
storia. Non guardava nessuno nella sua esultanza. Udì soltanto il grido della
madre che metteva la parola fine alla più lunga e ben organizzata crociera.
- Ecco, mi hai interrotto la crociera!
- Disse come un rimprovero.
- Adesso te la do io la crociera,
brutto mascalzone. Dove sei stato?
- A sorbire un gelato! - Rispose con
semplicità. Poi imbronciato aggiunse: - Nessuno mi può vedere... Se non mi
volevi perché mi hai fatto nascere? - Continuò cattivo - Avresti potuto
abortire.
- Non dire fesserie e non essere
cattivo. - Lo redarguì la mamma, ormai rasserenata. - Sono stata in pena, lo
sai?
- Chi vuoi convincere, te o me?
- Ah, sì! - Squittì la madre come un
topo che visto il gatto invoca aiuto. - Adesso mangi e vai subito a letto.
- Ci vado senza mangiare, così muoio di
fame e tu sei più contenta.
Non
aggiunse altro, si avviò verso la sua stanza posta al piano superiore della
parte interna alla strada, verso Est; dalla finestra sintravedeva la collina
di Tolfa.
L'oscurità
opera miracoli. Nella sua cameretta, senza accendere la luce, si sedette sul
bordo del letto; con una piacevole sensazione di stanchezza nelle gambe (aveva
percorso circa otto chilometri), dopo l'andata e il ritorno da Santa Severa a
Santa Marinella. Si massaggiò le gambe e riandò col pensiero ai vagabondaggi
della serata. Finalmente si disse che era ora di mettersi a letto. Si spogliò,
sempre nell'oscurità, sistemò i vestiti, com'era sua abitudine, sulla sedia
accanto al letto e infilò il pigiama a fiori di cotone, si grattò la testa
sbadigliando.
Dalla
spiaggia giungevano attutiti i suoni e i canti dei villeggianti, mentre veniva
abbracciato da Morfeo, sognando la crociera, mentre avvertiva la sensazione che
le labbra della madre gli sfiorassero le guance.
* * *
Al
mattino, alle sette era già sulla spiaggia, con bracciali salvagente e canotto.
Quando andò per tirare il canotto in acqua, rivide quell'uomo, col vestito
azzurro chiaro e i bottoni dorati, che lo guardava incuriosito.
- Sai che a me lo portavano sempre via?
- Disse l'uomo col vestito azzurro chiaro, sorridendo.
- Chi te lo portava via? - Domandò a
sua volta Mezzone, stupito di parlare con uno sconosciuto; lui che non prendeva
mai in considerazione gli estranei. - Chi? - Ripeté.
- Quei tipacci dei miei compagni! -
Rispose l'uomo, accovacciandoglisi di fronte. - Mi chiamo Sandro, - aggiunse,
tendendogli la mano.
- Io Sergio, ma mi chiamano Mezzone -
disse il piccolo, stringendo la mano dell'uomo.
- Mezzone?! - Sorrise l'uomo. - Mi
piace. - Aggiunse battendogli una mano sulla spalla. Al bambino balzò il cuore
in gola e si sorprese di dichiarare:
- Io ti conosco. Ieri ti ho visto che
camminavi sulle acque. Mi hai anche salutato.
- Camminavo?... sull'acqua?... - Fece
l'uomo meravigliato. Si alzò. La maestà del suo aspetto colpì favorevolmente la
fantasia del bambino. Senza una parola, l'uomo gli fece una carezza e lo aiutò
a mettere il canotto in acqua.
Mezzone
lo guardava con gli occhi spalancati. L'uomo gli domandò:
- Ma tua madre, tuo padre, ti lasciano
tanta libertà? Non hanno paura?
- Mio padre non lo conosco e mia madre
mi ha insegnato a come controllarmi nell'acqua, ecco perché non ha mai obiezioni
da fare. E' sempre tanto gentile con me! Anche ieri sera... - e sorrise
generosamente - sono stato a fare una passeggiata a Santa Marinella. Ti piace
Santa Marinella? - Domandò.
- Sì. E' un bel posticino.
- Ci verresti con me?
- Sì, credo di si, se tua madre mi darà
il permesso...
- Perché? - Chiese il bambino con ansia
- Questo vuol dire che non vuoi venire con me?
Si
diedero appuntamento per il pomeriggio e Mezzone si tuffò nell'acqua torbida
del mare. Quando l'acqua lo raggiunse al petto, con un salto fu nel canotto e
vi rimase pigramente, a godersi il sole.
* * *
Durante
il pranzo di mezzogiorno, Mezzone riprese il discorso almeno tre volte,
altrettante volte lasciato cadere dalla madre. Alla fine, vista
lincomprensione, decise che per scaricare la tensione avrebbe ideato un
assalto al treno, ma quando fu davanti al computer fu più forte di lui, e quasi
automaticamente, inserì il codice sulle percentuali delle nascite e delle morti
nel mondo.
Quando
si ritrovò sullo schermo quel 18% di nascite biologiche, andò su tutte le
furie. Lasciò tutto comera e si buttò sul letto pensando cosa fossero quei
nati biologicamente. Il suo pensiero si soffermò sui robot, senza una
spiegazione logica.
Faceva
un caldo che soffocava, non spirava un alito di vento. La risacca sul
bagnasciuga, monotona e sorda, non conciliava i pensieri che si accumulavano
nella mente. Girava e rigirava il cuscino cercando un angoletto fresco, con una
grande irrequietezza nell'attesa e un enorme abbattimento nel cuore. Sarebbe stato
felice di alzarsi se avesse avuto qualcosa da fare.
La
spiaggia era deserta sotto la canicola, il computer immobile e impigliato in
quella maledetta percentuale, come una mosca nella tela del ragno: voleva
sapere e nello stesso tempo aveva paura come certi uomini che temono la morte e
vengono spinti dalla stessa al suicidio. Rivoltò il cuscino con forza. Aveva
appena appoggiato la testa sul fresco ristoratore del cuscino che fece un salto
di canguro e fu al centro della stanza, dandosi dello sciocco.
- Come mai non ci ho pensato prima? -
Si disse, preso da uneuforia irrefrenabile.
Si
era portato, dalla casa di città, la piccola enciclopedia Garzanti, la prese e
cominciò a sfogliarla con frenesia, ma quando trovò la voce che cercava la
delusione più nera gli avvolse il cuore come un corpo in un mantello
soffocante: ne sapeva meno di prima. Che la biologia fosse una scienza che
studia gli esseri viventi lo sapeva, ma a lui interessava la nascita biologica.
Che cosa significava?
