Reno
Bromuro
CONTRADDIZIONE DELL’ “IO” E DEL "SE" PER UN'ARTE MAGGIORE
INTRODUZIONE
di Luca Gandolfi
Con questo scritto, Reno Bromuro parte da un saggio per stendere un manifesto.
Come gli scrittori degli anni
'20, la cosiddetta "Lost Generation", avevano abbandonato i loro padri letterari
sulle coste statunitensi per cercare un nuovo modo di far letteratura nella
vecchia Europa, per ricostruire una nuova arte partendo da ciò che era più
antico, così fa Reno identificando nel "Se'" ciò che manca oggi alla letteratura
perché possa tornare ad essere un'"arte maggiore"; perché possa, aggiungo io,
creare nuovamente opere che siano immortali in quanto esistenti al di fuori del
loro tempo.
Come Hemingway, Joyce,
Eliot e tanti altri nei bistrot parigini di allora, Reno propone la ricerca di
ciò che manca alla letteratura contemporanea nella contemporaneità della
letteratura classica.
Si parte dall'esempio
dei grandi del rinascimento, facendo un'analisi approfondita del loro utilizzo
dell'"io", quella parte di noi che scrive di getto e per ispirazione, incurante
di forma ed arte dialettica, e del "se'", quella parte che invece, in una fase
successiva, compie un lavoro a tavolino freddo e distaccato di limatura dello
scritto, fino a renderlo non solo comunicabile, ma oggetto di riflessione per il
lettore. Si tratta di due parti dell'anima e dell’attività dell'artista in netta
contrapposizione tra loro, ma indispensabili l'una all'altra, che rende l'opera
validamente "accrochable", come diceva Gertrud Stein, pur rompendo con le
convenzioni ed il pensare comune.
Nella seconda parte, Reno
sottolinea la mancanza di lavoro oggigiorno da parte del "se'" non solo negli
autori, ma anche nella domanda della critica e dell'editoria, orientate verso un
mercato artistico del consumo veloce. E porta esempi di artisti giovani,
sommersi dai filoni di consumo, ma convinti delle proprie
opere.
L'esortazione, che Reno
e noi con lui rivolgiamo ai giovani autori, è di non lasciarsi incantare dalle
sirene del moderno mercato librario, che ha trasformato il pensiero in una
merce, ma di riscoprire l'arte come veniva fatta una volta, senza pensare alla
gloria e al guadagno, ma a che l'Uomo sia convinto dal nostro pensiero e
(com-)mosso dalle nostre parole. Allora e solo allora, con un profondo lavoro di
studio non semplicemente di ciò che c'era prima, ma di ciò che c'è sempre stato,
di scrittura ispirata e di lunga revisione autocritica, si può superare l'essere
contemporanei per essere veramente "nuovi".
Luca
Gandolfi
Da Cartesio in poi, la coscienza è stata considerata il
carattere che distingue i fenomeni dello spirito dalle altre manifestazioni
dell'esistenza umana; prima, come sappiamo, vita spirituale e coscienza si
confondevano.
Alla
vita della coscienza e alla sua evoluzione erano assegnati come elementi
principali l'intelletto e la volontà. Ancora oggi
siamo, il più delle volte, convinti che le cose sono rimaste press'a poco così.
Negli
ultimi anni Freud, Jung
e Adler ci hanno proposto una rappresentazione
diversa, secondo cui ci sarebbero delle domande ben differenti dalle facoltà
razionali d'intelletto e di
volontà.
In
tal modo la psicologia del profondo faceva cadere dal loro piedistallo sia l'immagine dell'uomo regale modellato dal Rinascimento,
sia l'idolo dell'uomo razionale dell'Illuminismo.
Oggi non si è lontani dal condividere l'opinione, anche se un po’ esagerata di
Lacretelle, il quale, nella prefazione alla
traduzione francese di Emily Bronté, afferma che "Ogni essere umano è un pazzo che sta all'erta ".
Tutti,
per esempio, siamo diventati più diffidenti e scettici di fronte alle
manifestazioni psichiche di ogni specie. Certe forme
di pietà, di pretesa santità, di umiltà e di dedizione, una volta oggetto di
ammirazione, sono accolte con riserva e diffidenza.
Soprattutto
è il quadro psicologico dell'uomo dipinto dalla
letteratura contemporanea che ha posto il sigillo di queste nuove concezioni. Ed
è questo tipo di letteratura che ha contribuito soprattutto a volgarizzare la
nuova concezione dell'uomo. In questo caso siamo ben lontani dalle trasparenti e
ordinate passioni di Racine.
Il
"Fatum"
delle tragedie antiche (potenza misteriosa e tragica che guidava l'uomo
dall'esterno) è divenuta una forza interiore
dell'individuo.
Ma
ora, per ciò che a noi interessa, non ci rimane che esaminare come è nata la
dottrina dell'inconscio e di come la sua conoscenza è vitale nella vita di un
artista.
