CRISI DEI VALORI UMANI DELLA POESIA
di Reno
Bromuro
Probabilmente il dramma per la nostra generazione è di non poter vivere appieno l'estraneità degli avvenimenti che determinano un'epoca.
La "babele" in cui ci aggiriamo è l'inconfutabile Tragedia della poesia contemporanea. Non c'è esercizio di libertà per la mente, che procede per associazioni libere, divagazioni idiosincratiche, eccentriche annotazioni.
La nostra contemporaneità minaccia la parola musicale e la distrugge, perché ci viene meno il tempo della lettura in cui la parola è gustata. La poesia che altro è se non la parola che crea musicalità e immagini? Che altro se non la parola che prende gusto e sapore? E noi dovremmo leggerla di più, gustarla e masticarla lentamente per estrarne i suoi liquidi doni; ma, essendo più scrittori che lettori, ci neghiamo questo piacevole dono: gustare la poesia, centellinandola come un elisir meraviglioso e unico.
Ho detto:
siamo più scrittori che lettori. Questa è la pietra che sostiene la letteratura
oggi e vediamo estraneandola, togliendola dalle
mura montanti di questo "palazzo senza fondamenta" che cosa accade. Sono certo che
tutto crollerebbe lasciando un cumulo di macerie, di polvere che il vento del
futuro spazzerebbe e del nostro passaggio non rimarrebbe nulla. Questi sono gli
elementi esterni, gli indizi chiari dell'importanza di fare poesia oggi:
autobiografia nemmeno trasfigurata.
Importante è
scrivere, questo è il motto dei contemporanei. Perché leggere
Bertolucci, Caproni,
Sereni, Penna, Zanzotto, Pasolini, Bevilacqua,
Montale, Luzi,
Selvaggi, Strona e Borghi Santucci? tanto per fare qualche nome. Questi Maestri
potrebbero insegnarci, ma c'è il dubbio che qualche
loro verso rimanga nella memoria e inconsapevolmente si potrebbe scriverlo.
Bella scusa per rimanere quello che si è: ignoranti.
L'argomento
della poesia è sempre autobiografìa della propria condizione umana. La storia
delle pubblicazioni e delle elaborazioni d’ogni lirica può confermare la
veridicità poetica - morale di quest’affermazione, sapendo bene che la purezza
dell'arte non è elemento da ritrovare nel
laboratorio e che l'arte non esclude,
l'umanità e la storicità e che il suo sigillo individuale è il riassunto
delle aspirazioni collettive in cui la novità è l'inedito del sentimento, non
la singolarità esteriore dell'immagine.
Non considerando questi principi
fondamentali per un'arte maggiore, l'artista contemporaneo rischia di pagare a
caro prezzo la sua ambizione.
Viene
spontaneo pensare a Benedetto Croce quando afferma che "l'arte è intuizione";
ma Croce si riferiva, nella sua prima estetica, di far coincidere l'arte con
un’intuizione primitiva. Molti nostri contemporanei hanno preso alla lettera
l'affermazione crociana, per puro comodo; ecco perché non leggono e non si
erudiscono; ecco perché scrivono tutto quello che passa loro per la mente
dimenticando che l'affermazione di Croce va intesa sotto l'aspetto spirituale
del puro idealismo. Un fatto è scrivere poesie, altro è capire la Poesia.
Un innegabile
aspetto negativo della situazione consiste nel voler possedere una biblioteca
con tanti, libri le cui copertine ben s'intonano con il colore delle pareti e
con il mobilio. A questo hanno pensato un certo numero di editori che hanno
messo a portata delle medie borse i classici della letteratura italiana e
straniera, in edizioni durevoli e non ingombranti.
Ma chi li legge? Essi sono lì, per fare
buon’impressione sui visitatori, sugli amici, quale tappezzeria. La persona che
vuole veramente erudirsi non ha bisogno di quelle edizioni robuste e durevoli,
egli acquista i tascabili, i "BUR"
o gli "Oscar" e li legge
religiosamente, al punto che, quando ha finito di leggerli, sembrano ancora
nuovi, mai aperti; e se non fosse per qualche sottolineatura giureresti che non
sono stati mai aperti. Sono considerazioni materiali, è vero, ma tutt'altro che
irrilevanti.
In questo
stato di cose qualcuno può scorgere una reazione psicologica dell'uomo medio
normale all’inflazione dei premi letterari. Quindi vale la pena esaminare il
caso.