Si
ributtò sul letto con un gran senso di colpa. Si sdraiò supino con gli occhi
sbarrati sotto il soffitto, le cui ombre a strisce proiettate dalla luce solare
sembravano formare immagini di nati biologici che sinseguivano facendo a gara
a chi dovesse essere il primo della fila. Immaginò di guidare quel plotone di
"Nati biologici" come un regista la troupe cinematografica e lui
riprendendo la scena da un aereo in volo li vedeva in mare aperto su
transatlantici che sfilavano come bande musicali in marcia. Non poteva starsene
a oziare, doveva sapere, interrogare il computer... e continuava a sentirsi in
colpa. Doveva alzarsi, muoversi; ma le macchine da ripresa erano ormai
centomila e non gli davano la possibilità di lasciare il "set".
Infatti, ogniqualvolta pensava di alzarsi le macchine avanzavano verso di lui,
minacciose. Si sentiva come ubriaco e mentre l'esercito dei nati biologici
agivano, tenendo a freno le macchine da ripresa si addormentò.
Durante
il sogno si trovò in una stanza lunga e sudicia con tanti sportelli e tantissimi
nati biologici in fila davanti agli sportelli. Le pareti erano screpolate, la
vernice, nelle varie tonalità sembravano carte geografiche ornate di manifesti
pubblicitari. Mentre si guardava intorno non si era accorto che era giunto
davanti allo sportello, era solo; nella stanza non c'era più nessuno eccetto
lui e l'ometto piccolo, magro e gesticolante, con una barba nerissima e ispida.
Sembrava uno scherzo della natura. Si appoggiò al banco, alzandosi sulla punta
dei piedi, disse confidenzialmente:
- Vorrei fare il giro del mondo per
conoscere e sapere chi sono i nati biologici, ma non ho i soldi per pagare il
biglietto. E' possibile pagare il viaggio col lavoro?
- Certo. - Rispose l'ometto dietro il
banco. - Certo, signore! Che lavoro intende fare?
- Beh! Non saprei... Mi consigli lei. -
Mezzone era un poco confuso, non aveva mai visto un uomo che facesse tante
smorfie.
- Bene. - Disse l'ometto, cortesemente.
- La farò lavorare in tutti gli zoo del mondo. Sosterà un mese in ogni città,
così potrà pagare il biglietto di viaggio per un'altra città. E' d'accordo?
- Certo. Si capisce che sono d'accordo,
ma... veramente pensavo... - tentò di ribadire Mezzone.
- Allora si trovi qui alle sei. Mi
raccomando, non manchi. - Disse l'ometto, senza attendere repliche.
- Ma... io alle sei ho un appuntamento.
- Esclamò triste Mezzone.
- Oh, si decida. O una cosa o l'altra.
Non si possono fare due cose nello stesso momento. - Disse l'ometto con cortese
autorità. - O stasera o mai più! Allora? - Domandò, dopo una breve pausa.
Mezzone era agitato, combattuto. - Mi raccomando, alle sei! - Ripeté l'ometto,
facendo un'ennesima smorfia.
Ed
eccolo lì, alle sei, vestito di una camicetta rosa di seta trasparente,
pantaloni di raso azzurro, scarpe di gomma, berrettino di tela blu e un pacco
fatto con una vecchia asciugamani da bagno, dentro la quale aveva messo un
quaderno e il computer.
- Mi segua. - Disse una voce che
conosceva. Alzò gli occhi, era quell'uomo col vestito azzurro con i bottoni
dorati.
- L'appuntamento! - Gridò mettendosi
seduto in mezzo al letto. Guardò l'orologio: - Appena le tre - mormorò. Rimase
così, mezzo intontito dal sonno, seduto con le mani in mano. Tutta la stanza
gli sembrava un deserto su cui era passato un ciclone. Pensò alla madre, ai
rimproveri che gli avrebbe mosso, ma non aveva voglia di muoversi. Si protese
verso il comodino, prese automaticamente il telecomando senza curarsi di cosa
fosse.
Si
sdraiò sul letto, le mani poggiate sotto la nuca, quasi a volersi reggere la
testa; le gambe piegate e accavallate, la destra sulla sinistra, stette
immobile. La visione, delle figure chiare e tondeggiante sullo sfondo grigio
del televisore, gli sembrava irreale e tediosa, quanto la ragazza nuda dai
grandi occhi e le trecce lunghe e nere. Si agitò sul letto, irritato dal
doppiaggio approssimativo, stonato e fuori tempo, e dal calore soffocante della
stanza. Sarebbe voluto scappar via, ma era troppo impigrito. Però avrebbe
potuto sottrarsi a quella tortura spegnendo il televisore. Così fece. Si
rifugiò nel pensiero. Sotto il soffitto le ombre si andavano diradando, ora
avevano la forma di un letto sopra il quale cera Margherita,
quell'antipaticona amica della madre che aveva sempre qualcosa da ridire, con
le curve tondeggianti dietro i piedi piatti di cui presentava le piante
screpolate, cipollose e callose. Margherita dormiva russando e gemeva nel
sonno. Gli venne voglia di farle la "bicicletta",
uno scherzo che gli aveva insegnato Filippo, e sorrise divertito.
Sempre
ridendo si mosse, scese al piano inferiore dove sapeva la madre fosse, sopra la
sedia a sdraio. Si avvicinò in punta di piedi e la baciò sulle labbra,
leggermente come l'ala di una farfalla. La madre arricciò il naso, come chi
tende la pelle per scacciare una mosca fastidiosa. Ridendo ripeté il gesto, la
madre ripeté la smorfia. Questa volta non resistette e scoppiò in una sonora
risata. La madre aprì gli occhi e se lo tirò sul corpo, solleticandolo
dolcemente. Ridendo come due idioti rotolarono sul pavimento. Ansanti si
fermarono un attimo: lei supina, lui seduto cavalcioni sul ventre. Approfittò
di quel momento per dirle dell'appuntamento con Sandro. La donna sgranò gli
occhi, terrorizzata. Lui intuì quanto stesse per dirgli e la rassicurò subito:
"E' buono", disse. Lo sento.
La
donna capitolò, ma subito si precipitò da Margherita.
* * *
Erano
una coppia allegra quando uscirono: Sandro traboccava di comprensione
ascoltando le confidenza del bambino sull'egoismo degli adulti, che non lo
ritenevano all'altezza di poter capire i loro problemi, né a dargli retta
quando lui proponeva i suoi con domande singolari, definendoli gretti.