La
nozione dell'inconscio era molto nota e alla
filosofia e alla letteratura. Carus contemporaneo e
amico di Goethe affermava che la chiave della "Psiche "
deve essere cercata
nell'inconscio.
Questa
constatazione suggerì a Charcot e più tardi a Janet, suo
allievo, l'idea della doppia coscienza e della dissociazione della personalità.
La
teoria sullo sdoppiamento della personalità sta alla base della concezione delle
due zone: il cosciente e I’inconscio. Il risultato è che gli oggetti di una
tendenza sono respinti fuori del campo della coscienza; e così questi contenuti
divengono incoscienti e formano l'altro genere che chiamiamo
inconscio.
L'Artista
non sfugge a queste leggi, anzi, essendo sensibilissimo, avverte il flusso
dell'inconscio sul conscio e lo capta, divulgandolo. In tale condotta,
l'atteggiamento dell'artista consiste nell'escludere il più possibile ogni
controllo riflesso, lasciandosi guidare dal "dettato" dell'inconscio, liberandosi
così del sopravvento del "Sé".
Queste
funzioni provocano l'esteriorizzazione delle emozioni che lo avevano assalito,
perché le emozioni, costituiscono elementi psichici reali di cui la personalità
cosciente e morale dell'artista non sono responsabile, poiché sono nate in lui
conforme alle leggi naturali della fantasia.
Nella
vita sociale ordinaria, l'artista, di fronte a questi contenuti assume un
atteggiamento di controllo e di dominio, ma solo dopo aver completato l'opera,
facendo astrazione dalle intenzioni personali; si tratta quindi di una condotta
di carattere tecnico, ossia di un trattamento dell'artista. Egli in primo luogo
deve fare qualcosa che riguarda la sua personalità, e cioè deve allentare i
freni e lasciar produrre una scarica liberatrice di vari sentimenti; sentimenti
esistenti in lui. Questa scarica tecnicamente organizzata, in cui le emozioni
subiscono vari cambiamenti conforme alle leggi naturali, provoca in lui
atteggiamenti molto sentiti e quindi costituisce un processo che esteriorizza il
suo sentire emozionale. Tale processo comporta nell'artista la reviviscenza di
certi atteggiamenti del "Fanciullino
". Un trattamento che costituisce formalmente un'auto-catarsi, può
consistere in un'espressione di avversione o di amore verso la sua opera. Tale
processo tuttavia non ha potuto svolgersi che in seguito al fatto che l’ “IO”
cosciente, che esercita il controllo all'inizio dell'opera, ha accettato di
ritirarsi in secondo piano.
In
molti artisti che si sentono responsabili delle espressioni dei loro sentimenti,
si manifesta una grande inibizione morale nella reazione liberatrice. Infatti,
la conoscenza sensitiva e la conoscenza intellettuale, sono importanti e
svolgono una parte di primo piano nella condotta dell'artista e nella sua
motivazione. In questo modo nasce in lui "la contraddizione dell’IO e del "SE"'
in quanto viene a trovarsi a descrivere come si manifesta l'ispirazione nelle
sue manifestazioni emozionali: affettive, intellettuali, volitive; deve inoltre
determinare come si manifesta, si caratterizza e si differenzia la personalità,
per l'influenza dell’io profondo. Ossia deve analizzare i fenomeni organici che
sono intimamente legati con tutto il complesso delle attività psichiche che
nella vita reale trovano il loro fondamento.
Questo
fenomeno si realizza soprattutto nel settore della creatività artistica e, in
genere, nel desiderio di avere lo spirito adatto nella "limatura" dell'opera nata, e provare
così godimento. In questo caso l'artista teso da due forze opposte, l'IO e il
SE', perde ogni stabilità psichica. Tale situazione fa sorgere contraddizioni
intime e tensione. E' questo il motivo per cui la nostra epoca costituisce un
terreno fecondo di perturbazioni psichiche più che in epoche
passate.
In
Torquato Tasso troviamo il tipico esempio di manifestazioni contraddittorie
dell'io e del SE' fino alla paranoia e, infine, alla
pazzia.
Prendiamo
ad esempio due artisti del Rinascimento italiano Torquato Tasso e Ludovico
Ariosto.
L'opera
che mette in luce la continua contraddizione del Tasso è, senza dubbio, la "Gerusalemme Liberata", ma preferiamo
parlare dei sonetti: "Negli anni acerbi
tuoi purpurea rosa" e "Mirar due
meste luci in dentro ascose".
Il
sonetto che meglio traduce il sentimento di Tasso, vivo e reale verso la natura,
il suo istintivo bisogno di confondere l'esistenza individuale con la vita
universale è dedicato e diretto alla duchessa di Urbino, Lucrezia:
"Negli
anni acerbi tuoi purpurea rosa ".
Negli
anni acerbi tuoi purpurea rosa
sembravi
tu, c'ha i rai tepidi, a l'ora
non
apre
‘l sen, ma nel suo verde ancora
verginella
s’asconde e vergognosa;
O
più tosto parei, che mortai cosa
non
s'assomiglia a te, celeste aurora
che
la campagna imperla e i monti indora
lucida
in del sereno e rugiadosa.