Innegabilmente,
ai premi letterari e di pittura sono collegati anche interessi di carattere non
prettamente culturale. Case industriali di varia natura, stazioni climatiche,
gruppi locali di prestigio ed anche di potere, si mettono in gara fra di loro
per organizzare il premio letterario e per distinguersi con questa o con quella
procedura di giudizio e di premiazione, la cui singolarità attiri sul
premiante, più che sul premiato, l'attenzione pubblica. Ma quanti dopo qualche
tempo ricorda il nome del premiato o il titolo dell'opera premiata, a questo o
quell'altro premio? Un fatto curioso, ma realissimo, è l'abitudine di comprare
il libro ampiamente premiato, ma non certo per leggerlo, o farlo leggere a
persona cara cui si vuole regalarlo.
Con questo presupposto nasce il "Premio Briccone":
l'industriale Caio ha in animo un giovane artista, che crede abbia talento,
organizza un "Premio"
raccoglie intorno a sé le firme più prestigiose, paga profumatamente e la firma
perde la sua prestigiosità. Ma l'artista alle prime armi queste cose non le sa
e se anche ne ha sentito parlare, fa finta di ignorarle; chiede un prestito in
banca, fa stampare il "suo"
libro dal primo editore che gli ha fatto un prezzo accessibile, concorre al "Premio" e solo dopo anni
scopre che quel suo libro non è stato neanche visto né dal presidente la "Giuria Esaminatrice", ne dai
coadiutori. Allora subentra il disorientamento intrinseco e imbarazzante per un
critico che voglia garantirsi una piena e costante libertà. Ma, un critico,
umanamente parlando, non desidera d'essere accusato di non aver capito niente
della destinazione dell'arte e di essersi venduto puntando sul cavallo
perdente, pur sapendo che fra di loro non possono esimersi dal criticarsi a
vicenda.
Viene da
osservare che nel campo letterario, prerogative d'autorità sono state
monopolizzate da gruppi di prestigio, o di potere molto energici nell'aiutare i
protetti e nel combattere gli avversari, come pure molto scaltri nel far pagare
a caro prezzo il loro appoggio a chi si sia arreso a cercare la loro alleanza.
Per combattere
questo stato di cose che io chiamo "Racket
dell'arte" si rafforzi, o si crei un’organizzazione socio - culturale
efficiente, che metta in valore il giudizio, che ne ratifichi l'autorità, che
ne difenda le ragioni e che, in questa difesa non agisca alla carlona.
Per questo;
grazie al Presidente del Centro Letterario del Lazio: Paolo Diffidenti, noi
c’incontriamo una volta il mese, per sensibilizzarci a capire dov'è la
disonestà e a saperla discernere scegliendo: per esaltare o condannare.
Per spiegare
il primo punto di questo scritto e cioè "il
dramma" della nostra generazione, cercherò di farlo con semplicità,
com'è mia abitudine, enunciando le condizioni dello scrittore, oggi. Vi dirò
cose ovvie, anche cose crude, quasi brutali, perché desidero soltanto mettere
un po’ di chiarezza dove vedo confusione.
Mi è capitato
di notare, in questi ultimi tempi, che alcuni scrittori ed artisti che operano
una rottura con il passato, nel senso delle forme ed anche dei contenuti, che
si sono chiusi più di quello che potrebbero essere i conservatori; chiusi
intendo, di fronte all'arte di domani.
La posizione
dello scrittore, oggi, è tutt'altro che comoda, ed è qui la drammaticità
d’essere artista! Allora dobbiamo reagire. Ecco, la "Talentiade" è una forma, è un modo per reagire e
ribellarsi a questo stato di cose. "Occorre
- come dice Selvaggi - avere la
convenzione del mondo moderno e trovare il coraggio di fare un'operazione selettiva" affinché la cultura di
massa non abbia il sopravvento perché essa è non
cultura e l'arte di massa è la non arte; perché
l'arte non potrà mai essere collettiva. Essa è frutto soggettivo dell'intelletto umano e solo quando la soggettività si oggettivizza diventa "arte pura". Questo si ottiene solo se lo scrittore ha profondità
d'intelligenza e libertà d'invenzione e fantasia. Questa la difficoltà. Questa la solitudine. Con ciò non
voglio dire che in Italia manchino testimonianze notevoli fra gli scrittori. Ho
voluto solo denunciare una situazione di carattere generale e dire che, se noi
avremo buona volontà, se avremo coraggio, potremo preparare l'avvento di quegli
scrittori di cui in questo momento, particolarmente, si sente il bisogno.