Parlando,
parlando piombarono nel luna park e Mezzone, elettrizzato si precipitò verso un
cavallo nero di cartapesta chiamandolo Furia. Lo montò senza l'aiuto di
nessuno. Sandro ebbe un tuffo al cuore, aveva tremato pela timore che cadesse.
Luisa,
nella macchina di Margherita, li aveva seguiti passo dopo passo, vistoli
entrare nel Luna Park, aveva parcheggiato e si era avvicinata, fingendo un
incontro fortuito. Gli sembrò buffo quell'uomo vestito di tutto punto, in pieno
luglio e in una località balneare. Fraternizzarono subito al punto di decidere
di andare a cena insieme. Il più felice era Mezzone.
Luisa
era una bella donna, ma più che dalla bellezza fisica Sandro si sentì subito
attratto dal suo portamento nobile e per sdrammatizzare il suo impaccio
cominciò a chiamarla "Principessa".
Ella rise con malinconia. Le era ritornata alla memoria un'altra voce e
un'altra figura: suo marito.
Sandro
non avrebbe mai supposto che una creatura come Luisa potesse sopportare uno
strano diavolo come lui. Per un momento, si domandò con un brivido, se lei non
fosse così gentile a causa dell'amicizia che il figlio sentiva per lui; ma
subito ricacciò indietro quell'idea insensata: non aveva detto poc'anzi che gli
uomini non la interessavano, almeno quelli che lei credeva volessero
avvicinarla tramite il figlio?
Il
ristorante, con la terrazza sul mare, non aveva niente di particolare, se non
che non cera cattiva musica, né folla di gente che fumava. C'erano invece
camerieri simpatici e discreti, e si poteva parlare tranquillamente. In realtà
quel posto era comodissimo e Luisa dinanzi a lui, non si annoiava. Il menù era
semplice, per niente aristocratico. Mezzone stava ad ascoltare con la bocca
semiaperta.
Luisa
dovette convenire che Sandro era ancora più buffo ora, mentre faceva salti
mortali per mangiare il pesce col coltello e forchetta. Posò le posate in malo
modo, anche se dopo se lo rimproverò acerbamente. Chiamò il cameriere e si fece
portare arrosto di vitella. Si era reso conto, allora, che gli sarebbe
dispiaciuto separarsi da Luisa, quella sera.
- Perché non venite sulla mia barca,
dopo? - Chiese improvvisamente. Ma nessuno dei due, né la donna, né il bambino
sembrò averlo sentito. - Sentito che ho detto? - Domandò. - Oppure credete che
parli per esercitarmi la voce? - Madre e figlio si scambiarono uno sguardo
d'intesa e, finalmente Luisa rispose:
- Ma certo!
- Certo che? - Domandò incredulo
l'uomo.
- Che verremo a visitare la barca. Non
aveva detto questo?
- Perdinci! - Gridò euforico. - Domani
che bel viaggio faremo!
Dopo
aver pranzato, Sandro si avvicinò alla finestra a strapiombo sul mare, caricò
una pipa che aveva una forma tra il bastone da golf e il collo di un cigno.
- Questa sera abbiamo la compagnia di
pescatori casuali. - Disse rivolto alla donna - Vede?... Ma Luisa rimase
immobile e silenziosa. Mezzone aveva posato la testa sulla tavola, ciò era
sintomo di sonno e la donna si precipitò a dire:
- Credo che per stasera dobbiamo
rinunciare...
- Non mi dica! - Rispose l'uomo deluso.
- Il bambino ha sonno!
- Ma guardi che tramonto! - Disse
improvvisamente Sandro, cambiando discorso, mentre era chiaro che pensava
altro. - Magnifico! - Aggiunse.
- Veramente bello! - Riconobbe la donna,
alzando solo la testa, senza muoversi. - Non capisco come uno possa starsene in
casa, dopo aver visto un tramonto simile. Questo spettacolo mi fa pensare a
tante cose... mi fa andare... mi fa credere di trovarmi in ogni specie di
luogo...
- Giusto! - Asserì l'uomo, aspirando
profondamente una boccata di fumo. - Tutto è così pieno di pace! Fa galoppare l'immaginazione. Raramente mi
capita di sentirmi così.
- Così, come? - Domandò la donna con
interesse.
- Così... in alto, così elevato. -
Rispose Sandro, rimettendo la pipa nell'involucro, sedendosi.
- Si, lo so. E' il lato estetico del
gioco, non trova? - Disse la donna, fissandolo intensamente. Anche lui la
guardò e risero. In quel sorriso gustarono entrambi, l'uno l'anima dell'altra.
L'umidità cominciò a farsi sentire, il bambino aveva iniziato a spazientirsi,
assonnato. Luisa decise che era ora di rientrare. Si strinsero la mano, senza
aggiungere altro.
* * *
La
mattina dopo, Mezzone si svegliò presto: il sole non si era ancora levato. Si
scorgeva appena il barlume dell'alba quando si sedette in riva al mare e
cominciò a costruire castelli di sabbia corredati da disegni di fiori, di
farfalle, di pesci, di antilopi, con le formette già prestabilite. Intanto
ripassava mentalmente il sogno fatto nella notte; parlava piano fra sé. Poi si
alzò, si stiracchiò e andò nell'acqua per lavarsi le mani e si bagnò anche il
volto e la testa.
Specchiandosi
nell'acqua rivide la scena del sogno: "L'Uomo
dal vestito azzurro lo portava per
mano lungo una pista sabbiosa, deserta, finché giunsero ad un pozzo all'ombra
di una palma gigantesca. L'uomo si era sporto sul ciglio del pozzo, vi aveva
immerso la giacca azzurra con i bottoni dorati, legata alle maniche; tirandola
su zuppa d'acqua e acqua era anche nelle maniche e lo invitava a bere. Lui
vedendo quella giacca così rovinata aveva pianto, aveva cominciato a saltare e
a gridare sbattendo i piedi per terra: "Non voglio, non voglio, non
voglio!"
- E va bene, - aveva detto l'uomo - non bere, ma dopo avrai sete e allora...
Poi improvvisamente lo aveva
rivisto al di là di una duna; allora aveva preso a correre, correre svelto
verso le lontane dune, senza curarsi della sabbia bollente che gli feriva i
piedi. Si era fermato ansante in cima alla duna dove aveva visto l'uomo, ma non
vedeva più niente, solo l'abbaglio del sole sulla sabbia infuocata. Si era
perduto! Aveva pianto un poco, poi si era calmato ma il cuore gli batteva
forte". Si era svegliato gridando: "Aspetta, aspetta!" Ma gli aveva
risposto la calda voce della madre, mentre gli carezzava il volto come l'ala di
un gabbiano. Si era riaddormentato sereno, ma aveva ancora sognato.