Or
la men verde età nulla a te toglie;
ne te, benché negletta, in manto adorno
giovinetta
beltà vince o pareggia.
Così
più vago è 'I fìor poi che le foglie
spiega
odorate, e
‘l sol nel mezzo
giorno
via
più che nel mattin luce fiammeggia. "
E' lampante la contraddizione nel paragone che fa della
duchessa con due immagini, una più vaga dell'altra:
la rosa e l'aurora; entrambe indefinite, ma che ritraggono il sentimento del
poeta.
La
poesia non ha un contenuto, se lo si volesse ad ogni costo verrebbe ad
annullarsi il fascino che essa emana. Che cosa ha
voluto lodare in Lucrezia il Poeta? Avrebbe voluto dire della modestia di
Lucrezia, della sua bellezza, della superiorità alle altre donne, forse altro
ancora, ma I’ "IO" ha ceduto
alla
superiorità
del "SE’ ", in questo caso alla
razionalità, ma l'opera ha acquistato una tale profondità, una complessità, e
una potenza nella forma simbolica.
Ogni
lettore le può dare un contenuto speciale, perché il poeta è pago della
battaglia sostenuta con l"IO" se riesce a commuovere e dilettare, per l'arte e
la bellezza.
Come
si è potuto notare, tutto ciò rivela un'anima di fanciullo che si commuove
dinanzi alle seduzioni della bellezza. Nella lotta continua fra I'I0" e il "SE"' freddo, razionale, estetico e
naturale, la poesia di Tasso è un po’ come la rosa che non si apre al venticello
del mattino, ma poesia che quasi si nasconde vergognosa e non appare nella sua
vera luce. In questo caso è l'intelletto geniale che permette al "SE"' di guidare l'"IO" emozionale della creazione
dell'opera, freddamente e con distacco, tipico del Genio.
Nella
varietà dell'immaginazione fantastica del Poeta l'aurora, che gli antichi
avevano fatto dea, dai cui occhi stillavano gocce di rugiada in liquide perle,
lo sospinge a rivedere il sonetto che risulta un po’ modificato:
"Già
solevi parer vermiglia rosa
ch
'a ' raggi, al sospirar de l'ora.
Rinchiude
il grembo e nel suo verde ancora
verginella
s'asconde e vergognosa;
O
mi sembravi pur, che mortal cosa
non
assomiglia a te, celeste aurora
che
le campagne imperla e i monti indora
lucida
in del sereno e rugiadosa.
Ma
nulla a te l'età men fresca or toglie;
ne
beltà giovanile in manto adorno
vince
la tua negletta o la pareggia.
Così
più vago l'odorate foglie
il
fìor dispiega e 'I sol a mezzo il giorno
via
più che nel mattino arde e fiammeggia. "
Notiamo
che le varianti sono pochissime nei confronti della precedente redazione. Ma
soffermiamoci un attimo per mettere in luce e richiamare l'attenzione sul
particolare del secondo verso: "al
sospirar de l'ora" perché si capisca meglio come Torquato ricerchi le
affinità segrete che legano noi alle cose e viceversa.
Ad
esempio, il venticello mattutino innamorato della rosa, desideroso di farle
aprire la corolla; il mormorio che produce il suo passare, è un sospiro di
desiderio.
Notando
queste cose riusciamo a capire perché questo sonetto
non ha trovato traduttori, sebbene sia stimato da molti il sonetto più perfetto
di Tasso e sia, senza dubbio, tra i più belli della nostra letteratura. A mio
avviso è, perché un traduttore non potrebbe mai dare la certezza di un'arte così
fine. Quindi è giusto cedere all'ammirazione, ché il commentare è
sciupare.
Altrove
pur essendo mirabile non raggiunge un equilibrio così perfetto. Prendiamo
l'altro sonetto: "Mirar due meste luci in
dentro ascose" in cui viene messo in risalto il dolore e le dolcezze segrete
della famiglia. Ho detto il dolore, ma occorre aggiungere subito che la
tristezza non penetrò nella lirica di Torquato se non molto tardi, quando gli
affanni avevano lasciato solo l'ombra dell'uomo.
A
me è parso bellissimo il sonetto che il poeta scrisse poco dopo uscito da S.
Anna. E' uno slancio affettuoso e consolatorio all'amico scrittore Ascanio Mori,
per la morte del figlio.
"Mirar
due meste luci m dentro ascose
una
pallida fronte, un corpo esangue,
e
dileguando da le guance il sangue,
gelar
le brine e impallidir le rose:
Padre,
ahi! Padre, sentir voci pietose,
e
questa e quella man fredda com 'angue,
e
la madre languir se 'I figlio langue,
eh
'a pena viva, e di morir propose:
di
morte un volto pien, l'altro di pianto,
de
Immagine sua dolente impresso
e
cader tuo sostegno e tua speranza:
quinci
silenzio e quindi strida in tanto,
per
tutto orrore e duci ch'ogni altro avanza,
Ascanio:
ma tu 'I vinci, anzi tè stesso."