Grave
scompiglio ci viene anche dalla radio, specialmente da quella privata o libera
che si vuole. Lo scompiglio (lo chiamerei disordine) viene dal fatto che, come
ho detto prima, tutti scriviamo, ma chi si prende la briga di leggere tra
quelli che soffrono di protagonismo e che frequentano più attivamente la radio
libera? Quasi nessuno. Eccetto qualcuno che il libro lo usa solo per mettere
insieme e costruire un collage di versi fra Neruda e Prévert; fra Machado e
Jimenez per apparire bravo ad una "ciurma"
di donne libidinose. Ci sono alcuni che pretendono di far scrivere versi su
tema prestabilito, creando una gran confusione tra arte e scopiazzature; ma
permettono al "libidinoso di
protagonismo" di sfogliare libri di poesie, solo per rubarne i versi.
Quali le
conseguenze? Bloccate e negate le verità supreme, con quelle morali e spirituali;
distrutto ogni ideale, annullate le estasi suscitate dalla contemplazione della
vera poesia. Si è precipitati nel deserto e nello squallore.
Quali i
risultati? Quelli di una poesia non poesia che capovolge nei termini e nei
valori linguistici, formali e contenutistici, nei risultati timbrici, per un
indirizzo sicuramente amorale.
Una poesia non
poesia con la parola che esclude le vibrazioni e le partecipazioni del cuore e
del sentimento, si perde in un "guazzabuglio"
di contraddizioni e di contenuti inconcludenti. Contraddizioni sconcertanti
per fini irrazionali, fuori della logica delle cose della vita. Così si tende
alla distruzione della poesia, contaminandone la bellezza e la presenza,
convinti che il prepotere riduca l'uomo a robot, in un distacco preconcetto
dalla sensibilità e dalla carica umana che lo fa vivere e intendere.
Occorre
associare progresso e valori umani e non esaltare soltanto l'avanzata del
progresso in funzione della distruzione dei valori umani. Per questo la vera
poesia è sempre stata ed è stupefacente veicolo ai rifugi e alle folgorazioni
spirituali, agli impeti d'amore e di elevazione, alle contemplazioni e ai
sentimenti di natura interiore, con i riflessi esterni della natura e degli
stupori dell'universo. Omero ancora una volta avverte, con una potenza e un
valore di poesia sempre e universalmente contemporanea, anche se, più volte,
gli si sono voltate le spalle. Forse è la mancanza dell'uomo - genio, dell'uomo
prodigio che porta al non senso di molte opere letterarie smarrite nella
ricerca dell’artificio.
Per ritrovare
l'equilibrio ci vorrà un formidabile lavoro di creazione intellettuale per
reinventare un sistema di razionalizzazione dell'arte, di un'arte che sia
rispettosa di tutte le speranze dell'uomo; un'arte che sia competitiva, che
funzioni lasciando campi innovativi e più vasti possibili a tutti i veri
artisti togliendo, o dimezzando, il potere editoriale che fa il bello e il
cattivo tempo esaltando il raccomandato, o l'amico dell'amico, penalizzando chi
vale veramente, chiedendogli 5-6 milioni di lire, che il poveretto non ha,
facendo sì che la sua opera, giudicata buona da quello stesso editore che gli
ha chiesto milioni di lire, rimanga ancora nel cassetto. Questo significa che
la libertà di esprimere le proprie idee non esiste: è solo una parola di sette
lettere come la giustizia è di nove. La volontà di assicurare la non
marginalizzazione degli scrittori "handicappati"
è solo utopia. Intanto, il caos continua! Vanno sul mercato libri che non sono
tali. Un giorno bisognerà pur affrontare questo problema: affermare il primato
del diritto. Ma come? Non c'è una legge che protegga chi veramente vale, il cui
talento è stato provato da centinaia di recensioni e da consensi editoriali. E
lo scrittore povero ha le sue opere, qualificate tali da critici importanti di
riviste specializzate, nel cassetto, perché la stampa ufficiale lo ignora
perché non appartiene a nessuna scuderia di risonanza internazionale.
Parlo per mia
esperienza personale, ma chissà quanti si trovano nella stessa condizione.