In quest'altro sogno: "Una bellissima nave solcava
velocemente il mare. Era notte fonda e l'uomo dal vestito azzurro con i bottoni
dorati gli indicava le Costellazioni. Il cielo era terso e pieno di stelle.
- Vedi quelle stelle sulla destra delle nostre teste? - Diceva l'uomo.
- Le vedo. - Rispondeva timidamente. Aveva imparato come comportarsi con
gli adulti: fingere di imparare ogni cosa essi intendessero insegnargli, come
se non navesse mai sentito parlare, ma non ce l'aveva fatta. Chissà perché
voleva dimostrare a quell'uomo tutto quanto sapeva, ecco perché aveva aggiunto
prontamente: "Quelle stelle a Nord dello Zodiaco, a forma di carro con il
timone rivolto verso Oriente? E' l'Orsa Minore e la stella più splendente e la
Stella Polare.
L'uomo gli aveva sorriso e lui
avrebbe voluto sciorinare tutto quello che sapeva: che il carro più grande con
il timone rivolto verso Occidente
l'Orsa Maggiore; che le stelle tra le due orse era la Costellazione del
Drago, che a sinistra era quella dei Gemelli, ma aveva taciuto...
Improvvisamente era scoppiato un
uragano la cui violenza non se la sarebbe mai immaginata. Si alzavano grosse
montagne d'acqua, la nave veniva sballottata come un fuscello; in cima alla
grande montagna d'acqua oltre duecento navi giravano come eliche di un
elicottero e l'enorme massa d'acqua, spinta dal vento, in pochi secondi aveva
spazzato via tutto e loro con la piccola barca ora erano ancorati sugli alberi
della Giungla.
Il vento come si era levato, si
era calmato. Lui e l'uomo erano scesi dalla piccola barca e si erano
incamminati nella intrigata foresta. Sembrava che gli alberi allungassero i
rami per ghermirli al passaggio. Un rombo spaventevole, paragonabile allo
scoppio di una bomba, era echeggiato sulla giungla, seguito da fragori
assordanti che si ripercuotevano fra il cielo e la terra. Si era stretto più
forte alla mano dell'uomo; i fragori continuavano, aumentando d'intensità.
Sembrava che migliaia di carri armati passassero sopra un ponte di ferro,
inseguiti da altrettanti elicotteri e aerei a reazione a bassa quota, quasi a
rasentare gli alberi. Due elefanti, spaventati dai rombi correvano
all'impazzata verso di loro, travolgendo gli alberi che ostacolavano la loro
corsa. In groppa ad un elefante c'era un bambino che gli somigliava, il quale
giunto presso di lui si era chinato e lo aveva tirato su, per non farlo
travolgere dall'altro elefante. Lui era disperato per la sorte dell'uomo. Ora
non c'era più niente, la giungla s'era dissolta, solo quel bambino che gli
somigliava, dormiva al suo fianco, sdraiato sull'erba.
- Chi sei, che cosa vuoi? - Aveva domandato.
- Sono un nato biologico. - Gli aveva risposto, semplicemente - Voglio
sapere che cosa significa... - Ma si era svegliato ansante e non era riuscito
più a prendere sonno.
Si scosse. Si sedette con le gambe
divaricate, quasi a raccogliervi e proteggere le costruzioni di sabbia che
aveva fatto. Lo sguardo sul mare calmo che sembrava una tavola azzurra; un
gabbiano solitario volteggiava nell'azzurro meraviglioso dell'aurora. Si
rialzò. Prese a camminare lungo la spiaggia; più avanti trovò delle aste di
legno, ritornò, con queste, accanto alle costruzioni di sabbia, le conficcò
verticalmente a forma di cono, vi buttò sopra lasciugamano, che portava sempre
dietro quando andava in spiaggia, e fece una tenda indiana. Vi si era appena
sistemato che rivide l'uomo dal vestito azzurro con i bottoni dorati.
- Come mai sei già sulla spiaggia? -
Gli domandò.
- C'è stato un grande uragano,
stanotte. - Rispose - Sono fuggiti tutti.
- Devi essere molto forte. - Disse
l'uomo - se hai resistito all'uragano e sei rimasto...
- Non posso mica abbandonare il forte
nelle mani di ipotetici predatori! - Aveva detto Mezzone con orgoglio. - Se
vuoi entrare, la porta d'ingresso è sul lato Est. - Disse invitando l'uomo.
Sandro
si sedette, poi accese la pipa. Quella pipa e quel gesto lo fecero ridere.
- Perché? - Domandò l'uomo.
- Somiglia alla testa di un cigno.
Sembra che tu aspiri dal collo, il cervello dell'animale.
Fu
l'uomo ora, a sorridere. - Che hai, che ti accade? Non sei più come ieri...
Mezzone
gli raccontò il sogno, l'uomo impallidì per un attimo: gli era sembrato di
rivivere la sua fanciullezza; quel giorno terribile e funesto in India.
Suo
padre lo aveva portato con lui, stavano attraversando la giungla quando un
terribile uragano li aveva colti di sorpresa a poche centinaia di metri dal
villaggio. La tromba d'aria si era rovesciata sulla foresta sradicando bambù e
quanto incontrava nella sua corsa. Tutto volteggiava nell'aria come fuscelli.
Quando erano giunti all'accampamento non avevano trovato che pareti d'argilla,
che venivano portate via dal vento come fogli di carta. Due elefanti impazziti
dal terrore correvano, correvano e suo padre era stato travolto, mentre lui era
stato tratto in salvo da un uomo che era in groppa ad uno degli elefanti.
Era
rimasto turbato dal racconto del sogno di Mezzone. Sentì improvviso un groppo alla
gola e una gran voglia di piangere. Si alzò, si soffiò forte il naso. Stava
avviandosi, per allontanarsi, quando la voce del bambino lo bloccò.
- Che cosa significa, nascita
biologica? - Lui lo guardò stupito, poi domandò:
- Perché lo vuoi sapere?
- Non dirmi che anche tu non lo sai?
- Ma perché lo vuoi sapere?
- Vedi... - prese a dire Mezzone tutto
concentrato su come dire le parole - ho un computer con il quale parlo,
scrivendoci le cose. Ebbene, - disse Mezzone, mentre l'uomo lo seguiva con
interesse - , il mio computer è una macchina ultra sofisticata, con
caratteristiche notevolmente superiori a quelle di certi individui, con la
quale mi permetto di eseguire programmi non in funzioni simboliche ma
algoritmiche. Volevo sapere quanti uomini popoleranno il mondo fra dieci anni e
seppi che con l'aggiunta del 18% delle nascite biologiche saremo circa sei
miliardi.