Si
noti come nella lotta conflittuale è raggiunto l'equilibrio tra l’”IO" creativo
e il "SE' " predominante. Salta fuori, come da un quadro, un'immagine che prende
vita, il trapasso lirico dell'ultima terzina, per il quale l'Autore richiama
inaspettatamente l'attenzione del lettore su quel padre dolente, costretto a
vincere con la forza d'animo i suoi affetti più cari: "Quinci silenzio e quindi strida in
tanto."
Il
Carducci che fu ammiratore e studioso della lirica tassesca, quando scris-se "Per raccolta in mente di ricca e bella
signora”, si ricordò di questo sonetto ecco perché: "Sparsa la faccia bianca/de la fuggente
vita/con la persona stanca/abbandonarsi a l'ultima
partita..."
Il
sonetto di Torquato Tasso, però, è una pittura che riproduce tanti momenti
principali: ogni quartina e ogni terzina esprime una parte del fatto. Nella
prima quartina si ha la visione di un fanciullo moribondo, che porta evidenti le
tracce della malattia e della sofferenza: due luci in dentro ascose, (gli occhi,
fatti per la luce e che ora ne rifuggono, segno del ritrarsi della vita), la
fronte e le guance gelate e pallide, il corpo esangue: si ha un'immagine muta,
ma già nel suo mutismo, straziante. Subito, quasi scaturisse dall'aria,
l'immagine muta, si anima: il fanciullo articola una parola, invoca il padre: il
padre non può rispondergli e consolarlo, impedito dalla commozione, gli
accarezza una dopo l'altra le mani, le sente di ghiaccio, prova come un senso di
ribrezzo e una emozione più violenta. E com'è vigoroso e pieno di verità il
ritratto di quella madre, che langue con il figlio. E quante cose dice l'ottavo
verso: "Di morir propose”. Questo
verso insuperabile ha la virtù di allontanare e di spiegare meglio l’ "a pena viva" ; e si tenga presente che
quel passato remoto non accenna tanto alla durata della malattia, quanto
all'impressione che ne riporta la madre, per la quale ogni momento di sofferenza
del figlio è un'eternità.
Nel
primo sonetto la contraddizione, come ho detto, è lampante. Nel secondo la
contraddizione e nel venir meno della coscienza, per l'eccesso dolore. Ma è
diversa contraddizione: lì è il "SE"' che guida l'opera dell'"IO" creativo, qui
è l' "IO" creativo che pur lasciando pochissimo spazio al "SE' " è in perfetto
equilibrio artistico con i fatti della vita e la creatività inconscia: questa
madre che assiste all'agonia del proprio figlio e che s'imprime anch'essa, nel
viso, i segni della morte: l'unico indizio di vita è il pianto. I genitori
personificano entrambi un dolore disperato che, nell'una ha un'espressione più
appariscente, nell'altro, il padre, è racchiuso violentemente e compresso,
lasciando la manifestazione nelle rigide linee del volto.
Ludovico
Ariosto, meno introverso di Tasso, più filosofico, non meno erudito di Torquato
capta la preponderanza, la superiorità dell'"IO" ed ironizza freddamente su
questa superiorità fino a palesarne la pazzia con razionalità geniale. Ha capito
che la contraddizione è naturale nell'individuo e "iper" nell'artista, custode
geloso delle proprie (oggi le chiamiamo precognizioni) capacità intuitive,
precorritrici del tempo e ci gioca; non lotta, lascia che l"'IO" guidi il "SE"'.
Per questo nell'Orlando Furioso abbiamo l'inarrivabile
perfezione dell'ottava, la vivacità della narrazione e della descrizione, ma
anche gravi sconcezze disseminate qua e là; il risalto dei caratteri in tanta
varietà di episodi, ma anche l'esagerato groviglio degli episodi secondari che
intralcia l'ordinato procedere dei fatti principali: l'elevatezza e spontaneità
dei precetti morali, che sono bellamente insinuati e la deficienza di sentimenti profondi che suscitano
entusiasmo, ma anche la purezza, la proprietà,
l'eleganza della lingua. In poche parole, pregi e difetti che scaturiscono
appunto dalla continua contraddizione dell'"IO" e del "SE"'. L'Arte di
ingrandire i pregi di un eroe immaginando che, lui assente, i suoi siano sempre
battuti, è molto abilmente maneggiato dall'Ariosto.
Nell'Orlando Furioso vi sono almeno sei
persone di questa importanza: Orlando, Bradamante e Rinaldo, Rodomonte, Marfisa
e Matricardo.
Nel
tratteggiare i suoi personaggi, Ariosto ebbe più fantasia romanzesca di tutti
quelli che scrissero prima di lui; ma le sue esagerazioni della natura umana
conservano l'eroica dignità, tanto vigore e tanta coerenza proprio perché è
riuscito ad equilibrare il conflitto, al punto che, ci fa credere e ci costringe
a credere veramente possibili le esagerazioni che narra, come se noi stessi
avessimo vissuto, nei suoi stessi slanci creativi, le gesta dei
personaggi.