Già nel 1974
inviai il manoscritto di "Occhi che
non capivano" (poesie scritte nell'arco dai cinque ai tredici anni) a
cinque editori di risonanza internazionale; tutti e cinque si dissero
compiaciuti di "quella poesia"
(non credevo ai miei occhi!), ma che non avevano una collana in cui inserirla.
Presi il coraggio a due mani, tirai la somma delle mie tasche sempre vuote;
trovai un tipografo e feci stampare il volumetto; però fui costretto a togliere
24 poesie perché i soldi non bastavano. Vendetti 1680 copie; vinsi il "Premio Città di Roma" del
1975; il "Villa Alessandra",
nel 1976; il "Pavaglione",
nel 1982. Ricevetti molte lettere dai lettori occasionali e oltre 135
recensioni. Questa situazione si è verificata altre volte. "Camminare cantando" premiata a "II Letterato" di Cosenza nel 1973, non potetti
pubblicarlo perché l'editore Pellegrini mi chiedeva 275.000 lire ed io non le
avevo. L'ho pubblicato nel 1989, con i soldi del premio vinto al "Città di Palestrina"; ma
quando riuscirò a pubblicare "Dove
vai, Uomo?" che ha vinto il premio "Città
di Palestrina"? E qui il dramma atroce della contemporaneità! Dramma
che, raccontato in questo modo, potrebbe anche essere scambiato per farsa se in
esso si scoprisse I’ironia.
Dunque, essere
scrittore, oggi, è facile: basta avere dei soldi. Non interessa la storia che
si narra, come la si narri; non si guarda più neanche al lessico: di questi
libri ne è infestato il mercato! A questo punto, meglio se i giovanissimi non
leggono questi libri; come sarebbe meglio che non ascoltassero le radio né
vedessero le TV private.
Se in tanta "spazzatura" si riuscisse a trovare qualcosa! Perciò vale
la pena tentare di pubblicarla in proprio (perché gli editori di grido
chiedono, minimo sei milioni, quale collaborazione alle prime spese), ma appena
il libro esce dalla tipografia comincia la farsa. Invii le copie per la
recensione (170 minimo), e aspetti. Intanto solo di spese postali hai tirato
fuori dal portafogli oltre un milione di lire, più le copie che non hai venduto,
per una recensione che non arriverà mai perché il recensore fa lo scrittore di
professione e vuole essere pagato. Mentre aspetti cerchi un distributore, non
lo trovi neanche se il libro glielo regali: sono tutti accaparrati dai grandi
editori. E la farsa diventa tragedia! Per tale motivo, non mi meraviglio più di
avere alle pareti, infiniti riconoscimenti, nella teca coppe e targhe; un
medagliere, tra cui tre medaglie d'oro, mentre le opere rimangono nel cassetto
perché, ripeto, non ho i soldi che un editore (il quale farebbe circolare la
mia opera perché ha infiniti canali di distribuzione), mi chiede. Eppure nella
sua proposta di edizione dice: "Abbiamo
esaminato la sua opera e, avendola trovata interessante per i contenuti e le
tematiche affrontate, nonché per i valori estetici, ci fa piacere comunicarle
che è nostra intenzione fare uscire il libro in una delle nostre collane”.
Nella copia del contratto allegata è specificato: art. 9: "L'autore verserà all'editore la somma di lire 5.300.000 da pagarsi:
un terzo alla firma del presente accordo, un terzo entro trenta giorni dalla
firma dell'accordo, un terzo (a saldo) alla restituzione delle bozze di
stampa". Il che vuol dire pagare e aspettare un anno perché dopo un
anno... c'è l'art. 21 che giustifica la mossa "l'editore
chiederà all'autore (che potrà accettare o
meno) se intende ritirare gratuitamente le copie invendute con a suo carico
soltanto le relative spese di trasporto". Cosa significa ciò? Che
l'editore in questione è un tramite tra lo scrittore e il tipografo. Non lo
sarà di certo tra l'autore e il lettore. Ma quest’editore appartiene alla
categoria dei piccoli. I cosiddetti grandi, invece, chiedono di acquistare un
tot numero di copie all'atto della firma del contratto e che, per dieci anni
non potrai tentare neanche di venderle per rifarti in parte della spesa
affrontata perché devi rispettare l'art. 6. Ma la cosa più assurda è che, dall'alt. 10 del medesimo contratto, risulta che lui,
l'editore, ha pubblicato il tuo libro dandoti un anticipo sui diritti di
autore, pari al 10%. Ora ditemi voi se non ci sarebbe da impazzire! Ma è meglio
ridere.