- Come ci sei arrivato? - Domandò
l'uomo incredulo, mettendosi seduto.
- La consistenza della popolazione di
un territorio - prese a narrare Mezzone, con aria dotta - in un dato momento
può essere considerato come il risultato di due processi, e vero? - Guardò
l'uomo con interesse, questi annuì e lui continuò - c'è il processo della
dinamica naturale e il processo della dinamica sociale. La dinamica naturale è
determinata dai tassi di natalità e di mortalità; dalla somma algebrica di
queste due variabili si ottiene il tasso d'incremento.
L'uomo
lo guardò rapito e ammirato. - E così... - disse - tu, applicando questa regola
hai saputo che nel mondo, oggi, ci sono il 18% di nascite biologiche?
- Sì. - Rispose Mezzone - Ma non so
cosa siano. L'ho domandato alla maestra, per telefono, ma ha finto di non
sentire; avrei voluto parlarne con mamma, ma ha eluso la domanda. Ho cercato in
tutti i libri che ho a casa, non ho trovato nessuna risposta. Ho guardato anche
in un libro di biologia, sono riuscito a sapere soltanto che è la scienza che
studia gli esseri viventi.
- Credo che potrai capirmi! - Disse
l'uomo, sistemandosi meglio sulla sabbia, accendendosi la pipa, più per darsi
un'aria disinvolta che per il desiderio di fumare. - Ascoltami bene e quando
non capisci dimmelo, altrimenti il tuo cervello potrebbe diventare un'alveare.
- Ti ascolto. - Disse prontamente il
bambino, concentrandosi.
- Le recenti scoperte della biologia -
iniziò l'uomo - ci portano verso una serie di nuove possibilità per il divenire
umano, perché essa riesce ad influenzare direttamente molti aspetti della vita
quotidiana. Nuovi farmaci, armi nuove, insieme al sovraffollamento, minacciano
l'esistenza dell'intera popolazione umana. Quindi l'uso della biologia potrebbe
garantire un futuro lieto o drammatico per l'umanità intera. Le sue enormi
potenzialità potrebbero portare alla realizzazione di progetti in cui la
memoria viene manipolata, le nascite controllate selettivamente. Fin qui ti è
chiaro? - Domandò l'uomo. Il bambino rispose annuendo con la testa. Allora
Sandro continuò: - Ora , ci sono donne che per la sterilità del marito... Ma
dimmi... - chiese l'uomo, interrompendosi di colpo, colto da un dubbio. -
Dimmi, - ripeté - lo sai come nasce un bambino?
- Certo. - Rispose Mezzone con gli
occhioni accesi - Col semino del maschio! Si mette il semino nella pancia della
donna e dopo circa 280 giorni nasce il bambino.
L'uomo
avrebbe voluto chiedergli di suo padre, ma qualcosa di oscuro lo frenò.
- Ci sono donne, dicevo - riprese
titubante - che hanno tanto desiderio di un figlio, ma per varie ragioni non
riescono ad averlo, allora ricorrono alla fecondazione artificiale. Che cosa
significa? Esistono, nei migliori ospedali, dei reparti biologici dove viene
conservato il "semino"
mediante un procedimento detto "fissazione".
Si prende la materia vivente, nel nostro caso "il semino" e si fissa in modo che gli elementi viventi,
che fanno parte del semino e si chiamano spermatozoi, si conservino nel miglior
stato possibile. In questi ospedali esistono numerosi fissatori e i progressi
dell'osservazione hanno permesso di selezionare i migliori prodotti e le
migliori condizioni fisiche. In questo modo che cosa accade? Che l'unità del
fenomeno vitale è presente nella universalità del fenomeno riproduttivo, che
comporta sempre e, inevitabilmente, la riproduzione; le nascite vengono
controllate selettivamente e l'intero comportamento sociale dominato dal
condizionamento. Hai capito? Sono stato chiaro?- Domandò l'uomo nella speranza
che la tortura fosse giunta al termine, ma il bambino disse:
- Chiaro! Ma tu hai detto solo come si
conserva la materia, ma per la riproduzione? Ma?... Aspetta! - Disse perentorio
Mezzone - Se ho capito bene, tra quello che non hai detto... come si dice? Se
ho letto bene tra le righe, tu hai detto che, quando la donna decide di avere
un figlio, va in uno di questi ospedali e i dottori immettono il "semino" fissato, cioè gli spermatozoi, nella pancia?
- Sì! - Disse l'uomo elettrizzato per
la prontezza di assimilazione, dell'intelligenza di quel "soldo di cacio". - Hai capito benissimo. E visto che,
sicuramente, non soffrirai di turbe psichiche, in futuro, posso parlare chiaro:
devi sapere elementarmente ma nel giusto modo come stanno le cose. Bene, mio
piccolo grande amico. Gli spermatozoi vengono immessi sì, nella pancia, ma in
un punto ben preciso che si chiama utero. La donna ha due tube uterine e lo
sperma, o spermatozoi, si immette in "quella"
tuba, dove l'uovo è giunto dopo essersi staccato dall'ovaio.
- E questa si chiama nascita
biologica?! - Gridò festante il bambino, saltandogli al collo, abbracciandolo
con calore. - Non capisco perché facevano tante storie! - Esclamò.
Si
udì un battimano appena accennato e la donna disse: "Bravo! E' proprio un
bravo insegnante!" Solo allora si accorsero della sua presenza. Sandro si
alzò e guardandola lesse una nota di rimprovero negli occhi di lei.
- Credo sia soddisfatto, ora? - Disse
la donna risentita, fulminandolo con lo sguardo.
* * *
Il
padre di Sandro aveva combattuto, durante la seconda guerra mondiale, in
Africa. Durante la battaglia di Bengasi, mentre era con i suoi uomini a guardia
della ferrovia che congiunge la capitale libica con Barce e Foluch venne fatto
prigioniero dagli inglesi e trasferito in uno dei tanti campi di concentramento
che questi avevano sparsi sul territorio indiano. A Bombay non stava molto
male, essendo ingegnere lo fecero lavorare in un cantiere navale. Per questo
motivo (rimasto vedovo alla nascita di Sandro, la moglie era morta nel darlo
alla luce), appena il bambino ebbe finito le elementari decise di ritornare in
India. Espresse le sue intenzioni al figlio e al ragazzo non parve vero: il
padre lo portava nella terra di Sandokan!