Prendiamo ad esempio il canto XLI. Bradamante espone le proprie istruzioni con candore immenso, con sentimento e con dignità. Agramante risponde:
"Tenerità
per certo e pazzia vera
E'
la tua, e di qualunque che si posa
a
consigliar mai cosa buona o ria
ove
chiamato a consigliar non sia,
Si noti come Carlomagno conserva quella semplicità che gli è attribuita negli altri poemi romanzeschi, ma che è sempre sovrano di una nazione di eroi.
Ch
'io vinca o perda, o debba nel mio regno
tornare
antiquo, o sempre stame in bando,
in
mente sua n 'ha fatto Dio disegno
il
qual ne io, ne tu, ne vede Orlando.
Sia
quel che vuoi; non potrà ad atto indegno
di
re inchinarmi mai timor nefando:
l'io
fossi certo di morir, vò morto
prima
restar, che al sangue mio far torto.
Or
ti puoi ritornar; che se migliore
non
sei dimani in questo campo armato,
che
tu mi sia paruto oggi oratore,
mal
troverassi Orlando accompagnato.
Ariosto
ha ampliato il capitolo primitivo dei caratteri fantastici, molto di più che gli
altri non fecero; e fa scaturire dall'equilibrio conflittuale la maestria del
dipingere, con colori scoperti dalla sua esperienza, dalle passioni, e dalle
inclinazioni della natura umana, in tutte le condizioni sociali. Forse fu
avvantaggiato dalla sua amabile sapienza e pratica di indole filosofica, ciò non
toglie all'arte, ma da; e da con genuinità che può apparire tale solo perché
inaccettabile, da noi piccoli scettici del XXI secolo, una conoscenza così
profonda della psiche. Tutti i sentimenti, i teneri e i forti, le effusioni del
cuore e le escogitazioni dell'intelletto, i ragionamenti d'amore, le
rappresentazioni di battaglie e Ì motti della comicità, sono tutti abbassati
dall'ironia e nello stesso tempo elevati in lei. Sopra la caduta di tutti si
innalza la meraviglia della musicalità dell'ottava, armonizzata non già dalla
forza dell"IO" creativo soltanto, ma da un equilibrio conflittuale (sola fonte
per l'opera d'Arte maggiore), che riesce a fare dell'ironia l'occhio stesso di
Dio che guarda il muoversi della creazione, amandola alla pari nel bene e nel
male.
La
nostra epoca, invece, costituisce anche il bisogno di farsi valere e di
conquistarsi un posto tra gli altri, un periodo di alta tensione. In nessuna
civiltà la competizione tra gli artisti fu così sistematicamente
accennata.
Fin
dai primi anni dell'infanzia, le prestazioni dell'individuo sono misurate e
confrontate con quelle degli altri. Nell'ambito della scuola con gli esami e le
loro esigenze gravose, con la lotta per il raggiungimento di una situazione a
cui moltissimi candidati aspirano. Le facoltà dei giovani sono tese e sfruttate
al massimo; e questa situazione impone all'arte e al vero artista esigenze
superiori. Troppi artisti, pochi i galleristi (molti i pseudo); gli scrittori
non hanno possibilità di pubblicare. Un giovane promettente genio non trova
spiraglio di luce: senza lavoro e senza quattrini i suoi manoscritti rimangono
ad ingiallire nel cassetto. Allora essi si sentono impotenti a rispondere alle
esigenze imposte dalla vita sociale e scoppia il conflitto tra l'impotenza da
loro sentita e la spinta istintiva ad affermarsi ad ogni costo. Questo conflitto
genera spesso uno scompiglio psichico. Uno scompiglio psichico a cui assistiamo,
o meglio leggiamo tra le righe delle opere che pervengono ai vari premi
letterari. Per fortuna tra le tante c'è ancora l'opera contraddittoria per
eccellenza. Ma di questo parleremo più avanti, ora ciò che ci riguarda è il
conflitto dell'impotenza a farsi valere.
Ci
capita, molto spesso, nei circoli letterari, nei cenacoli dove abitualmente ci
si incontra che, mentre un relatore sta esponendo la sua tesi, ci si saluta ad
alta voce, senza attendere che il relatore finisca la sua esposizione; egli
parla, e magari ha impiegato mesi di ricerca per esporre con più semplicità
possibile, le scoperte fatte, mentre gli uditori si scambiano foglietti e
fogliettini, congratulandosi a vicenda per la bellezza della poesia, che, per
loro, è sempre bella.
Ma
che cos'è la bellezza, nella poesia? Un verso impeccabile? Una immagine poetica?
Il contenuto sentimentale o sociale? Essi non si soffermano, non si pongono
queste domande; leggono ed esclamano: è bella! Il perché non lo dicono, come non
si curano di ciò che dice l'oratore.
Detto
questo, possiamo affermare che, anche nella vita privata, l'artista vive in
continua contraddizione.