Questo perché
non esiste una società letteraria, una legge che difenda l'autore. La Siae lo
tutela, è un'altra cosa. E' chiaro adesso che per diventare autore di grido, o
almeno farsi conoscere occorre essere ricchissimi? Eh, sì! L'esperienza la pago
sempre sulla mia pelle. Se per caso ti ribelli a questa consuetudine ci rimetti
anche l'osso del collo; ma per rimettercelo devi prima possedere 100.000.000 di
lire, minimo.
Approdato che
in Italia le cose stanno sotto quest’aspetto non potremo mai sperare in un
consumo di produzione letteraria. Il meccanismo adottato non consente il
raggiungimento di finalità culturali, valide, nemmeno modeste, ad un ceto di
consumatori che si propone scopi semplici o di evasione.
Le innovazioni
nel sistema di vendita (vedi le cedole librarie) inducono la gente a maggior
fiducia, è vero, ma per la tappezzeria della casa.
Nell'acquisto
di periodici che, letti una volta, poi si buttano via, sono spese somme di
danaro che sarebbero forse erogate meglio, se fossero destinate a comprare
libri, ma per leggerli.
I grandi
quotidiani che danno informazioni sui libri pubblicati dai soliti - e solidi -
editori assumono, di fronte al nuovo, atteggiamenti assurdi e inaccettabili:
ignorandoli.
Quanto
riguarda alla radio e alla TV recherebbe un importante apporto alla fornitura
di materiale da sottoporre ad un esame critico pubblico; ma rubriche come
l'Approdo e come quelle del Terzo Programma Radio danno solo notizie,
suggerimenti e informazioni che senza la radiotelediffusione, rimarrebbero
confinate ad una stretta cerchia di specialisti, di scrittori super-protetti;
ma non prendono in considerazione libri di scrittori senza editore.
Certo, nel
trattare questo tema, così vasto e così presente, che non può fare a meno di
toccarci tutti coloro che svolgono un'attività creativa, è stato presentato,
naturalmente, direi ineluttabilmente, con il punto di vista troppo personale,
ma ho fatto di tutto per porgerlo in linea generale. I problemi porti così in
linea personale sono stati variati e contraddittori, che non mancano però della
testimonianza di prima mano, che è pur sempre significativa della condizione in
cui opera lo scrittore, oggi.
Credo che
tutto quanto si va creando (parlo di creazione, non di scopiazzature o di
collage) è sempre utile e valido; una voce del nostro tempo, o per lo meno è
materiale utile per stabilire il "nostro
tempo". Che lo scrittore sia libero nel produrre, di mutare le sue
chiavi espressive, i suoi interessi, le sue prospettive, le sue gerarchie dei
valori; sia libero di proclamare il tramonto o la morte di certi valori, non è
certo libero di stabilire ciò che oggi è voce del nostro tempo.
Ebbe a dire
Pirandello, in un discorso tenuto a Torino nel 1922, che:
"I
problemi del tempo non esistono per chi crea poiché il vero creatore è colui
che si tiene nella norma: il mio regno non è di questa terra e tuttavia afferma
di averne uno. lo sono uno di quegli scrittori che non si appagano del gusto di narrare una
vicenda o un personaggio, ma che oltre quel gusto sentono un più profondo
bisogno spirituale per cui non ammettono figure, vicende, paesaggi che non
s'imbevano per così dire, d'un particolare senso della vita, e non acquistino
con esso un valore universale. Sono scrittori di natura più propriamente
filosofica. Io ho la disgrazia di appartenere a questi ultimi. "
Ignazio Silone è per una
permanenza della sostanza dell'uomo. "Sono
i piccoli innovatori che spesso hanno messo e continuano a mettere a rumore e a
soqquadro il panorama della vita culturale, sono i piccoli rivoluzionari che
tengono quasi sempre comizio e si sbracciano minacciosamente, ma quando poi
giungono i veri rinnovatori, eccoli ritornare alle antichissime matrici dell
'uomo e riproporle nelle forme di una fantasia nuova che, quasi
inavvertitamente, utilizza, sì, e si serve delle esperienze nuove che sono
state sbandierate, ma le utilizza al modo d'un sarto che con la stessa stoffa
preziosa e durevole inventa tagli nuovi, introduce altre fogge, e le
arricchisce di nuovi bottoni, "
L'arte, amici miei, è il regno delle forme, siamo
d'accordo, ma a patto che non si dissolva l'essenza della forma.