Durante
la navigazione non parlava d'altro con il padre e lui era ben felice di parlare
dell'India, della bellezza di Bombay, dei suoi monumenti in stile neogotico
vittoriano, la monumentale cattedrale di Saint Thomas, la gigantesca
"Porta dell'India" realizzata da Wittet in stile rajput moghul, che lui vedeva ogni mattina e ogni sera durante il
tragitto dal campo al cantiere navale.
Dopo
essere stati un mese a Bombay, in aereo si erano recati in Bengala, per
desiderio espresso di Sandro. A Calcutta si erano imbarcati su una nave
chiamata Gandak. Il Gandak aveva lasciato Calcutta da solo un giorno e Sandro
si sentiva già inquieto; anche perché la nave era piccolina e puzzolente. Dal
castello di prima dove lui dormiva, sopra un letto con un materasso di paglia
coperto di tela da sacco che diventava sempre più duro, non riusciva a vedere
che i piedi scalzi dei marinai che si aggiravano indaffarati per la nave.
Cera
un marinaio di nome Badir: odioso tipaccio, litigioso e insolente, che sfotteva
in continuazione ed era sempre ubriaco. Badir portava un sudicio colletto senza
cravatta, somigliava ad un toro col collo grosso e tozzo e dormiva vestito.
Quando
giunsero a Hardwar nell'Uttar Pradesh, Sandro aveva chiesto al padre di
scendere a terra. Il padre aveva convinto il litigioso Badir che, decise di
offrirsi per guida. Scesero a terra all'alba per recarsi a visitare un
villaggio agricolo, seminascosto in un palmeto.
Gli
occhi di Sandro spaziavano come una macchina da ripresa, incamerando ogni
immagine nella memoria. Procedendo verso Oriente si stendeva la grande pianura
del Gange, sulle cui sponde vari villaggi caratteristici, aggruppati in piccoli
nuclei lo interessavano maggiormente. Il fiume era popolato di imbarcazioni: dimore
galleggianti, in cui si accalcavano molte persone.
Il
piccolo Sandro, volle sapere tutto sulla vita di quei contadini, della
coltivazione, ma Badir era impossibile, lo prendeva in giro, non capiva che
linteresse del bambino non era curiosità. Allora Sandro s'immerse a fatica nel
sonno. Il suo fu un sonno inquieto. Si era appena addormentato che Badir lo
aveva buttato giù dalla cuccetta con uno strattone: erano già le sei!
Mentre
si vestiva si domandava se fosse il padre, proprio il padre, quell'uomo che stava lì, di fronte a lui, rannicchiato
su quella cuccetta fetente, agli ordini di uomini che non gli piacevano per
niente. Si avviò sulla tolda nella grigia e umida aria, lungo la scaletta
barcollò, si sentiva venire meno.
Dopo
undici giorni di navigazione Sandro se ne stava sdraiato a prua a contemplare
il cielo. Faceva tanto caldo e non se la sentiva di dormire sotto coperta, in
quella cuccetta fetida. Se ne stava lì, in silenzio, e lasciava che il ricordo
dipingesse altri cieli nella sua mente.
Ripensava
alle ville di Roma, ai mari percorsi in compagnia del Corsaro Nero, alle
scorribande, agli abbordaggi di Capitan Blood. Poi tutto riandava all'emozione
insuperabile, alla felicità del giorno in cui aveva visto la Porta dell'India,
a Bombay; all'immenso bassorilievo che rappresenta la discesa del Gange; a
Mamallapuran, il lieve e delicato bassorilievo del tempio di Rajah Rani; il
monumentale Tempio del Sole a Konorak, da cui sembrava sprigionarsi tutto il
magico fascino dell'India, il Paese che per lui era sempre stato la patria del
mistero e dell'avventura.
Inseguendo
questi pensieri si era addormentato. Nel tardo pomeriggio era stato svegliato
dal padre che gli annunciava che l'indomani avrebbero lasciato l'imbarcazione e
si sarebbero addentrati nell'interno: finalmente era riuscito ad accordarsi con
Badir.
- Sai, papà; - lo aveva interrotto spinto da uno slancio affettuoso
- ho imparato molto da questo viaggio. Avevo sempre desiderato di vedere paesi
stranieri e soprattutto l'India: grazie. Certo lo desidero ancora, ma non come
prima. C'è una cosa che mi sono sempre vergognato di dirti. Non so come dirlo,
ma io non ho mai avuto amici, per me sei tu l'unico e caro amico. Non
m'importava molto, non m'importa, né mi preoccupa quello che potrebbe capitarmi,
finché sto con te, finché siamo insieme, come quella volta sotto la pioggia,
quella notte che diluviava a più non posso; ci eravamo fermati con la macchina
perché non ci si vedeva ad un palmo e sbucarono quei pazzi, striscianti sotto
la pioggia, per assalirci e la tua prontezza: aprire di scatto lo sportello,
prenderli a pugni, risalire in auto e andare via.
Il
padre lo aveva guardato, tacendo gli aveva battuto la mano sulla spalla.
- Sei molto buono! - Aveva detto, con
le spalle rivolte al figlio, per gli occhi umidi.
All'alba
del giorno dopo i tre avevano lasciato l'imbarcazione e guidati da Badir erano
giunti in una grande piazza popolata di carretti e cataste di canestri.
- Questa è la piazza del mercato. -
Aveva illustrato Badir. - Ci conviene fare rifornimento e prendere almeno due
portatori.
- No. - Aveva detto il padre. -
Prenderemo una macchina, una fuoristrada.
Badir
si era avvicinato ad un uomo e dopo mezz'ora erano pronti per la partenza.
Verso
mezzogiorno erano giunti in un villaggio che presentava una cinta
semidiroccata, ingombrata di macerie ed in mezzo alla quale s'alzava un enorme
tamarindo che spandeva una grande ombra. Al di là della cinta cominciava una
boscaglia di palmizi dalle immense foglie piumate, tutto era deserto: non cera
anima viva. Improvvisamente si erano accorti che i rami del tamarindo venivano
scossi poderosamente.
Un
piccolo indiano ne discese e si giustificò dicendo che due giorni innanzi cera
stato un terribile ciclone che aveva distrutto il villaggio e disperso i suoi
ele-fanti. Era salito in cima all'albero per vedere se in lontananza ci fossero
i suoi elefanti.
Un
quarto d'ora dopo, assicurato anche il piccolo indiano sull'auto, ripresero il
cammino. Canticchiando si addentrarono nella boscaglia di palmizi. Per due
giorni il viaggio non ebbe scossoni di nessun genere. La giungla non accennava
a variare: palme e sempre palme e canne strette le une alle altre da
uninfinità di piante parassite e pantani coperti di foglie sulle quali, si
riposavano placidamente, senza scomporsi, neanche per la presenza degli
elefanti, cicogne, aironi e pavoni splenditi.
