Il dualismo poetico

di

Rafael Alberti

 

Il primo incontro con Rafael Alberti lo ebbi a Cervara di Roma nell’aprile del 1989. Passeggiando per il paese, definito dal poeta "rondine che sta per spiccare il volo", costellato di opere d’arte dei maggiori pittori e scultori d’Europa i quali visitandolo (nel pese non si circola con l’auto) hanno lasciato una loro opera sui muri delle vie rocciose. Le opere pittoriche e scultoree sono alternate da poesie, dedicate alla cittadina laziale a pochissimi chilometri da Roma, di Pasolini, Elio Filippo Accrocca, Alberti e altri.

A pochi metri dalla piazza, sulla parete accanto al bar, nel bel mezzo delle solite scale, conobbi questo poeta perché fui colpito dai versi "…scultura nel cielo,/che al cielo volerebbe/ se l’aria la sostenesse".

Al ritorno il primo pensiero fu comprare una raccolta di poesie di questo poeta e sapere qualcosa di più. Trovai un "Paperboocks poeti" edito dalla New Compton Editori nel 1977, dal titolo "Tra il garofano e la spada".

Dopo qualche giorno me lo trovo davanti e non credevo ai miei occhi; ma come spesso mi accade, quando incontro una persona nota per le sue facoltà geniali, rimasi incantato e titubante col solito dilemma: "fermarlo o non fermarlo?"

Finalmente decisi: lo rincorsi e riuscii a mormorare soltanto "Buongiorno, signor Alberti." Mi strinse la mano e attese ch’io parlassi, ma ero diventato afasico, allora mi mise la mano sulla spalla e sciolse la mia lingua; poi ci sedemmo al bar.

Dal nostro parlare venne fuori che sono un accanito lorchiano e, per niente offeso, mi parlò di Garcia con una voce accorata e gli occhi sprizzanti luce di nostalgia dolorosa.

Era nato il 16 dicembre 1902 nel Puerto di Santa Maria e fin da piccolo aveva imparato l’italiano (in famiglia si parlava questa lingua, essendo tutti italiani e ricordava che lo zio Tomaso era stato garibaldino.

Dai tredici a quindici anni dipinge navi, barche, onde marine, alberi e castelli della Baia di Cadice, per reagire alla sua posizione in seno alla scuola "Collegio San Luigi Gonzaga, gestito dai Gesuiti", quale membro esterno, privilegio goduto soltanto dalle famiglie facoltose. Questa situazione lo faceva sentire "un diverso" e ne soffriva.

Per seguire la famiglia a Madrid interrompe gli studi e si vota anima e corpo alla pittura sua grande passione. Ma la sua vocazione segreta è la poesia che scrive di nascosto; poesie che vedranno la luce soltanto nel 1970.

A ventuno anni si ammala di un’infiltrazione polmonare (Tisi) e vive isolato sulla Sierra Guadarrama presso Madrid. Di questo periodo nascono le prime canzone, dovute alla forte nostalgia del mare.

Entra a far parte del gruppo "Resistenza degli studenti della Instituciòn Libre de Esenanza e stringe amicizia con Federico Garcia Lorca, Salvator Dalì, Luis Bunuel e Moreno Villa, con i quali più tardi è tra i fondatori del gruppo "Generazione del ‘27" a cui si aggiungono Pedro Salinas, Jorge Guillén, Vincente Aleixandre, Gerardo Diego, Dàmaso Alonso e altri.

Le poesie che aveva scritto in sanatorio e che aveva titolato "Marinaio a terra" gli vengono premiate da una giuria prestigiosa cui facevano parte Ramòn Menéndez Pidal, Carlos Arniches, Antonio Machado, Gabriel Mirò e José Moreno Villa. Fa visita al grande poeta andaluso Juan Ramòn Jiménez, al quale offre in omaggio il suo "Marinaio a terra". Jiménez ha parole di grande apprezzamento per questa sua raccolta di poesia.

Inizia il suo vagabondare per il mondo, in qualità di ambasciatore di pace e di uguaglianza tra i popoli. Nel 1936 ritorna in Spagna dove partecipa attivamente alla campagna elettorale del Fronte Popolare. Diviene direttore della rivista "El mono azul" e subito diviene la rivista più popolare del fronte di liberazione, soprattutto dopo la pubblicazione del Romancero de la guerra civil.

Intanto a Granada viene fucilato Federico Garcia Lorca e lui scrive una raccolta di poesie che titola "Capitale della gloria". Viene nominato direttore del Museo Romantico.

Negli anni 1939/40 vive con Pablo Neruda e la sua compagna il quale il 10 febbraio 1940 lo aiuta ad abbandonare la Francia e rifugiarsi in Cile, ma lui si ferma a Buenos Aires, dove un gruppo di studenti della Facoltà di Filosofia avevano formato un comitato di aiuto. Pubblica "Poesia" per l’editore Rosada.