L’erudizione
affina l'intelletto al pensiero, ingentilisce lo spirito, ma per (i più) coloro
che oggi scrivono di tutto, leggere gli altri è un errore perché potrebbero
(affermano) inconsciamente scrivere cose che gli altri hanno già scritto, e
magari, poi, scrivono "II passero
solitario" in dialetto; non sanno che tutto ciò che si scrive è stato già
scritto, ciò che differenzia uno scrittore dall'altro è il come si scrive, cioè
lo stile. E in questo Carducci ha ragione. Una contraddizione anche questa,
almeno la si dovrebbe ritenere tale, ma la contraddizione è tutt'altro. La loro
è ipocrisia, dovuta non già da un'anima gentile, ma da una ignoranza congenita;
e sono proprio questi individui che hanno i quattrini e che pubblicano libri su
libri, dipingono? (imbrattano) tele su tele, distruggendo o mettendo in cattiva
luce, chi veramente ha valore.
Ciò
che più conta nel comportamento di questi "pseudo artisti" è il fatto che, come
incontrano una persona che si è messa in luce nell'ambiente, la assillano con le
loro "elucubrazioni" dicendo in
quindici parole, venti volte io, con la evidente sfrontatezza di farsi valere
per quello che non sono.
Ma
l’"IO" di cui parliamo è qualche cosa di sublime che si tramuta in arte pura
solo se combatte la sua battaglia col "SE' " che è esperienza, cultura,
erudizione, intelletto, arte del pensare.
Nelle
varie scorribande per l'Italia, per un premio o per l'altro, capita di trovare
queste due cose, ma sono in pochi a possederle. Allora, perché non invitiamo gli
operatori culturali a scegliere le opere con maggiore obiettività, annullando la
settorialità evidente e provincializzante che oggi impera in quasi tutti i premi
letterari, maggiori o minori che siano, specialmente in quelli "maggiori" in tutta la
Penisola.
L'opera
d'arte salta lampante, parla da sé; non è necessario essere critici per capire
che lo è. Infatti l'opera di Adriana Scarpa "/ bambini guardano la luna", concorrente
per la silloge di poesia inedita, alla "Talentiade Camugnano 1982", (il premio
consisteva nella pubblicazione dell'opera a spese dell'organizzazione), tutti i
componenti la Giuria ci trovammo d'accordo; come fummo d'accordo nell'assegnare
il primo premio per la poesia singola a "Chatila" di Marco
Gronchi.
Alla
"Talentiade Paduli 1985" è accaduta
la stessa cosa per la poesia singola, per la narrativa e per il teatro; ma per
la dimostrazione di quanto affermiamo occorre fare ancora una dissertazione
sugli artisti "geni", nel
tempo.
Una
contraddizione costante è stato Montale, è stato Quasimodo, è stato Ungaretti;
sono stati in perenne contraddizione Pasolini e Gatto; lo sono Accrocca,
Bevilacqua, Selvaggi, Luzi, Spaziani e gli altri maggiori del nostro tempo. Ma
come si evidenzia la contraddizione?
La
costanza dell'"IO" nel tempo e nello spazio sta ad un lavoro d'unificazione che
si suppone guidi la volontà alla esperienza dell'universo personale e della
perfezione, poiché non è l'idea astratta di unità che possa frenare la tensione
esplosiva alle forze di dislocazione verso il "SE"', ma ricostruisce, in ogni
circostanza i complessi; e da questo punto di vista, non sono forme di
sbandamento, ma, al contrario, sono ricerche di sintesi, le sole compatibili con
le condizioni date, dice Miguard.
Quindi, l"'IO" sta all'impulso dell'istinto, come la volontà sta alla coesione
che si appoggia alla completezza personale dell'integrazione, che è varia negli
individui.
Qualunque
sia l'aiuto che la costanza, la volontà e la coerenza personali ricevono da una
disposizione innata, esse sono anche il prodotto progressivamente maturato
dell'impegno. Sotto questo aspetto Freud aveva ragione di cercare la forza
di coesione dell'"IO" in un super"'IO" che per la sua posizione abbia autorità
sulla dispersione della coscienza.
Esempio:
ho iniziato a scrivere in versi all'età di cinque anni; la prima cosa che
scrissi è la seguente:
"Oggi
è il mio primo giorno di scuola
fino a maggio scorso sono andato
all'asilo
volevo
bene a suor Anna;
e
suor Anna è fuggita con un bersagliere. "
Ora
analizzando queste parole notiamo che c'è ritmo, c'è musicalità, come si suoi
dire, ma non c'è poesia. C'è l'istinto innato dell'"IO", ma non c'è il "SE"';
quindi manca quel conflitto necessario e vitale che trasfigura le cose della
vita in arte.
L'Arte,
amici miei, non può essere solo straripamento dell'"IO" perché in questo caso,
avremmo soltanto espressioni di un'anima. L'Arte vuole la riunione di tutte le
forze dello spirito e trova i suoi confini nello slancio verso un avvenire che
sia, nello stesso tempo, promessa di espansione.