I
pavoni, spaventati dal ronzio del motore, fuggivano via lanciando note aspre e
sgradevoli, facendo scintillare, ai raggi di sole che filtravano tra i fitti
rami, le loro piume superbe. Cominciarono a guardare elefante per elefante alla
ricerca di quelli del piccolo indiano, ma queste appena l'auto si avvicinava,
fuggivano.
La
corsa degli elefanti era durata fino a pomeriggio inoltrato. Poi giunti in uno
spazio scoperto, abitato da avanzi di capanna, si erano fermati. Gli elefanti
si erano sdraiati al suolo, ansando fortemente. Apparivano stanchi. Il piccolo
indiano si era occupato subito di loro e, finalmente, un grido di gioia: aveva
trovato i suoi due elefanti. Il calore era diventato così intenso che pareva
una vera pioggia di fuoco, nell'ora del tramonto, che si riversava sulla
giungla.
- Si direbbe che stia per scatenarsi un
uragano. - Aveva fatto notare Badir. - Sarebbe bene mettersi al riparo in una
di queste capanne abbandonate. - Aveva aggiunto invitando gli altri a seguirlo.
- A me pare, invece, che si stia
preparando uno di quei cicloni!... - Aveva precisato il padre di Sandro,
additando le nuvole color giallastro che avanzavano da Ovest verso la giungla,
rapidamente.
Gli
elefanti davano segni di viva agitazione. Aspiravano fragorosamente l'aria come
se non ne avessero mai a sufficienza, scuotevano le orecchie e barrivano di
frequente. Un lampo abbagliante aveva spaccato in due la massa di pioggia, che
cadde improvvisa, mentre il vento forte e impetuoso piegava fino a terra le
gigantesche palme.
Era
accaduto tutto in un attimo. Gli elefanti terrorizzati avevano preso a correre
travolgendo tutto. Sandro era accanto al padre quando si era sentito strappare
da terra, con violenza. Mentre, in groppa all'elefante, stretto come in una
morsa dalle braccia del piccolo indiano, veniva portato in salvo, aveva visto
il corpo di suo padre volare nel vortice d'aria come un foglio di carta e
subito cadere sotto le zampe dei pachidermi.
* * *
Mezzone,
in contraddizione al sarcasmo doloroso della madre, aveva reagito andando via
senza salutare. Si chiuse in camera e si sedette davanti al computer,
avviluppato, vinto da una immensa nostalgia: suo padre gli mancava e non
l'aveva mai conosciuto. Decise che se la madre non gliene avesse parlato,
sarebbe andato via di casa. Se ne stava lì, davanti allo schermo spento, con
gli occhi sbarrati nel vuoto, pensieroso. Che cosa voleva sapere dal computer?
Ma perché lo interessavano tanto le nascite biologiche? Si sentiva
insoddisfatto, inutile; avrebbe voluto sapere tutto di "tutto". Girava lo sguardo intorno, le braccia penzoloni
lungo il corpo, immobile come una statua. La stanza intanto stava diventando un
forno, sudava, ma non se ne curava. La sua mente andava dal sogno alla realtà e
tutto finiva per mescolarsi in una profonda tristezza. Poi il suo pensiero andò
a Sandro, quell'uomo era entrato nella sua vita con una prepotenza inaudita;
per quell'uomo, pensò, sarebbe stato capace di privarsi delle ore più piacevoli
della vita: gli piaceva. Decisamente gli piaceva la sua figura dall'aspetto
severo: alto e magro, il volto fine e allungato sul quale la radiosità, dei
suoi occhi grandi, splendeva facendo trasparire la sua intensa, affettuosa
umanità; i capelli e la barba folti e corvini; la voce calda e suadente e un
sorriso luminoso. Sì, Sandro gli piaceva! Ma perché la madre era stata così
scortese con lui? E frattanto la solitudine lo copriva con la sua ombra. Era un
tipo di solitudine sulla quale si sarebbero potuto scrivere infiniti libri. Lui
lavvertiva. La sentiva come se gli sedesse al fianco, sulla stessa sedia.
Aveva deciso di fuggire, andare fuori nella calma solare; ma si accorse che con
lui si era alzata anche la solitudine. Si sentiva solo! Questo lo ossessionava
perché non lo capiva appieno. Lui non era solo, aveva una madre, i nonni
materni, gli zii e tante amiche di sua madre che lo amavano, lo coccolavano;
perché si sentiva solo? Si rese conto che fino ad allora non l'aveva avvertito
perché non ci aveva pensato; perché riempiva il vuoto con il computer, con un
libro, o con gli amici che si creava con la fantasia.
Aveva
tanta nostalgia di un padre, ma perché la madre non gliene parlava mai? Aveva
sempre pensato che i bambini nascessero quando la donna respira profondamente
il "semino"; non si era mai
soffermato a pensare che il "semino"
per esserci ha necessità di una fonte.
Sandro
aveva detto: "per la sterilità del
marito!" Allora senza il marito non può esserci nessuna nascita?
Quindi anche lui aveva un padre! Ma dovera? - Mamma!? - chiamò a voce alta, ma
si era subito pentito. Forse la madre stava parlando con Sandro sotto la
canicola. Avvertì una stretta allo stomaco, si alzò. Si avvicinò alla finestra,
aprì le imposte, ma vedeva soltanto la grande distesa del mare e, in
lontananza, il colle di Tolfa. Richiuse e scese al piano inferiore, socchiuse
la porta, guardò verso la spiaggia: i due erano in riva al mare, in piedi sotto
il sole e parlavano animatamente. Ritornò di sopra, davanti al computer, a
pensare. Dopo un attimo, automaticamente accese il computer e come un automa
cercò: "100 Rem inizio, 110 Dim m
(1111,2)..." e attese. Sullo
schermo apparve: "Nascite
naturali": maschi sani 20% -
femmine sane 32% -
maschi handicappati 8% -
femmine handicappate 12% -
nati morti 10% -
nati biologici maschi 8% -
femmine 10% -
Su 100 nati il 43% ha il gruppo sanguigno di tipo A -
il 12% ha il gruppo sanguigno di tipo B -
il 03% ha il gruppo sanguigno di tipo AB -
il 39% ha il gruppo sanguigno di tipo 0 -
Di cui l'85% è Rh positivo e il 15% è Rh negativo.