La fantasia è
in crisi, si sente dire in continuazione da tutti i pulpiti, mentre è in auge
la cultura della persuasione. Ma ne deriva una persuasione che lascia
insoddisfatti il persuasore e il perseurante. La
scarsa efficacia di ragionamento è un'arte che annoia per scarsità di fantasia
e autenticità di sentimento.
L'artista
dovrebbe operare e agire in un ambiente di estrema libertà. Ma il
condizionamento che gli deriva dalla sua condizione di uomo basta a relegarlo
in una prigione senza sbarre e senza via d'uscita: l'ambiente in cui si è
formato, il luogo, la casa, gli interessi.
Il creatore, l'artista se preferite, ha necessità di operare in
una forma unitaria, l'una integrata all'altra, solo così produce nella sua interezza, nella
sua capacità di equilibrio produttivo. Ma le facoltà hanno subìto un processo di dissociazione e operano, oggi,
nella maggior parte dei casi, ognuno per proprio conto. Di qui la crisi della fantasia.
La fantasia e
l'immaginazione sono correnti che si sviluppano nella misura che coinvolgono
tutte le facoltà dell'uomo, simultaneamente, armonicamente.
Si tratta,
quindi, di ripristinare nello scrittore, l'integrità del suo composto umano e,
senza la preparazione culturale non potrà mai avvenire, però come afferma
Silone "è necessario ritornare
all'uomo, quell'uomo che non muta e ritorna a riproporsi come il soggetto e
l'oggetto della creazione artistica. "
Questo
vogliamo noi dell'A.I.A. "Poesia
della Vita" pur sapendo che, proprio questo è il punto che non esito a
chiamare drammatico e tragico della vita, ancor più di quello che l'ingiustizia
sociale. Questo è il nodo tragico: lo spettacolo della mancanza di una
giustizia nei punti cruciali della letteratura, in quella che è la giustizia
verità. Proprio questa mancanza mi dà la spinta a credere in un'altra
giustizia: irrobustire l'associazione culturale che più fa gli interessi dello
scrittore senza editore, per formare "la
cultura della città nuova”.
Già quindici
anni fa ebbi modo di proporre, durante la redazione dello Statuto, di
costituire una Cooperativa che avesse i seguenti scopi: Autofinanziare la
pubblicazione e la distribuzione delle opere degli iscritti. Allora sembrò
utopia, oggi se ne sente la necessità, la certezza. Se vogliamo sopravvivere e
sconfiggere il "Racket
dell'arte" uniamoci perché, come si sa: l'unione fa la forza.
Aspetto le vostre proposte, discutiamone. Difendiamo la nostra libertà di artisti, facciamo in modo che anche le nostre opere sentano il profumo della libreria, ma per essere comprati e letti. Questo pensiero mi assilla da sedici anni, è giunto il momento di realizzarlo.
Vi faccio un
esempio pratico. Dodici fra scrittori, poeti e pittori decidono di pubblicare
una loro opera o di fare una personale o una collettiva, si leggono e si
criticano a vicenda scegliendo la prima opera da pubblicare, la seconda, la
terza, e così via. Così anche per le arti figurative. La si stampa e la si fa
camminare per canali amicali tramite una cedola di prenotazione libraria, in
modo da avere la certezza del ricavo della spesa sostenuta. Con l'incasso si
stampa la seconda opera, pubblicizzandola alla stessa maniera, così con le
altre, dando modo alla Cooperativa di avere un suo fondo spesa, trattenendo il
30% della vendita di ogni opera (meno della percentuale che prende un libraio,
che è del 40%); così per le mostre di pittura. La Cooperativa organizza la
personale o la collettiva e trattiene il 30% sul venduto. Sono certo che entro
un anno i soci fondatori, non solo riavranno i soldi anticipati, ma hanno anche
ottenuto lo scopo di essersi fatti conoscere.
Lo dico con
convinzione di fede: è questa l'unica strada che può percorrere, oggi, un
autore senza editore.