Ecco
perché il poeta è chiamato anche vate, cioè indovino, perché sono appunto queste
forze che gli permettono di precorrere i tempi; e il vate, in questo caso,
dev'essere anche colto, erudito, se vuole che la sua sia oltre che missione,
anche Arte.
Bisogna
che il Poeta risponda a questo al di là dell'"IO" col suo più intimo
interrogativo e ci presenti l'immagine attraente della sincerità dell'arte, in
modo che, noi riconosciamo in esso ciò che possiamo
essere.
Scrive
Bergson che, "non vi è al mondo nessuna virtù più
unificatrice del richiamo di una purezza che è già presenza fedele a sé
stessa".
In
parole povere, il Poeta, se vuole ritenersi degno di questo appellativo,
necessariamente deve evolversi culturalmente, deve abituarsi a pensare, e, a
lottare in continuazione con il proprio "SE"'. Amici cari, l'Arte vuole la
coesione del cemento solido dell'equilibrio.
Questo
dono è di pochi eletti, che poi sono coloro che eccellono su tutti e che noi
chiamiamo Geni.
Eugenio
Montale, come persona, appariva scettico nella sterile perplessità umana che non
raccoglie l'occasione improvvisa di salvezza; però nella poesia invoca la
compagnia, anche se della tristezza, auspicando all'uomo una discesa senza
viltà; e pure cerca nelle immagini poetiche, create dal suo "IO" quella coesione
necessaria per continuare a vivere, per sé e per gli altri, nelle "Ombre Evanescenti" che l'immersione
delle mani nel secchio, colmo d'acqua, tirato su dal pozzo, evocano alla sua
memoria.
"Cigola
la carrucola del pozzo,
l'acqua
sale alla luce e vi si fonde.
Trema
il ricordo nel ricolmo secchio,
nel
puro cerchio un'immagine ride.
Accosto
il volto a evanescenti labbri:
si
deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene
ad un altro...
Ah
che già stride
la
ruota, ti ridona all'altro fondo,
visione,
una distanza ci divide. "
Già
in "Ossi di seppia" del 1925,
colpisce in Eugenio Montale il conflitto per l'equilibrio tra creatività e
ragione, un conflitto che è astrazione radicale del tempo, con le determinazioni
più urgenti di una storia segnata da traumi dolorosi:
"Nasceva
In Noi, Volti Dal Cieco Caso./l'oblio Del Mondo"
Un
conflitto che definiremmo antidrammatico che ritorna alla memoria, nel voluto
silenzio di quel mondo sovrastato dalle leggi meccaniche:
"Non
domandarci le formule che mondi possa aprirti
sì
qualche storta sillaba e secca come un ramo"
Ma
l'uomo continua ad andare sicuro, convinto di essere amico a sé stesso e agli
altri:
"e
l'ombra sua non cura che la canicola
stampa
sopra uno scalcinato muro"
"Ossi
di seppia" non ebbe sicuro successo, era poesia troppo nuova per il gusto del
tempo, ma nel 1989 con "Occasioni",
in cui si nota subito il sostanziale mutamento conflittuale, va oltre il senso
ottico-spaziale, per allargare il paesaggio oltre lo scenario immobile della
riviera ligure.
Le
diverse sensazioni che provengono dal di fuori assillando un "IO" creativo muto,
per scelta propria lascia al "SE"' l'apertura dello sguardo sulla desolante
tristezza e le incorpora nei colori abbrunati dello stesso paesaggio, costruito
razionalmente.
"Questa
rissa cristiana che non ha
se
non parole d'ombra e di lamento
che
ti porta di me ? Meno di quanto
t'ha
rapito la gora che s
'interra
dolce
nella sua chiusa di cemento. "
Finisterre
completa l'opera conflittuale preannunciata da "Ossi di seppia" e continuata da "Occasioni". Lo stesso Poeta, chiarifica
il concetto dicendo che, mancava a quei limoni, uno
spicchio.
La
sua vita, come abbiamo notato, è stata una evoluzione continua, che è andata
sempre più acquistando e conquistando l'equilibrio pratico dell'" IO" e del "SE'
", senza mai raggiungere la "Catarsi", anzi in questa lotta continua
e problematica viene a verificarsi di colpo uno spettacolo che fa paura, cosa
che evidenzia nella poesia
"Vento
sulla mezzaluna":
"II gran ponte non portava a te
t'avrei
raggiunta anche navigando
Nelle
chiaviche, a un tuo comando. Ma
già
le forze, col sole sui cristalli
delle
verande, andavano stremandosi
L'Uomo
che predicava sul Crescente
Mi
chiese "Sai dov'è Dio?" Lo sapevo.
E
glielo dissi. Scosse il capo. Sparve
nel
turbine che prese uomini e cose
e
li sollevò in alto, sulla pece. "
Pier
Paolo Pasolini, nella "Ballata delle
madri" è in conflitto, forse più che in altre opere.
Mi
domando che madri avete avuto.