Prese nota. Memorizzò il programma e
inserendo una variabile attese lo sviluppo del gruppo sanguigno di cui si era
riservato di approfondire poi, sul libro di biologia. Non aveva finito il pensiero che sullo schermo apparve:
Il gruppo A ha per anticorpo B -
Il gruppo B ha per anticorpo A -
Il gruppo 0 ha per anticorpo A e B -
Il gruppo AB non ha anticorpi -
Il gruppo A è compatibile solo ad AB e può ricevere soltanto A o 0
universale. Il gruppo AB può ricevere da tutti.
Per i caratteri genetici... Nei figli compare sempre il gruppo dei
genitori, la cui precisione è del 40%.
Rimase lì, davanti a quelle scritte:
cifre e percentuali, con gli occhi sbarrati, mormorando tra sé: "in ogni figlio c'è il gruppo sanguigno
dei genitori. Quindi il figlio può riconoscere il padre attraverso il gruppo
sanguigno?"
Freneticamente si precipitò in camera
della madre, aprì il cassetto del comò, prese una scatola di legno foderata di
velluto rosso, dove sapeva racchiudeva come una reliquia tutte le cose più
care: la foto del marito, un cartoncino rettangolare protetto dalla plastica
trasparente con quattro macchie contrassegnate dalle lettere: anti-A; anti-B;
anti-D (anti Rh); controllo. Sul lato destro, in basso, era scritto: gruppo
sanguigno: A-Rh positivo. Poi cerano altri due cartoncini simili, su di uno
cera scritto il nome della madre, sull'altro molto dissimile dagli altri due,
era scritto "Donatore..."
La porta si aprì di colpo e nel vano
comparve la madre: bella come non l'aveva vista mai.
- Che cosa cerchi? - Domandò con
dolcezza.
Era
rimasto immobile. Che cosa stava accadendo? Per la prima volta, vedeva la madre
così dolce e così bella. La donna gli si avvicinò, lo abbracciò con forte
tenerezza, baciandolo ripetutamente. Inginocchiata dinanzi a lui, carezzandogli
il visino, chiese ancora che cosa cercava.
- Ho letto sullo schermo. Che cosa ti
prende?
- Curiosità, mamma, solo curiosità! -
Rispose il piccolo - Volevo sapere delle nascite biologiche.
- Ma perché? - Chiese la donna
apprensiva.
- Per sapere. - Rispose semplicemente.
- Vedi? - Aggiunse, mostrando ciò che aveva preso e che la madre conosceva
molto bene. - Su questo è scritto il nome di tuo marito, sopra quest'altro c'è
il tuo nome e su questo foglio è scritto: "Gravidanza
positiva, nascita prevista seconda decade di maggio. Donatore: A - Rh
positivo". Che cosa significa?
- Dopo te lo dirò, stai tranquillo. -
Disse la donna con accento che non ammetteva repliche. - Adesso lavati le mani,
vestiti e scendi per il pranzo, abbiamo un ospite.
- Sandro? - Domandò il bambino. La
madre assentì con gli occhi sorridenti. E lui, senza stupirsi gridò:
"Evviva!"
* * *
Finito
il pranzo, durante il quale Mezzone aveva goduto della gioia della madre che,
con portamento nobile, faceva la spola dalla cucina alla tavola, sempre
sorridente.
Ora
mentre fumavano cera una serena bellezza in quella stanza. Cera, osservava il
piccolo, qualche cosa di arcano, di dolce: di bello appunto. E tuttavia dinanzi
ai suoi occhi ritornava a sprazzi, la sua stanza e quelle lettere e cifre di
percentuali sullo schermo del computer.
A
sera, Sandro propose di fare un giro in barca. Mezzone, che pure lo desiderava
ardentemente, aveva controproposto di rimanere a casa; era così bello stare lì
e parlare, anche se di cose inutili, seduti intorno ad un tavolo rotondo di
ferro battuto, verniciato di bianco, all'ombra di un gigantesco pruno. Dalla
porta aperta, nella stanza dove avevano pranzato, vedevano le ombre che si
allungavano in arabeschi dal pavimento rossobruno e guizzavano fino al
soffitto, come quelle storie che si raccontavano i membri di un famiglia del
tempo antico radunati e uniti dall'affetto.
- Senti un po', - disse Sandro al
bambino - che cosa intendi fare dopo che, attraverso il computer, avrai avuto
tutte le risposte che cerchi?
- Già! - Aggiunse la madre.- Anch'io mi
sono domandata che cosa spera di ricavare da tutto questo. Ha una bella
fantasia e penso sia prematuro distruggerla con una realtà virtuale, che non
potrà avere basi concrete, ha pur sempre soltanto otto anni anche se possiede
le capacità di adulto di ammirare, vedere e godere.
Sandro
allungò la mano, prese il suo bicchiere di whisky e rimase a mezz'aria, in
attesa della risposta di Mezzone, che non venne.
- Vede?... - intervenne la madre - Temo
sia stato preso momentaneamente da queste cose. Poi, riprendendo la scuola...
- Non credo, non credo proprio. -
Interruppe il piccolo, deciso. - Quando mi perdo in una strada, arrivo sempre
fino in fondo per sapere dove mi porta. - I due si guardarono
interrogativamente, mentre il piccolo, imperterrito continuò. - Voglio capire a
cosa servono le nascite biologiche visto che il mondo è già sovrappopolato e
non credo al fatto che sia dovuto soltanto all'egoismo femminile.
- Che cosa significa? Che vuoi dire
con... egoismo femminile? - Domandò la madre con apprensione.
- Non è giusto che una donna per non
stare sola si fa immettere il "semino"
nell'utero e mette al mondo un bambino che non sa nemmeno di chi è!
- Di chi è, cosa? Il bambino o il "semino"? - Domandò la madre.
Sandro ascoltava in silenzio, sorseggiando il suo whisky.
- E' la stessa cosa! - Rispose Mezzone,
prontamente.
- Questa è la tua opinione? - Chiese
ancora la madre, sempre più irrequieta.
- No, che non lo è! E lo sai. E' una
constatazione. - Mezzone era convinto di ciò che affermava e Sandro dovette
convenire che quel bambino sapeva ciò voleva e si esprimeva con una proprietà
di linguaggio che lui e i ragazzi della sua età se lo sognavano.
La donna sentì il corpo attraversato da un brivido di freddo e rimase muta, avvolta nella sua pelle gelata, cercando di fissare l'attenzione sul ricordo, ma in realtà era accasciata dinanzi alle oscure, immani presenze della sua vita che s'insinuavano di soppiatto fino a lei dallo sguardo i