"Amore! La notte si dilegua. / Ci bagna il mare. Oh luce! Il mondo canta. /Cala la luna… il vento…"

Disse di se durante la conferenza "Un poeta espagnol en el rio de la Plata", pronunciata l’11 aprile 1969, nell’Istituto Italo-Latino americano in Roma: "Io sono il poeta dell’amarezza… Sono anche un sorriso luminoso. Porto con me quel fiore, quell’aperto garofano che rubo di quando in quando al filo della spada, per rallegrare in qualche misura quella tremenda notte oscura nella quale stiamo sprofondando ogni giorno di più… In quei campi di Totoral argentino, ai filamenti di sangue portati dai venti che venivano dall’Europa, s’intrecciava il pigolio dei benteveos, il chiacchierio stridulo dei pappagalli, il tubare delle colombe, in uno con i cavalli che correvano in direzione dei monti azzurrini e col frastuono omerico delle vacche e dei tori nelle grandi vasche delle fattorie".

Ora qualche esempio del dualismo poetico di questa grande figura della poesia contemporanea, scomparsa la notte del 28 ottobre 1999 all’età di 97 anni.

Il dualismo nasce con la raccolta "Il Garofano e la Spada" in cui la metafora la fa da padrona ed è bella perché nasce la musica come una sorgente dalla montagna, ecco perché essa rappresenta la culminazione di un processo e non un cambiamento con la produzione precedente.

Prendiamo ad esempio "Toro nel mare" , una poesia che si svolge su due piani quella della terra – toro e quello del soldato morto: legati, intrecciati, intersecati da un processo di metamorfosi: la Patria che muore col toro, trasformata da terra in un mare di sangue.

"Eri giardino d’arance

Orto di mari aperti.

Fremito d’olive e di pampini,

le verdi corna."

"Ti cosparsero di polvere.

E fosti toro di fuoco."

Oppure:

"Guarda quel paese

Adesso si può navigare nel sangue"

"Su un campo di anemoni

Cadde morto il soldato"

Se la Patria muore col toro in un mare di sangue, c’è il dissolversi del soldato: "su un campo di anemoni" in una vuota uniforme "…ma quando volle capire ciò che voleva/ era solo un vestito"

"I passi più non erano,

più non erano i passi, perché tutto il corpo

era ciò che sprofondava, ciò che doveva sprofondare…

… e stava sprofondando".

Questa è forse la raccolta più drammatica della produzione dell’Alberti:

"Volevi risvegliarti, povero toro

con la testa oppressa dalle brume.

Volevi scuotere la testa conficcata…"

E’ da notare come nella ricerca spasmodica dell’assonanza ritmica della parola, nella ricerca di una musica aulica non fa caso che seguendo questa concezione della parola che diventi musica, in un dualismo metaforico, dimentica, nel dialogo col toro, anche il genere che diventa femminile proprio per chiarirci

che il toro altri non è che la patria allagata del sangue innocente del soldato di cui rimane solo il vestito. Il dialogo col toro cresce per preparare alla speranza del ritorno, e lo fa in tono sommesso, colloquiale.

"Voglio dirti, toro, che in America,

da dove penso a te – notte sempre - ,

sono realtà gli atlanti, quei grandi,

disabitati sogni che è la Terra.

Qui ben potresti, solitario

Ospite e amico, quelle assetate brace,

che uno stocco confitto dentro l’ossa

accende nel tuo sangue, gelarle lentamente.

Io volevo dormir tranquillo, un poco,

che come te abbisogno; volevo,

come te lungo e triste, stendermi

nel ritardo magari di un’aurora.

Però mi sono alzato, poiché stavo,

fisso il pensiero, le palpebre insonne,

pensando a te, per – sorde stelle

nella notte d’America! – dirtelo."

Riferendosi al modo in cui la sua poesia si andava svolgendo all’inizio ebbe a dire che: "…quella linea mi si curva immediatamente e mi si complica in un labirinto di giri e di rigiri, privo all’apparenza di uscita. Ma ogni curva di questo difficile rampicante è chiara, in quanto forma la trama di un preciso disegno che rende concreta quell’oscurità, rendendola luminosa."

Sotto questo aspetto, la contraddizione ch’è tipica dell’artista geniale, ha la possibilità di espandersi in virtù del carattere colloquiale.

"Sotterrare! Piogge fresche all’oblio.

Non può essere l’uomo un’elegia

Né il sol mutare in un astro defunto"

Il ricordo di Te, Maestro indiscusso, avremo sempre presente, oltre alla tua figura fisica il canto sublime e le metafore del doppio perché in noi ci sia sempre viva la "Topica" vichiana: la verità sta nel mezzo.

Reno Bromuro