Se
ora vi vedessero al lavoro
in
un mondo a loro sconosciuto,
presi
in un giro mai compiuto
d'esperienze
così diverse dalle loro,
che
sguardo avrebbero negli occhi?
Se
fossero lì, mentre voi scrivete
il
vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o
lo passate, a redattori rotti
a
ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri
vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma
i lineamenti in un biancore
che
li annebbia, li allontana dal cuore,
li
chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri
vili, poverine, preoccupate
che
i figli conoscano la viltà
per
chiedere un posto, per essere pratici,
per
non offendere anime privilegiate,
per
difendersi da ogni pietà.
Madri
mediocri, che hanno imparato
con
umiltà di bambine, di noi,
con
unico, nudo significato,
con
anime in cui il mondo è dannato
a
non dare ne dolore ne gioia.
Madri
mediocri, che non hanno avuto
per
voi mai una parola d'amore,
se
non d'amore sordidamente muto
di
bestia, e in esso v'hanno cresciuto,
impotenti
ai reali richiami del cuore.
Madri
servili, abituate da secoli
a
chinare senza amore la testa,
a
trasmettere al loro feto
l'antico,
vergognoso segreto
d'accontentarsi
dei resti della festa.
Madri
servili che vi hanno insegnato
come
il servo può essere felice
odiando
chi è, come lui, legato,
come
il servo può essere, tradendo, beato,
e
sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri
feroci, intente a difendere
quel
poco che, borghesi, possiedono,
la
normalità e lo stipendio,
quasi
con rabbia di chi si vendichi
o
sia stretto da un assurdo assedio.
Madri
feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete!
Pensate a voi!
Non
provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la
vostra integrità di avvoltoi!
Ecco,
vili, mediocri, servi,
feroci,
le vostre povere madri!
Che
non hanno vergogna a sapervi
-
nel vostro odio - addirittura superbi,
se
non è questa che una valle di lacrime.
E'
così che vi appartiene questo mondo:
fatti
fratelli nelle opposte passioni,
o
le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a
essere diversi: a rispondere
del
selvaggio dolore di essere uomini.
Si
nota che questa poesia si presenta più come un esercizio catartico che come
opera letteraria vera e propria, come se l'autore avesse voluto scaricare le
proprie energie emotive ed affettive in un impulso eccessivo di ricerca verso la
catarsi.
E'
una lettera in cui è detto, in libera espressione, tutto il risentimento, la
indignazione, affermando, in uno sfogo naturale dell'"IO", i propri diritti,
senza ritegni. In questo caso sembra che l'"IO" sia stato appagato, ma la
Catarsi è ancora lontana.
Poi
è subentrato il conflitto: una lotta estenuante per il dominio, esercitato dal
"SE"' sull"IO" creativo.
Il
Poeta, incoraggiato dalla propria osservazione a riconoscere la natura
irrazionale dei propri impulsi e i vantaggi o i danni che gli sarebbero potuti
derivare dalla produzione di tale manifestazione, lotta strenuamente fino al
raggiungimento del senso di responsabilità derivato da tale riconoscimento,
tende a neutralizzare questi impulsi controbilanciandoli in una misura che si
avvicini, il più possibile, all'idea originaria.
In
questo caso la Catarsi trova difficile raggiungimento per eccesso d'azione e
porta l'autore a sviluppare un atteggiamento iper-critico, di sé e degli altri.
La ricerca non è commisurata secondo le necessità, ma usata acriticamente da
iper- intellettuale, scivolando in un sub-criticismo anti
produttivo.
Esaminando
l'opera in modo più generale, si può dire che la tensione derivante dal
contrasto fra le visioni del futuro e le condizioni presenti è creativa, ma
soltanto se viene accettata ed utilizzata come stimolo, all'azione costruttiva,
quindi... Penso che, a questo punto, un'analogia può rendere il concetto, o
meglio può chiarificarlo evidenziando anche il mancato raggiungimento
dell'equilibrio conflittuale del poeta.
La
nostra vista dovrebbe sempre precedere il nostro piede, mentre accade spesso che
la visione è limitata al terreno davanti a noi. D'altra parte se si tenessero
gli occhi sempre fissi alla cima della vetta si potrebbe inciampare e cadere
lungo la via. Ma l'occhio ha la capacità di cambiare rapidamente il suo "fuoco",
dal passo immediato da fare a tutti i passi intermedi fino alla cima della
vetta, e viceversa. Allo stesso modo l"'IO" creativo, dovrebbe saper abbracciare
l'intero campo o sfera di conoscenza e di azione, da ciò che è immediato a ciò
che è remoto e focalizzarsi su quel punto o quella distanza che sia la più utile
in ogni dato momento e in ogni particolare situazione in modo che il "SE"' si
trovi al centro del campo, e l'opera d'arte si trovi a possedere
quell'equilibrio necessario atto a farla essere opera d'arte
perfetta.
Molto spesso, anzi sempre, il "SE' " si ribella al dominio dell'"IO" proprio perché l"'IO" non è la mente, quindi