La civiltà del
XXI secolo è una civiltà industriale ed il progresso dell'umanità - cui
l'artista tende con la sua opera - è nell'esaltazione dei valori umani e
spirituali che pur da soli possono realizzare un vero processo evolutivo della
società che sia affermazione e sublimazione dell'uomo.
L'attenta
osservazione della realtà che ci circonda, di cui ho ampiamente parlato, ci fa
costatare che sull'altare dell'arte sono stati bruciati molti valori umani.
L'ansia di
rinnovamento, il frenetico divenire; l'esigenza di produrre, hanno fatto
perdere, alla maggioranza degli artisti, la caratteristica dei valori umani
dell'uomo. E' la folla moderna la grande livellatrice di individualità; la
massa dominata dalla macchina che essa stessa ha creato, la massa che ha
perduto le più alte aspirazioni intellettuali. E noi dell'A.I.A. "Poesia della Vita" di fronte
a tale massa, a questa umanità senza volto, senza anima, senza vita ci sentiamo
alfieri della concezione spirituale della vita, credenti nei valori umani
dell'arte, consapevoli che soltanto il ritorno di tutti gli uomini alla
concezione spirituale della vita, permetterà all'umanità di progredire,
spronando l'uomo a realizzare la sua personalità.
Urge, quindi,
unirsi, cooperare avendo lo stesso ideale e operare affinché la concezione
spirituale della vita sia patrimonio di tutti gli uomini e perché ciò avvenga i
nostri libri stampati li tramutiamo in libri parlati, se necessario, affinché
l'uomo pur stando in auto può leggere ed aggiornarsi sulla letteratura
contemporanea. Ce lo possiamo permettere, abbiamo alle spalle una compagnia di
prosa, che può benissimo assolvere a tale compito.
A mio avviso,
l'adesione consapevole e totale degli "artisti
senza editore" alla concezione di una Cooperativa con alti scopi
umanitari e artistici è il solo modo perché il progresso futuro non sia
esaltazione del caos tragicamente imperante in questa società, ma sia, invece,
affermazione dei valori e sublimazione dell'uomo e del divino che è in esso.
La società
letteraria si è divisa in due classi: l'una che viveva e vive esclusivamente
all'ombra di magnati e di politici (e per questo diventa industriale) ed ha
dimenticato il vero valore umano dell'arte; l'altra che viveva e vive nella
speranza che il frutto del suo lavoro intellettuale sia riconosciuto. Quindi
due classi che non avevano e non hanno rapporti tra di loro, comportandosi come
Cenerentola e la matrigna. Un altro aspetto, ma a sé stante, è che ci si lamenta
che nei poeti oggi manca l'attenzione alla politica e alla società; ma questo è
un altro discorso, una diceria messa in giro da quegli stessi critici che
ignorano "Cenerentola",
cioè gli scrittori senza editore.
Noi
dell'A.I.A. "Poesia della Vita"
sentiamo che è nostro dovere realizzare un nuovo ordine in cui la dignità di
diritto diventi effettiva garanzia per la dignità di fatto. La riabilitazione
dello scrittore senza editore rendendo possibile il rinnovamento della società
(vedi poeti come Tietto, laccarino, Strona, Giuseppe Selvaggi, che già nel 1961
intuì poeticamente l'uomo europeo). Nella misura in cui noi sapremo operare
perché la nuova società, l'umanità nell'arte, sia realtà viva e luminosa
dell'epoca contemporanea avremo risposto alle ragioni dei nostri propositi
avremo risposto agli intendimenti dell'A.I.A. "Poesia della Vita".
II cammino è
aspro, duro e costellato di drammi e di tragedie, mobilita la sfera della
sapienza, nell'ansia della sua perfettibilità. Però se sapremo essere umili e coscienti
del benessere che apporteremmo alla società, se riuscissimo veramente ad unirci
cooperativisticamente, allora non solo le nostre coscienze sarebbero paghe, ma
costringeremmo al cambiamento anche coloro che vivono all'ombra della
protezione dei politici e dei magnati (in pieno sole), a fare vera arte.
Roma 10/3/90
"Premio
Sìlarus 1991" con la seguente motivazione:
"Disinvolto ed istintivo, più che
un saggio "Crisi dei valori umani della poesia" protesta; accusa ed
elenca i drammi di chi oggi ha l'esigenza di scrivere e di pubblicare. L'opera
è originale, filante, ben concatenata".
-